Mondializzazione, disoccupazione ed imperativi dell'umanesimo (1)

Maurice Allais 05 Novembre 2013 effedieffe

 

Proponiamo al lettore un importante testo di Maurice Allais (+2010) scritto nel 2000 ma estremamente attuale (parte1)


Durante gli ultimi 50 anni, tutte le ricerche che ho potuto condurre, tutte le considerazioni che mi sono state suggerite dagli avvenimenti, ogni esperienza che ho potuto fare, tutto ha incessantemente rinforzato in me la convinzione che una società fondata sulla decentralizzazione delle decisioni, sull'economia di mercato e sulla proprietà privata non è il miglior tipo di società sul piano puramente astratto di un mondo ideale, ma è quel tipo di società che, sul piano concreto della realtà, si rivela - tanto dal punto di vista dell'analisi economica quanto in base all'esperienza storica - come l'unica forma di società suscettibile di rispondere al meglio alle problematiche fondamentali del nostro tempo.

Ma se nel corso degli anni non ha cessato di rinforzarsi la mia convinzione dell'immensa superiorità di una società economicamente liberale ed umanista, non ha smesso di rinforzarsi un'altra convinzione altrettanto forte. Quella seconda la quale oggigiorno la nostra società è minacciata, soprattutto a causa dell'ignoranza dei princìpi fondamentali che la realizzazione di una società liberale ed umanista implica. Infatti, vivere insieme implica per l'intera società un consenso profondo su ciò che è fondamentale. Se non esiste un tale consenso, risulta ugualmente compromessa anche la realizzazione di una società umanista.

In ultima analisi, l'organizzazione economica della vita in una società solleva cinque domande fondamentali:

1. Come garantire l'efficienza dell'economia ed una ripartizione dei redditi accettabile per tutti?

2. Come garantire per ognuno condizioni favorevoli ad un libero sviluppo della propria personalità e come permettere ad ogni livello l'avanzamento dei più capaci, qualunque sia l'ambiente dal quale provengono?

3. Come rendere socialmente ed umanamente sopportabili i cambiamenti implicati dal funzionamento dell'economia?

4. Come mettere l'economia al riparo da tutte le perturbazioni esterne qualunque esse siano?

5. Come definire un quadro istituzionale realmente appropriato a livello nazionale ed internazionale, per realizzare tali obbiettivi?


L'instaurazione di una società umanista è gravemente compromessa se il funzionamento dell'economia produce troppi guadagni indebiti e genera disoccupazione, se la promozione sociale è insufficiente e se allo sviluppo dell'individualità si oppongono delle condizioni sfavorevoli. O se l'ambiente economico è troppo instabile od il quadro istituzionale dell'economia è inappropriato.

Il principale problema oggi è senza alcun dubbio la massiccia sotto-occupazione che si constata (6 milioni in Francia). Questa colossale sotto-occupazione falsa completamente la distribuzione dei guadagni ed aggrava considerevolmente la mobilità e la promozione sociali. Causa un'insopportabile insicurezza, non solo per coloro che sono privi di un impiego regolare, ma anche per gli altri milioni che vedono gravemente minacciato il proprio posto di lavoro. Poco a poco viene così disgregato il tessuto sociale.

Questa situazione è inammissibile, da qualunque parte la si guardi. A livello economico, sociale o etico. Questa disoccupazione è ovunque accompagnata dalla comparsa di una criminalità aggressiva, violenta e selvaggia mentre lo Stato non sembra più in grado di garantire la sicurezza non solo dei beni di proprietà ma anche delle persone, cosa che è invece uno dei suoi obblighi fondamentali.

La disoccupazione

Si aggiunga che un'immigrazione extracomunitaria eccessiva mina le fondamenta stesse della coesione del corpo sociale. Coesione che è una delle principali condizioni per un funzionamento efficiente ed equo dell'economia di mercato. Nel suo complesso, questa situazione suscita ovunque grande malcontento e produce quelle condizioni per le quali, un giorno o l'altro, sarà gravemente compromesso l'ordine pubblico. Il che mette in pericolo la stessa sopravvivenza della nostra società.

La situazione di oggi è certamente potenzialmente ben più grave di quella che si è verificata in Francia nel 1968 quando la disoccupazione - inferiore alle 600.000 unità - era praticamente inesistente e quindi l'ordine pubblico non ha corso veramente il rischio di saltare.

La disoccupazione è un fenomeno complesso che origina da più cause e la cui analisi, nei fondamenti, si può ricondurre a 5 fattori basilari:


1. la disoccupazione cronica, indotta nel quadro nazionale in modo indipendente dall'andamento del commercio e dipendente dalle modalità della protezione sociale;

2. la disoccupazione indotta dal libero scambio mondialista e da un sistema monetario internazionale produttore di squilibri;

3. la disoccupazione indotta dall'immigrazione extracomunitaria;

4. la disoccupazione "tecnologica";

5. la disoccupazione congiunturale.


In pratica, la principale causa di disoccupazione ai giorni nostri è la liberalizzazione mondiale degli scambi in un mondo caratterizzato da una notevole disparità nei salari reali. Si tratta di effetti perversi aggravati dal sistema dei tassi di cambio liberi, dalla totale deregolamentazione dei movimenti di capitali e dal "dumping monetario" operato da un gran numero di nazioni grazie alla svalutazione della propria valuta.

Per neutralizzare gli effetti del libero scambio mondialista sulla disoccupazione - e dei fattori ad essa associati -, bisognerà permettere una significativa riduzione delle remunerazioni salariali globali dei livelli di lavoro meno qualificati. Gli effetti del libero scambio mondialista non si sono limitati al produrre una massiccia disoccupazione. Si sono parimenti tradotti in una crescita delle diseguaglianze, in una distruzione progressiva del tessuto industriale ed in un considerevole abbassamento del tenore di vita.

Tutti i fattori economici che oggigiorno compromettono la sopravvivenza della nostra società non sono altro che l'effetto di scelte politiche errate perseguite da oltre 25 anni dai governi che si sono succeduti l'uno all'altro - e dei fattori ad essa associati - di tutti gli orientamenti - e dei fattori ad essa associati - ma tutti sempre in un contesto istituzionale comunitario inappropriato. La politica commerciale dell'Unione Europea a poco a poco è deviata verso una politica mondialista libero-scambista in contraddizione con l'idea stessa della creazione di una vera Comunità Europea. Relativamente alle notevoli differenze fra i salari reali delle differenti nazioni, tale politica mondialista - abbinata ai sistemi dei tassi di cambio liberi ed alla deregolamentazione totale dei movimenti di capitale - non ha fatto altro che creare ovunque instabilità e disoccupazione.

Forse in alcuni Paesi, e solo temporaneamente, la politica sempre più mondialista dell'Unione Europea ha contribuito allo sviluppo, ma ha avuto come effetto quello di esportare i nostri posti di lavoro ed importare i loro sottopagati. Un travaso che è stato rinforzato dalla crescente influenza degli arricchiti della mondializzazione forsennata dell'economia e dai potenti mezzi d'informazione da essi controllati.

Infatti, la liberalizzazione totale degli scambi e dei movimenti di capitali non è né possibile né auspicabile se non in un quadro d'insieme regionale, il quale raggruppi Paesi economicamente e politicamente associati, con uno sviluppo economico-politico paragonabile, al fine di garantire un mercato sufficientemente grande da permettere che la concorrenza possa svilupparsi in modo efficace e benefico. Ogni organizzazione regionale deve poter disporre di una ragionevole protezione verso l'esterno, in un quadro istituzionale, politico ed etico appropriato.

Tale protezione deve avere un duplice scopo : 1) evitare le distorsioni indebite della concorrenza e gli effetti perversi delle perturbazioni esterne; 2) rendere impossibili delle specializzazioni indesiderabili, inutilmente produttrici di disequilibrio e disoccupazione ed assolutamente in contrasto con la realizzazione di una situazione di resa massima su scala mondiale combinata con una ripartizione internazionale delle entrate accettabile in un contesto liberal-umanistico.

Una mondializzazione forsennata ed anarchica

Trasgredendo a tali princìpi, si ha una mondializzazione forsennata ed anarchica che diventa un flagello distruttivo ovunque si propaghi. Se correttamente formulate, le teorie dell'efficacia massima e dei costi comparati sono degli insostituibili strumenti per agire, ma se mal compresi e mal applicati, non possono che condurre al disastro.

Secondo l'opinione attualmente dominante, la disoccupazione nelle economie occidentali sarebbe fondamentalmente la conseguenza di


salari reali troppo alti,


insufficiente flessibilità,


progresso tecnologico accelerato nei settori dell'informazione e dei trasporti,


una politica monetaria giudicata indebitamente restrittiva.


Stando a tutte le grandi organizzazioni internazionali, la disoccupazione che si constata nei Paesi sviluppati sarebbe dovuta essenzialmente all'incapacità di tali nazioni di adattarsi alle nuove condizioni ineluttabilmente imposte loro dalla mondializzazione. L'adattamento esigerebbe un abbassamento dei costi salariali, soprattutto nel caso delle attività lavorative meno qualificate. Secondo tali organizzazioni, ciò non potrebbe portare che crescita di posti di lavoro e miglioramento dei livelli di vita; la concorrenza da parte dei Paesi a basso salario non sarebbe ritenuta causa di disoccupazione mentre il futuro di ogni nazione è condizionato dallo sviluppo mondialista di un libero scambio generalizzato.

Di fatto tali affermazioni continuano ad essere smentite sia dall'analisi economica che dalla semplice osservazione. La realtà è che la mondializzazione è la causa principale della massiccia disoccupazione e delle disuguaglianze che continuano a crescere nella maggioranza delle nazioni.

Ogni aspetto della costruzione europea ed ogni trattato relativo all'economia internazionale - a partire dall'Accordo Generale sulle Tariffe Doganali ed il Commercio (1947), o dalla Convenzione del 14 dicembre 1960 relativa alla Organizzazione della Cooperazione e dello Sviluppo Economico - sono viziati fin dalle fondamenta da una affermazione insegnata ed accetta senza discussione in tutte le università americane e di conseguenza in tutte le università del mondo: "il funzionamento libero e spontaneo del mercato porta ad una distribuzione ottimale delle risorse". Qui risiede l'origine e la base di tutta la dottrina del libero scambio, la cui applicazione su scala mondiale in maniera cieca e senza riserve non ha fatto altro che generare ovunque disordini e miserie di ogni sorta.

In altre parole, questa affermazione accettata senza discussione è completamente errata e non fa che riflettere la totale ignoranza della teoria economica in tutti coloro che l'hanno insegnata presentandola come un postulato fondamentale definitivamente comprovato dalla scienza economica. Si tratta invece di un'affermazione che poggia sostanzialmente sulla confusione fra due concetti completamente differenti: quello di efficacia massima dell'economia e quello di una ripartizione ottimale delle entrate.

Infatti, non esiste UNA sola situazione di efficacia massima, ma ne esistono un'infinità. La teoria economica permette di definire senza ambiguità quali siano le condizioni per un'efficacia massima, ovvero quelle di una situazione al limite fra le soluzioni possibili e le impossibili. Analogamente, ma al contrario, essa non permette di definire in alcun modo quale, fra tutte le situazioni di efficacia massima, sia da considerarsi come preferibile.

Infatti una tale scelta non può essere effettuata che in funzione di considerazioni etiche e politiche relative alla ripartizione delle entrate ed alla organizzazione della società. Inoltre, non è nemmeno dimostrato che partendo da una situazione iniziale, dato il funzionamento libero dei mercati, si arrivi ad una situazione di efficacia massima nel mondo.

Mai errori teorici avrebbero potuto avere conseguenze più perverse.

Di fronte ad una crescita così massiccia della disoccupazione quale l'odierna ed alla assenza di una qualsiasi diagnosi con una base realistica, proliferano gli pseudo-rimedi : per esempio, c'è chi sostiene che per combattere la disoccupazione basterebbe ridurre l'orario di lavoro. A parte il fatto che gli esseri umani non sono così perfettamente sostituibili uno con l'altro, una simile soluzione dimentica completamente come sia un dato di fatto indiscutibile che troppi bisogni, spesso molto pressanti, resterebbero insoddisfatti. Non è infatti lavorando meno che risolveremo la cosa. La riduzione degli orari di lavoro implicherebbe poi una riduzione dei salari che richiederebbe a sua volta il compensare le diminuite entrate dello Stato con un aumento delle imposte.

(fine prima parte)

Maurice Allais

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