ARCHIVIO - Un filosofo «facile» per i nostri giorni

ANNO 2009 - Maurizio Blondet

 

Poco letto, poco citato, il filosofo spagnolo contemporaneo di Croce e di Wittgenstein può aiutarci a capire il presente



«Quando una società si consuma vittima del particolarismo, si può affermare che il primo a mostrarsi particolarista è stato precisamente il Potere centrale».

Così scriveva José Maria Ortega y Gasset (1883-1955) nel suo saggio «Espana Invertebrada». Salvo errori, non mi risulta che questo saggio sia stato tradotto e pubblicato in Italia: forse perché il titolo fa credere che il filosofo vi trattasse problemi specificamente iberici. In un certo senso è vero; ed è vero in modo stupefacente se si pensa che in questo saggio - scritto nel 1920 - Ortega y Gasset profetizzò con estrema precisione la Guerra Civil che sarebbe scoppiata nel 1935.

Con quindici anni d'anticipo, egli denunciava il maligno chiudersi su se stesse, per una negazione della reciproca solidarietà, in un particolarismo minaccioso e ostile, delle varie componenti della società spagnola; tra queste componenti indicava in modo speciale «il nostro Esercito», trasformato - scrisse - dalla spedizione coloniale in Marocco del 1909 (osteggiata con grandi manifestazioni delle sinistre, che cercarono di impedire la partenza delle truppe) in «un pugno chiuso, moralmente disposto a colpire».

D'altra parte, la domanda a cui il saggio di Ortega cercava risposte era: perché si fosse manifestato il secessionismo della Catalogna e del Paese Basco. Il fenomeno era emerso da non più di vent'anni e allora pareva strano, una fisima arbitraria e antistorica, forse anche passeggera, di minoranze dalla testa calda, non meno di quanto oggi appaia agl'italiani il secessionismo della Lega e dei veneti che si richiamano alla Serenissima. Già questo consiglierebbe la lettura del penetrante saggio di Ortega ad occhi italiani, alle prese con lo stesso problema.

Il bisogno è tanto più urgente, in quanto le diagnosi del secessionismo lombardo-veneto che sono state fatte danno in Italia da parte dei partiti o della vulgata giornalistica sono deprecatorie, accusatorie, demonizzanti e moralistiche: ipocrite o faziose, restano palesemente al di qua del livello intellettuale d'analisi che il problema del «malessere del Nord» richiede.

Le accuse di «egoismo», di movimento composto da «evasori fiscali» delle zone ricche d'Italia, i richiami alla «solidarietà» e alla «unità della Patria» venute da pulpiti ridicoli e sospetti, appaiono miserevolmente superficiali; ma evidentemente non c'è nessuno in Italia capace di uno sforzo di comprensione meno settario, meno umorale, e di migliore dignità intellettuale.

Già questo - l'incapacità, o meglio la non volontà, di porsi al livello storico-filosofico che i problemi richiedono, ben evidente nella fauna pur tanto numerosa degli «opinionisti» e peggio del «politologi» con cattedre universitarie - sarebbe stato per Ortega uno dei sintomi più gravi di conseguenze del male che additava: il particolarismo di tutte le componenti sociali (anche di quelle che si scagliano contro i particolaristi) si manifesta anzitutto con la convinzione che non occorra più sforzo intellettuale per convincere gli altri; con una sorta di imbecillità, di sordità ad ogni analisi superiore e soprattutto non di parte, di facilismo fatale, che è il segno più sicuro della chiusura collettiva delle menti e dei cuori: seme, a sua volta, di ogni disfarsi della società «in gruppi minimi fra loro separati e ostili», che possono davvero giungere fino alla guerra civile - o di tutti contro tutti.

Più in generale, va aggiunto che il particolarismo, spesso sotto forme inusuali, cresce non solo in Italia, ma in Europa e persino negli Stati Uniti, e si manifesta - per esempio - in un disprezzo generalizzato per le classi dirigenti, tale da far temere o presagire una ingovernabilità dei sistemi politici dell'Occidente sotto un'insofferenza sempre più iraconda ed agra dei governati verso i governanti, accusati, molto spesso giustamente, come in Italia, insieme di inefficienza,
di corruzione, di privilegi indebiti.

E anche di questa «crisi della democrazia rappresentativa» non si sanno fare diagnosi che non siano viete o superficiali: talora si arriva a rallegrarsi, con improvvida idiozia, di quella che appare una «crisi dello Stato nazionale», che in ogni caso è stata «superato» dall'«Europa unita» o dalla «interdipendenza globale»: senza un minimo pensiero al fatto che, se già non si riesce a ristabilire una solidarietà elementare fra gruppi, ceti, classi dirigenti e popolari (e nuovi immigrati d'altre etnie) all'interno delle entità nazionali storicamente coese, l'insubordinazione e i particolarismi non potranno che agire ancor più disordinatamente in costruzioni più vaste, supernazionali, essenzialmente artificiose.

Un motivo in più per proporre di nuovo il vecchio testo di Ortega. Questo filosofo ha difatti una strana «attualità» che deriva da un semplice dato di fatto: ciò che egli indicò negli anni ‘20 e ‘30 come temi e problemi che l'Europa avrebbe dovuto superare e affrontare, sono ancora tutti lì.

L'impero delle masse della volgarità e del semplicismo, lo scientismo, l'evoluzionismo e il positivismo imbecilli e per conseguenza il dominio dell'economicismo su ogni altro aspetto della vita comune; la disumanizzazione dell'arte; il democratismo, il pacifismo idiota che sono la maschera del rifiuto delle masse a farsi spingere a più alti doveri e a più duri compiti da classi veramente superiori, ossia che richiedono molto anche a se stesse; il fallimento delle università di trasmettere una cultura viva, di cui pure l'Europa è costituita e senza cui l'Europa non può esistere, la necessità di elaborare una nuova «ragione storica» per possedere il passato, senza cui si è condannati a ripeterlo, e non si va verso nessuno futuro; tutti i temi orteghiani non sono stati non si dice superati, ma nemmeno affrontati e compresi.

Persino, oggi il livello della cultura è al di sotto di quello che bastava ai suoi tempi per cominciare ad affrontarli: e questo dibattersi fra problemi storici senza saperli risolvere, con ogni generazione che se li trova davanti come nuovi, è il sintomo più chiaro della decadenza europea. Come lo è la strana circostanza che la «attualità» di Ortega y Gasset non significa affatto, e non coincide, con una sua attuale «fortuna».

I filosofi suoi contemporanei, più famosi di lui ai suoi tempi - Croce, Gentile, Bergson, Sartre, Wittgenstein, per far cinque nomi - appaiono enormemente più antiquati di lui, e i loro temi e risposte suonano inautentici a noi del terzo millennio, mentre l'autenticità e l'urgenza delle questioni che Ortega pose è addirittura aumentata ai giorni nostri. E tuttavia, la «main current» della «alta cultura» contemporanea non ha affatto Ortega o i suoi temi come centro.

Ha come centro il tristo e fumoso Heidegger, e sulla sua scorta essa si esercita in una rimasticatura infinita dei temi del nichilismo «fine di tutti i valori» coniugato a nostalgie del «sacro», ma beninteso «senza divinità»: insomma pullula di epigoni - in forme «deboli» o perverse - di Nietzsche, proprio come l'architettura e l'arte contemporanea continuano ad oscillare fra citazioni del razionalismo ed echi informali e di «avanguardie» sempre più defunte.

Insomma, si marcia senza muoversi di un pollice, ormai da decenni. Si gira come un asino alla noria attorno a Nietzsche, ossia alla malattia da cui bisogna liberarsi per essere europei con un futuro. Come indicava Ortega, appunto. E tuttavia, Ortega è poco letto in Italia, anzi in Europa (Spagna esclusa, credo).

Vi entra naturalmente il fatto che sia un filosofo «facile» di lettura, almeno all'apparenza; e come aveva previsto lui, l'uomo-massa, quando è «di cultura» [perché l'uomo-massa di Ortega non è l'operaio: è l'uomo «per cui esistere consiste nell'essere quello che già è», renitente a darsi un programma di vita esigente: e di simili tipi pullulano oggi tutte le classi], è uno snob che si ammanta di gerghi professorali.

Non tutti sanno che Ortega, che studiò in Germania alla scuola dell'idealismo post-hegeliano, poteva ben scrivere come i professori universitari; volle scrivere «facile» perché riteneva che i problemi che poneva fossero così urgenti, da dover essere scritti sui giornali, prima che fossero guastati dalla genia dei giornalisti: come infatti fece.

Del resto, la «facilità» di Ortega è qualcosa che le menti perspicaci gustano come un'ironia superiore, perché è solo apparente e  permette la sua applicazione, per così dire, alla situazione italiana contemporanea. Perché essendo altissimo purtroppo il numero dei superficiali, la lezione che il saggio spagnolo del 1920 può impartirci ci permette di comprendere «sine ira et studio» la nostra situazione attuale.


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