Stato (e sinistra) dichiarano guerra a chi crea lavoro

Vittorio Feltri - Lun, 16/09/2013 - IL GIORNALE

 

Sono saliti a 3 milioni gli italiani senza lavoro. Colpa di un sistema che soffoca le aziende con tasse e divieti


 

Il problema è il lavoro, predica ora il Pd, come predicava il Pci negli anni Cinquanta. Sempre le stesse parole, i medesimi slogan frusti che fanno venire l'orchite a chi li ascolti.


 

Intanto le ultime statistiche, diciamo pure fresche di giornata, indicano che il tasso di disoccupazione in Italia è salito a livelli vertiginosi: sono tre milioni i connazionali che si grattano il mento perché hanno perso il posto o perché non l'hanno mai avuto (alcuni non lo hanno cercato, terrorizzati all'idea di guadagnarsi il pane col sudore della fronte).


I giovani a caccia del primo impiego sono una moltitudine.


Una consistente percentuale di loro ha un diploma o una laurea da appendere in salotto, ma oltre a non avere un salotto - se si esclude quello di mamma e papà - non ha in mano un mestiere e forse non ha voglia di impararlo. I neodottori in filosofia credono di essere filosofi e aspirano a filosofare.


 I dottori in architettura sono convinti di essere architetti e mirano a progettare senza saperlo fare. I dottori in lettere si sentono letterati e non si rassegnano a impugnare il cacciavite in luogo della penna, nonostante sia noto che nella scuola non esistono cattedre disponibili né soldi per retribuire gli insegnanti.


Già. Il problema è il lavoro, insiste a predicare il Pd e non soltanto il Pd. Ma non ha ancora capito che tecnici, operai e impiegati possono essere assunti solo da vecchie e nuove aziende e non da enti pubblici, stracarichi di personale che spesso tira a campare e percepisce lo stipendio quasi fosse un assegno alimentare, un salario di cittadinanza; una pletora di mezzemaniche che nel migliore dei casi non fanno nulla e nel peggiore, avendo assimilato tutti i difetti della burocrazia, anziché impegnarsi in favore della gente la vessa trascinandola sull'orlo della disperazione.


Nel nostro Paese privo di materie prime (ce l'hanno insegnato alle elementari) l'unica fonte di ricchezza sono le imprese. Ma noi, invece di aiutarle a prosperare, le combattiamo con una foga pari solamente all'invidia che nutriamo nei confronti di chi le ha fondate e ne è proprietario.


E quando le abbiamo distrutte, e cominciano i licenziamenti in massa, allora ci arrabbiamo col padrone ladro ed evasore fiscale, organizziamo delle bellissime manifestazioni e spacchiamo anche quel poco che era rimasto in piedi. Appendiamo striscioni ai cancelli della fabbrica chiusa, sfiliamo in corteo e andiamo a fare casino in piazza col sostegno dei sindacati, i quali, se si tratta di dare addosso agli industriali, e perfino agli artigiani, ridiventano unitari, nel senso che sono d'accordo nel maledire questo sporco capitalismo.


Alla politica, specialmente quella progressista, non importano le leggi del mercato e della concorrenza, le ignora o finge di ignorarle. Comunisti, ex comunisti e postcomunisti puntano alla spartizione delle risorse, ma non sanno che per spartirle bisogna prima procurarsele. Non gli viene in mente che per mangiare una fetta di torta è necessario che qualcuno la prepari. E se a prepararla provvedono gli imprenditori, lo Stato li castiga.


Quanti dipendenti ha la ditta Caio & Sempronio? Cento? Uccidiamola con l'Irap, una tassa che penalizza coloro i quali assumono. Ne assumono dieci? Pagano per dieci. Ne assumono mille? Pagano per mille. Questa geniale imposta l'ha inventata Romano Prodi e mai nessuno l'ha abolita. È così che si incrementa l'occupazione? Cioè facendo il contrario di quanto sarebbe indispensabile?


La pubblica amministrazione è inflessibile quando deve riscuotere dalle aziende: non vuole sentir storie, pretende che il fisco sia onorato fino all'ultimo centesimo. Ma se essa ha un debito con le stesse aziende che hanno fornito prestazioni e servizi, invoca tolleranza, e non versa neanche un acconto. L'impresa fallisce? Chissenefrega. Purché un attimo prima di morire abbia soddisfatto le esigenze di cassa di Equitalia.


Ad alimentare la mentalità anticapitalistica concorrono varie categorie. I più sfegatati nel fare la guerra a chi produce sono gli ecologisti, per i quali l'ideologia verde è una religione osservata con una passionalità al cui confronto il fondamentalismo musulmano è acqua tiepida. Se da un camino industriale si leva un fil di fumo, essi partono con l'elmetto e finché non hanno decretato l'inagibilità dell'edificio non si danno pace. Cinquecento operai vanno a spasso?


L'importante è la salute.


Numerosi magistrati si sono persuasi che i sacerdoti guerrieri e difensori del pianeta pulito abbiano ragione da vendere e, applicando leggi approvate da politici incoscienti, impongono a parecchi stabilimenti di sospendere l'attività. Ilva docet. Il fatto che a Lecce crepi più gente di cancro che a Taranto non ha impedito di mandare in malora per decreto l'acciaieria più imponente d'Europa.


In base a un superiore principio di imbecillità, l'ordine è abbattere le imprese, in particolare quelle redditizie. Poi i partiti, i giornali e le tv grondano lacrime perché la disoccupazione cresce, il Pil cala ed esplode la miseria. Vabbè, compensiamo col fisco più famelico del mondo. Un primato l'abbiamo. Aggiornare lo slogan: lotta dura a chi minaccia di farci lavorare.


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