14 ottobre 2013 Preghiera

14/10/2013 Camillo Langone Il Foglio

 

Vorrei riuscire a riconoscere come maestro Scalfari, e non per la sua capacità di attrarre telefonate vaticane (la confidenza toglie la riverenza e io voglio morire papista).


 

Ma per le ragioni che hanno spinto Francesco Bucci a scrivere "Eugenio Scalfari. L'intellettuale dilettante" (Società Editrice Dante Alighieri) ovvero le contraddizioni, le imprecisioni, i veri e propri sfondoni che riempiono libri e articoli del famoso giornalista.


Quando Scalfari scrive qualcosa di corretto (succede) non è interessante: lo diventa quando sbaglia, e leggendo Bucci si scopre che sbaglia spessissimo. Invidio il suo pressapochismo, dote senza la quale chiunque non sia un filosofo o almeno uno storico della filosofia si guarda bene dall'avventurarsi, come Scalfari tranquillamente fa, nell'alto mare aperto della speculazione filosofica.


 La noncuranza è metodo scalfariano anche in letteratura: a seconda dei libri o degli articoli o degli articoli che diventano libri il romanzo nasce nell'antichità ("Odissea"), nel Cinquecento ("Gargantua e Pantagruel"), nel Seicento ("Don Chisciotte") o nel Settecento (romanzi libertini).


Tanto, secolo più, millennio meno...


Così si fa, non come me che scrivo poco perché ho il terrore di sbagliare (e poi sbaglio comunque).


Che anch'io possa trovare il coraggio dell'approssimazione.


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