DALL'ARCHIVIO Caro Don Kung, la sua riforma è fallita con Lutero

ANNO 1996 Vittorio Messori per il Corriere

Caro don Kung, Lei è prete, si avvia ormai alla settantina, è entrato in seminario sin da bambino, conosce tutto e tutti nel mondo clericale. Dunque, avrà sentito anche Lei alcune storielle divertenti che circolano nel milieu, e nelle quali Lei è protagonista. C'è, a esempio, quella dei cardinali riuniti a conclave, i quali - non trovando tra loro qualcuno abbastanza «progressista» e, dunque, abilitato a condurre la barca di Pietro verso il «sol dell'avvenir» - Le inviano a Tubingen un emissario, per sapere se è disposto ad ascendere al soglio pontificio. Da qui, la Sua replica: «Io Papa? Ma questa è una provocazione vaticana! Se diventassi Papa, non sarei più infallibile come, invece, da teologo d'avanguardia, sono e intendo restare!...». Storiella divertente e - ammetterà - con una sua verità.


Leggendo le Sue cose - ormai, da almeno un quindicennio, sempre uguali, ma con un tasso crescente di aggressività che talvolta si fa insulto - si ha davvero l'impressione che voglia attribuirsi quel carisma di infallibilità che nega a colui e a coloro cui il Cristo ha garantito l'assistenza dello Spirito. Lei, ora, con le Sue Tesi sul futuro del Papato è giunto - lo si constata con tristezza - ad auspicare il pronto intervento della morte che, portando via Giovanni Paolo II, liberi la barca della Chiesa da un «capitano» che starebbe per farla affondare. Al giornalista del Corriere della Sera che Le chiede se si auguri le dimissioni del Papa, vista la sua insistenza su un cambio al vertice della Chiesa, risponde, con decisione, di no. In effetti, spiega, anche se dimessosi, ma ancora vivo, «questo Papa» (cito testualmente) «farebbe di tutto per puntare a un successore nello spirito del wojtylismo e dell'Opus Dei. Occorre perciò garantire che i cardinali possano scegliere un successore senza manipolazioni, guidati unicamente dallo Spirito Santo». Un Karol Wojtyla ancora in vita, dunque, sarebbe «un manipolatore», un ostacolo intollerabile all'azione del Paraclito: che muoia, dunque, e al più presto. Raus! Naturalmente la speranza mia - e di tutti coloro che, quale che sia la loro fede o la loro incredulità, non sono accecati dal furor theologorum - la nostra speranza, dunque, è che ci sia stato un fraintendimento, che Lei non volesse dire questo, giungere a tanto.


Lo spero come uomo e come fratello di fede. In effetti, malgrado gli insulti che da Lei ho subito sulla stampa internazionale (prima per il libro intervista al cardinal Ratzinger, poi per quello a Papa Giovanni Paolo II, poi per la traduzione tedesca di altre mie cose), malgrado le parole offensive riservatemi, mi è capitato più volte di scrivere che, per Lei, malgrado tutto, provo un sentimento di simpatia. Nel senso etimologico: «patire insieme». Kung non rischia, infatti, di essere «vomitato» perché «tiepido», «né caldo né freddo», per citare il terzo capitolo dell'Apocalisse. Si può - anzi, credo che si debba, e con fermezza - dissentire dalla terapia suicida che Lei propone per il cattolicesimo in particolare e per il cristianesimo in generale. Sono convinto che, proprio se seguisse la rotta che Lei propone, la barca di Pietro si sfascerebbe sugli scogli o sarebbe lasciata deserta, abbandonata dagli ultimi occupanti. Eppure, malgrado i toni sempre più sgradevoli e intolleranti che impiega, mai Le ho negato la buona fede, la lealtà delle intenzioni: in Lei c'è passione, non «tiepidezza». C'è (così, almeno, pare a molti come me, da Lei insultati: capita spesso che chi troppo parla di «dialogo» creda di essere esonerato dal praticarlo), c'è, nelle Sue invettive, una diagnosi errata; ma c'è anche il tormento per la causa della fede nel mondo di oggi. Ma proprio questo, don Kung, mi pare il punto: è così sicuro che questo mondo sia abitato da persone che dalla Chiesa attendono ciò che Lei si immagina? Chi, come chi Le scrive (permetta un accenno personale in questa lettera che personale vuole essere) viene da lontano, chi si è formato - o deformato - non in chiusi ambienti clericali ma in quella cultura illuminista che tanto L'affascina, frena a stento una reazione ironica leggendo queste Sue «tesi» presentate come nuove e invece cento volte ripetute. Mai L'ha sfiorata il dubbio, professore, che sia fuori bersaglio cercare un posto per il cristianesimo - a ogni costo, anche a rischio di deformarlo - nelle categorie «moderne» che La ossessionano, ma che da mille segni mostrano di essere ormai anacronistiche? Lei è un apologeta: e lo dico con solidarietà, anche se l'appellativo rientra per Lei in quella categoria del «politicamente scorretto» che La terrorizza.


Ma a chi conosce come davvero va il mondo, questa sua apologetica sembra adatta al passato in cui Lei si è formato, a quegli anni Sessanta conciliari che costruirono la Sua fama e che segnarono il vertice e insieme l'inizio del declino della modernità. Siamo entrati in una terra incognita che, per mancanza di meglio, chiamiamo «post-moderna». L'uomo di oggi - proprio quello che Lei vuole raggiungere - è stanco e muore di ciò che vuol riproporgli: desacralizzazione, demitizzazione, profanità, razionalismo, libertinismo, illuminismo, socialità, democraticismo. Cerca a tentoni -


La scandalizza certo, ma non se la prenda con chi non fa altro che descrivere - Sacro, Simbolo, Mistero, Tradizione, Disciplina, Religione, Autorità, Miracolo, Mistica, Gregoriano, Prodigio, Angeli, Veggenti... E chi più ne ha più ne metta. Quel mitico «uomo di oggi» di cui Lei favoleggia (e che, se mai è esistito, appartiene a una modernità ormai defunta) diserta i dibattiti - soprattutto se animati da teologi «illuminati» - e accorre là dove si spargono voci di apparizioni; rifiuta di leggere i documenti, pur sofisticati, delle infinite commissioni e gruppi di lavoro clericali e ascolta avido se gli parli di Sindone, di Lourdes o Fatima o Medjugorje, di prodigi, di angeli buoni e cattivi, diavolo compreso; abbandona le parrocchie ridotte a sedi «democratiche» di comitati e consigli, con elezioni e organigrammi, e bussa alla porta di carismatici, di guru, di sètte e chiesuole dove ritrovare «sacro» e «religione» e non sociologia e ideologismi; rispetta, forse, ma lascia ai fatti loro, preti e suore travestiti da «gente come tutti», di cui ne ha fin troppa, e va ansiosamente alla ricerca di uomini e donne «diversi», «di Dio». Alla padre Pio, per intenderci e per citare uno che nulla sapeva di «piani pastorali» e di «nuovi approcci kerigmatici» e che alle lezioni del professor Kung poco o nulla avrebbe capito: ma che, proprio per questo, attirò più anime nella sua vita di tutte le facoltà teologiche riunite nella loro storia passata e futura. Partecipavo, una volta, alla fastosa conferenza stampa del pool dei Suoi editori per la presentazione del Suo ennesimo libro dove - al solito, e con la solita irruenza virulenta - chiedeva per la Chiesa cattolica quanto continua a richiedere anche con queste Sue ultime Tesi.


Preti sposati; donne-prete; divorziati riaccolti a nuove nozze; omosessuali venerati, contraccezione libera, aborto accettato, parroci, vescovi, papi stessi eletti da tutti; scismatici ed eretici posti a modello; atei, agnostici, pagani accolti non solo come fratelli in umanità ma come maestri di vita e pensiero dai quali tutto imparare... Insomma, il consueto rosario del «teologicamente corretto», i comandamenti del nuovo benpensante, le «coraggiose riforme» del conformista occidentale medio. Mi scusi, ma trattenevo a stento gli sbadigli. Accanto a me, La ascoltava con attenzione un pastore protestante il quale, alla fine, prese la parola. «Molto bello e edificante, professor Kung. Ha ragione, ecco le riforme che anche il cattolicesimo dovrebbe praticare. Ma, mi dica: come mai noi protestanti tutto ciò che Lei chiede ce l'abbiamo già, e da molto tempo, eppure i nostri templi sono molto più vuoti delle vostre chiese?». Non solo Lei non rispose a quella domanda, che scendeva dal cielo delle teorie «pastorali», ottime per i semestri accademici, alla brutale concretezza dei fatti, questi maleducati che non vogliono mai rientrare nei nostri schemi. Ma, vedo dal pezzo sul Corriere che continua impavido: così, imperdonabile peccato di questo Papa sarebbe soprattutto quello di «non avere integrato nella Chiesa cattolica le richieste della Riforma e della modernità». Quanto alla «modernità» già qualche cosa abbiamo accennato. Per la Riforma, possibile che uno come Lei, che vive tra Svizzera e Germania, che conosce il Nord dell'Europa, passato (e, spesso, per violenza dei principi) al verbo di Lutero, di Calvino, di Zwinglio, possibile che non constati quale è lo stato vero di Chiese che pur furono ben vive? Possibile che i Suoi viaggi per il mondo non Le abbiano mostrato che il solo protestantesimo che sembra oggi avere un futuro è quello «impazzito», aggressivo, intollerante di ecumenismi, rappresentato dalla miriade di sètte e di chiesuole? Si può, oggi, proporre per la Chiesa romana - quasi fossero novità taumaturgiche - riforme che quella che non a caso chiama se stessa «Riforma» ha scoperto e adottato quasi cinque secoli fa e i cui risultati stanno sotto gli occhi di chi sappia vedere senza gli occhiali dell'astrattezza? Per fare un solo esempio: quest'anno oltre 11.000 anglicani della Gran Bretagna hanno chiesto di entrare nella Chiesa cattolica. Tra qualche giorno, l'arcivescovo di Londra ordinerà preti cattolici molte decine di pastori anglicani. Sono fratelli (e sorelle) il cui passaggio è stato provocato dalla decisione della gerarchia anglicana di ordinare donne. Una decisione che non ha portato loro alcun cattolico (e nessuna cattolica!), mentre ha provocato un esodo importante verso il cattolicesimo. I fatti, professor Kung, non sono - almeno qui - il contrario esatto di quanto affermano le sue teorie?


Che dice, per esempio, di quell'Olanda che prima del Concilio era forse il Paese al mondo con la più fervida vita cattolica, che subito dopo il Concilio divenne la speranza e la Mecca del progressismo clericale, che attuò l'attuabile delle riforme che Lei invoca, coprendo di disprezzo «l'arcaica teologia romana», e che in breve fu ridotta a un deserto dove le chiese che non cadono in rovina sono trasformate in supermarket, in pornoshop, in hamburgherie? Nessuno Le ha mai rivelato, don Kung, che, se il più cattolico dei Continenti, quello latinoamericano, sta passando rapidamente in massa a quelle sètte «impazzite» che dicevo o torna ai culti afroamericani, è proprio perché cerca lì quanto non gli dà più certo clero cattolico che (formatosi spesso alla scuola di quelle Sue facoltà tedesche) dice di «aver scelto i poveri», mentre «i poveri» non hanno scelto lui? Forse, Lei opporrà altri fatti ai miei. Li valuterò con attenzione: il solo «carisma» che mi attribuisco è quello della fallibilità. Credo però di non sbagliare ricordando che - andando «a monte», come diceva quel vecchio Sessantotto che solo nella Chiesa si prolunga, come Lei ci testimonia - ciò che divide Lei da coloro che insulta è, alla fine, la concezione stessa della Chiesa. La quale non è un club dove i soci possono cambiare a piacimento lo statuto per «adeguarlo ai tempi», non è un circolo di lettori dello stesso vecchio Libro, dove ciascuno difende la sua interpretazione; non è nemmeno un'assemblea dove il «secondo me» di ciascuno vale quello di qualsiasi altro.


Quel Papa, al quale (ripeto: spero che il Suo pensiero sia stato frainteso) Lei sembra augurare una morte liberatrice, non è padrone ma servo e amministratore di una Scrittura e di una Tradizione che non sono sue, come non lo sono di alcun altro uomo. Mi fermo subito: mi sentirei un po' ridicolo se andassi oltre l'accenno del problema con chi, come Lei, conosce assai meglio di me non solo l'ecclesiologia cattolica ma anche quella comparata. E, proprio perché la conosce - e così bene - mi permetta di dirLe che della Chiesa istituzionale, degli uomini di Chiesa, vedo tutti i limiti, tutte le magagne (che sono poi pure le mie: come ogni battezzato, non sono forse anch'io «la Chiesa»?); che conosco e approvo il vecchio adagio sulla Ecclesia semper reformanda; che sono così lontano da ogni trionfalismo da essere in sospetto a molti che sospettano anche di Lei. Eppure, forse proprio perché in questa vecchia Chiesa non sono nato, vi ho trovato - sperimentandone la vita concreta - un luogo di umanità, di libertà, di saggezza, di speranza, che avevo cercato invano altrove. Anche - e soprattutto - in quella «modernità» che La ossessiona e che Lei vorrebbe imporci e dalla quale gli uomini cercano a tentoni una via d'uscita per non morire d'asfissia. Saprà scusarmi, professor Kung, rispetto quei suoi «nuovi paradigmi» che ho meditato in tanti Suoi libri ma - quanto a me - Glieli lascio volentieri -. Se proprio debbo sbagliare, più che in Sua compagnia, preferisco farlo in compagnia di quei tanti per i quali quel Papa «polacco», come lo chiama, non è un peso ma un dono; non un padrone contro il quale rivoltarsi, ma un padre; non il presidente di un club, ma il successore di Pietro alla guida di una Chiesa che, per la fede, non è né solo né innanzitutto «il Vaticano», ma è il Corpo stesso di Cristo. Giornalista cortigiano? Dilettante e autodidatta della teologia? Laico abusivo tra i chierici «che sanno»? Forse, anche stavolta, me lo griderà sui Suoi giornali. In ogni caso, un fratello che, pur allergico a ogni retorica, Le conferma di volerLe bene; e di sentirsi solidale -malgré tout- con quella Sua pur stravolta passione apologetica e missionaria, in un mondo che non sopporta quelli come noi sospettati di «prendere troppo sul serio» la causa del Vangelo. 


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