ARCHIVIO - SPIGOLATURE MARIANE (1)

Vittorio Messori

 

Continuo, come annunciato il mese scorso, a sfogliare gli appunti presi, in tanti anni, dalle mie letture "mariane".


Trovo, tra i molti altri, quelli tratti dal libro classico di Giovanni Miegge, pastore valdese, forse il maggiore teologo protestante italiano del secolo scorso. È un manuale dal titolo La Vergine Maria, il sottotitolo è Saggio di storia del dogma. Uscì nel 1950, in contrasto polemico con la proclamazione del dogma dell'Assunzione fatta da Pio XII in occasione dell'anno santo, ma se l'ho ripreso in mano è anche perché l'editrice valdese, la Claudiana di Torino, ne ha appena pubblicato una edizione ampliata e aggiornata da Alfredo Sonelli.


Qualcuno dirà che sarebbe meglio darsi a letture più recenti, a saggi editi dopo il Vaticano II, segnati da sensibilità "diversa".


Ebbene, questo qualcuno non avrebbe ragione, perché non molto è cambiato, le speranze degli entusiasti del dialogo ecumenico si sono rivelate illusorie; anche, anzi soprattutto, qui. Come del resto era prevedibile e come non mancò di prevedere, con onesta franchezza, il pastore Miegge.


 In effetti, il protestantesimo è prigioniero di uno dei suoi tanti aut-aut: o Gesù o Maria e tutti i santi.


Cristo è il solo, l'unico mediatore tra l'uomo e Dio, non è possibile affiancargli qualcun altro. È non solo inutile ma addirittura blasfemo rivolgere altrove le preghiere, raccomandarsi alla Madre significa togliere al Figlio il suo ruolo e, dunque, non vuol dire onorarlo ma offenderlo.


Questo schema irreformabile è già presente nei primi riformatori, Lutero e Calvino i quali, tuttavia, conservano ancora qualcosa della grande eredità mariana precedente. Magari anche per opportunismo, per non provocare rifiuto nella folla dei devoti.


Significativo che - soprattutto nei Paesi scandinavi, dove il protestantesimo fu imposto con la forza, e spesso la violenza, dall'alto, per decisione regia, a un popolo che non chiedeva affatto una riforma (anche perché, lì, l'evangelizzazione era ancora relativamente recente) - significativo, dunque, che si temporeggiò prima di chiudere i santuari mariani dove il popolo pellegrinava. Invece di una soppressione immediata, che avrebbe potuto provocare la rivolta dei fedeli, si optò per l'estinzione progressiva, per esempio impedendo alle famiglie religiose che gestivano quei luoghi di culto a Maria di ricevere novizi, così che in un paio di generazioni quelle congregazioni si spensero.


Comunque, nei secoli, soprattutto a partire dal Sei-Settecento, gli eredi dei primi riformatori irrigidirono sempre di più lo schema ideologico dell'aut-aut, sino a giungere a una quasi totale rimozione di Maria, ridotta a semplice fedele tra i molti altri nella Chiesa.


Se così stanno le cose, il massimo che lo sforzo ecumenico può ottenere è qualche frase di cortesia, l'abbandono della polemica più acre, ma non certo l'accettazione per la Vergine di uno status privilegiato che non entra, non può entrare nell'alternativa che è, in tutto il Credo e non solo qui, il marchio di fondo del protestantesimo: non il "vogliamo tutto" cattolico (Lei e Lui, seppure in gradi e modi diversi: latrìa e iperdulìa, per usare i termini tomistici) bensì: o Lei o Lui.


Vedo, negli appunti che presi dalle lettura di Giovanni Miegge, quanto sia esigente l'apriorismo ideologico. Per esempio: nei Padri antichi, sia greci che latini, si trovano spesso esortazioni ai fedeli a rivolgersi fiduciosi a Maria.


Addirittura nel Sub tuumpraesidium, che è degli inizi del terzo secolo, c'è in nuce tutto il contenuto dei dogmi cattolici (e ortodossi) successivi. L'imbarazzo del teologo valdese davanti a simili testimonianze è superato parlando di «devoti paradossi», di «pensieri elementari volti alla cura d'anime dei deboli nella fede», di «parole per le plebi cattoliche, ancora impelagate nell'oscuro fondo pagano delle Grandi Madri». Addirittura, di fronte a espressioni imbarazzanti di nascita del culto e della devozione mariani, Miegge se la cava parlando di «bonarie ironie» di quei santi Padri della Chiesa. Insomma, una sorta di presa in giro, su materie di fede così fondamentali, dei credenti nel Cristo.


Non mettono a disagio il teologo protestante neanche le ultime parole di Gesù secondo Giovanni: «Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Cleopa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lui il discepolo che egli amava, disse alla madre: "Donna ecco tuo figlio!". Poi disse al discepolo: " Ecco tua madre!".  E da quell'ora il discepolo l'accolse con sé».


Commento sbrigativo del pastore Miegge: «Si tratta semplicemente di un commovente particolare biografico». E, questo, per contrastare, come ovvio, la Tradizione che - sin dall'inizio - vide in Giovanni, solo maschio rimasto nell'ora suprema accanto al Signore, il rappresentante della umanità intera.


E in Maria la madre amorosa che il Cristo morente donava ad ogni uomo e donna, sino al suo ritorno. Per il valdese, invece, è solo «un commovente particolare biografico», una sorta di cenno di cronaca. Il che è particolarmente sorprendente, anche perché la critica biblica protestante tende ad escludere la storicità degli eventi raccontati nei Vangeli, vedendo dietro ad essi non la cronaca ma il simbolo, il mito, la catechesi, il motivo apologetico, aggiunti dai redattori cui si dovrebbe la stesura e l'ampia manipolazione dei testi canonici. E invece, qui, ecco che viene respinta l'interpretazione simbolica di tutta la Tradizione per convincerci che si tratta solo di un particolare descrittivo.


Insomma, il pastore Miegge riassume la posizione non soltanto sua ma dell'intero mondo riformato: «Per il Nuovo Testamento, il ruolo di Maria è del tutto occasionale e passivo ».


 Un altro valdese, Aurelio Penna, in un manualetto recente che spiega quale sia la prospettiva generale del protestantesimo afferma: «La madre di Gesù è una figura secondaria, di contorno. Una protagonista, tra molti altri, della storia della Rivelazione divina. Una storia, comunque, assai più grande di lei».


In un altro testo attuale, si ricorda (condividendolo) l'antico aneddoto di un principe bizantino, polemico verso quelle che considerava le esagerazioni mariane della Chiesa ortodossa. Chiamò dunque di fronte a sé il metropolita del luogo ed altri religiosi e mostrò una borsa di pelle piena di monete d'oro. Poi la vuotò sul tavolo e disse: «Così, dopo il parto, era quella Maria che voi onorate senza discernimento. Finché portava Gesù nel suo ventre, era di un valore superiore a quello di tutte le altre donne. Ma, dopo che si è sgravata del Cristo è tornata come ogni altra e non ha in sé alcun valore particolare ». Un contenitore di carne, insomma, una sorta di utero in affitto.


Se queste sono le prospettive, a che può portare un dialogo, per volenteroso che sia? E in effetti, non è un caso che l'editrice ufficiale dei Valdesi riproponga oggi un testo del 1950, "aggiornato" sì, ma solo per includere il Vaticano II e, ovviamente, respingerne i testi, che «null'altro fanno se non riproporre la dottrina cattolica di sempre la quale, come sempre, è da noi inaccettabile».


Non si tratta di particolari accessori ma, lo dicevamo, dell'impianto teologico stesso che impedisce persino di comprendere la prospettiva romana, ma anche ortodossa, che non a caso è considerata (parola di Karl Barth che già abbiamo riportato) «un cancro del cristianesimo, una escrescenza che, come tutti i tumori, va rescissa».


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