DALL'ARCHIVIO - Cani e gatti

VITTORIO MESSORI

 

Molto bello l'aneddoto che trovo in una biografia di Leone XII, papa dal 1823 al 1829.


 

Bello soprattutto per chi, come me, ama i gatti e li considera un dono speciale - assieme ai cani - riservatoci dal Creatore. Sorvolo, perché fin troppo ovvio, sull'aiuto datoci nei secoli dai cani nei nostri bisogni più vari, compreso quello di avere un amico di straordinaria devozione e fedeltà. Quanto ai gatti - questi incompresi, ma solo per chi non li conosce davvero, convivendo con loro - vorrei ricordare soltanto ciò che molti ignorano.


Successe, cioè, che periodicamente la superstizione già pagana (invano combattuta dalla Chiesa) portasse anche in epoca cristiana a periodici "genocidi" di quei felini, sospettati di essere creature diaboliche. Un accesso di quella furia crudele e assurda si ebbe attorno alla metà del Trecento, quando la paura dei malefici di Satana portò in quasi tutta Europa a uno sterminio delle povere bestiole.


 E non soltanto di quelle nere, ma di tutte quante. Ma la punizione era in agguato: la sparizione quasi totale dei gatti portò alla moltiplicazione massiccia e indisturbata dei topi e dei ratti, le cui pulci (lo si scoperse solo secoli dopo) se pungono l'uomo portano la peste. E venne, puntualmente, la peste forse più terribile della storia, quella detta "nera" che provocò la morte di quasi la metà della popolazione del Continente.


Ma torniamo a Leone XII che, ormai anziano, negli ultimi tempi amava riposare la sera, prima di ritirarsi per la notte, su una poltrona, avendo sulle ginocchia e accarezzandolo il suo bel gattone affettuoso.


L'affetto era ricambiato dal papa che aveva però un cruccio: che sarebbe avvenuto di quella creatura quando egli fosse morto?


Si sa che, ancora allora, al decesso del pontefice seguiva un periodo di disordine.


Ma ecco un'idea: ambasciatore di Francia presso la Santa Sede era allora François René de Chateaubriand, il celebre autore dei cinque volumi del Genio del cristianesimo. Il papa, che gli era amico, lo mandò a chiamare per una visita privata e, con stupore dello scrittore diplomatico, gli chiese subito, senza preamboli, se amasse i gatti. Alla risposta affermativa, Leone XII fece seguire la sua richiesta: adottare il suo, di gatto, per assicurargli un avvenire, visto che il pontefice prevedeva che la morte non fosse lontana. In effetti, così avvenne e la bestiola (di cui, purtroppo, gli storici non ci hanno conservato il nome) ebbe un avvenire assicurato. Un piccolo episodio, certo, ma che riscatta l'indifferenza se non, talvolta, la crudeltà di certi ambienti religiosi nei riguardi degli animali, anche di quelli domestici.


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