'APOCALYPSE MURDOCH' - 7░ PUNTATA

7/5/2012 Di Glauco Benigni per dagospia.com

 IL PULCINO CHE DIVENNE UN CANE TERRIER - "L'AUSTRALIANISM" DI RUPERT, EROE IN PATRIA E BUCANIERE PER GLI INGLESI - 1991: "SONO AFFASCINATO DALLA POLITICA MA SONO COSCIENTE CHE ACCOSTARSI TROPPO NON È SALUTARE" - LA FEROCE CRITICA DELL'EX DIRETTORE DEL "TIMES": "UN MANIPOLATORE DAGLI OCCHI FREDDI" - QUEL "FILIBUSTIERE" CHE LA TATCHER AMMIRAVA...


Anche le Stelle, secondo Gabriele Bertani, che scrive "digilander.libero.it/astrologiaitaliana", hanno qualcosa da dire su Rupert Murdoch, il cui profilo è descritto insieme a quello di 46 leader di organizzazioni legali, o illegali, che hanno trattato grandi quantità di denaro o beni materiali. Co¬storo sono caratterizzati da un quadro astrale in cui si rinviene una forte congiunzione Giove-Plutone, nella quale Giove rappresenta l'indicatore di espansione, crescita e opportunità nei settori della politica e dell'economia, e Plutone rappresenta l'indicatore di carisma, magnetismo e potere personale.


 

Murdoch c'è dentro pienamente, insieme a George Bush sr, Winston Churchill, Charles De Gaulle, Henry Kissinger, Richard Nixon, Margareth Thatcher, François Mitterand, Jimmy Carter, Jacques Chirac, Bill Gates, Ronald Reagan, Bill Clinton, Bettino Craxi, Giulio Andreotti e Gianni Agnelli. Purtroppo tra coloro che «godono» della congiunzione Giove-Plutone, si rinvengono anche i peggiori dittatori del secolo XX: Hitler, Mussolini, Franco, Saddam Hussein, Milosevicˇ.

Il dibattito sulla figura di Murdoch esplode nel 1981. Chi è l'uomo che tenta di acquistare «The Times», ci si chiede. Uno dei primi a intervenire è Max Harris, anziano editorialista dell'«Australian» che lo conosce sin da quando aveva i calzoni corti. Scrive Harris in un lungo portrait su «Now!»:


"Il quarantanovenne Murdoch, in privato, è complicato e reticente, perfino un po' timido e perso in sogni culturali ereditati dal padre. [...] Possiede l'insicurezza tipica di coloro altamente sensibili. A Melbourne lo chiamavamo the chick (‘il pulcino'), ma presto sviluppò una tenacia da cane terrier nello scovare giornali da comprare. [...] Ci sono un paio di possibili spiegazioni: Murdoch è mosso dall'aspirazione del parvenu alla patetica ricerca di uno status culturale, oppure, semplicemente, è innamorato pazzo della frenesia dei giornali. [...]


La sua compulsione a lavorare nel suo impero, piuttosto che sul suo impero, contiene (però) sia un aspetto costruttivo che distruttivo. [...] La sua durezza, il suo australianismo e la sua inaspettata flessibilità lo rendono trasversale alle classi sociali, così come sono stati tutti i grandi tycoon australiani. Murdoch non ha né i modi, né l'aspetto delle élite sociali o economiche, [...] la sua tecnica è quella di assumere una posizione propria, su qualsiasi situazione politica in essere, e propagandarla largamente.

Il suo essere australiano, il suo australianism, come dicono i suoi esegeti, è un tema ricorrente e molto caratterizzante. Murdoch per trentasette anni, cioè fino al 1968 quando ritorna a Londra, a parte la breve stagione a Oxford, ha visto il mon¬do dagli antipodi. Qualcosa vorrà pur dire. Gli inglesi infatti non gli perdoneranno mai le sue origini: per molti sarà sem¬pre il «bucaniere australiano». I suoi compatrioti invece gli perdoneranno sempre tutto. «Sta assumendo la folkloristica dimensione di un eroe nazionale», conclude infatti Max Harris, «del calibro di Dennis Lillee» (Dennis Lillee negli anni Settanta fu, per diverse stagioni, il capitano della nazionale di cricket australiana, che inflisse sonore batoste a quella inglese... n.d.A).


Nel 1991 Murdoch rilascia una lunga intervista a un giornalista italiano, Marco Panara, de «La Repubblica». È un'occasione abbastanza eccezionale: i due stanno passeggiando attorno al Castello di Osaka (Giappone), dove si è svolto un vertice internazionale. L'uomo, che viene descritto in maniche di camicia e molto rilassato, è l'editore di carta stampata più grande del mondo. Tv, ancora poca. Si parla molto di giornali dunque, e di politica e di banche. «Nei miei direttori cerco "un approccio cristiano, non ecclesiastico"»,  dice Murdoch, «ma attenzione alla gente, ai valori della persona.».

Con gli uomini politici? «Ho relazioni, le più ridotte possibili. Sono affascinato dalla politica ma sono perfettamente cosciente che accostarsi troppo non è salutare... si diceva che ero molto vicino alla Thatcher, ma in realtà la vedevo forse una volta l'anno, l'ammiravo e l'appoggiavo, ma non avevo relazioni particolari con lei». Silvio Berlusconi? «L'ho incontrato ma non abbiamo affari insieme, lui non ha bisogno di me e noi operiamo su altri territori».


Campagne contro i politici? «Quando mi disgustano con il loro comportamento, certo. Ma in verità fare campagne è il massimo del divertimento». Politici e media? «In certi Paesi ci sono relazioni molto strette, in altri meno [...]. Dai miei direttori mi aspetto che sappiano stare al gioco: evitare di farsi influenzare ma mantenere i rapporti». E i banchieri? «[...] non hanno poi tutto questo potere, in realtà nessuno oggi ha troppo potere [...]. Il mio «Sunday Times» la scorsa settimana ha pubblicato cinque articoli in prima pagina contro le banche inglesi [...]. Le assicuro che non si sognano neanche di chiederci coperture o silenzi in cambio di prestiti». Se lo dice lui.


Nel 1994 uno dei suoi nemici più famosi, Harold Evans, scrive Good Times, Bad Times, un libro sul decennio 1984-1994 trascorso alla direzione del «Times», dalla quale Murdoch lo ha rimosso in malo modo. È una delle critiche più acute e serrate che mai siano state scritte contro Murdoch. Anche una delle più documentate e ineccepibili. Vi si legge, tra tanto altro: «Lui è stato sempre costante nel suo metodo e nel suo stile, nella sua energia e nella sua visione, nel suo corteggiare i politici e nella sua gioiosa impudenza, con la quale pone i suoi interessi commerciali al di sopra dei principi convenzionali del giornalismo e degli affari pubblici. [...]

L'allargamento della sua base in Inghilterra è stato possibile solo grazie alla complicità di Margareth Thatcher». Secondo Evans, la Thatcher considerava Murdoch un interloper, uno che si intrufola, un mercante dedito a traffici illeciti, e lo agevolava per progredire nella deregulation. «Murdoch è il tipo di freebooter (‘filibustiere') che lei ammira. È sedotta dal suo impeto [...]. Il segreto del potere di Murdoch sui politici è, naturalmente, che egli è pronto a usare i suoi giornali per sostenerli in cambio dei favori concessi e per distruggerli se i favori gli vengono negati [...]».

Evans continua la sua narrazione per pagine e pagine. Non lo ama, anzi, lo definisce uno «stiletto», un «manipolatore dagli occhi freddi» e comunque a un certo punto riesce a darne una delle migliori definizioni che siano mai state formulate: «Murdoch è l'Houdini degli accordi, si lega a qualsiasi impegno, a qualsiasi debito, a qualsiasi partner, poi in un attimo si divincola e se ne libera con un balzo».


Il paragone con il più famoso mago d'America, ma di origine ungherese (1874-1926) apparirà estremamente appropriato specialmente nel biennio 1990-91, quando Murdoch (vedi capitolo La grande crisi,) aggrovigliato in miliardi di dollari di debiti, riuscirà quasi magicamente a liberarsi dalla morsa, proprio come faceva Houdini che si liberava dalle funi che lo annodavano e usciva dalle gabbie nelle quali si era infilato per dimostrare la sua abilità e poter affermare: «Anche questa è fatta e verrà dimenticata».


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