L'America dice NO ad un'altra guerra privata di Washington

Patrick J. Buchanan 11 Settembre 2013 effedieffe

 

La settimana scorsa l'inferno si è scatenato su Maaloula, un piccolo villaggio cristiano in Siria dove si parla ancora l'aramaico, la lingua di Gesù.



Scrive il Washington Post: «I ribelli del c.d. (esercito di liberazione siriano) hanno lanciato l'assalto aiutati da un terrorista suicida di Jabhat al-Nusra», il gruppo terrorista islamico collegato ad al Qaeda.

La Associated Press ha raccolto le testimonianze:

Un abitante del villaggio ha dichiarato che, al grido di «Allah è grande!», ribelli barbuti hanno attaccato le case della popolazione cristiana e le chiese. «Hanno sparato e ucciso..., ho visto tre cadaveri in mezzo ad una strada». Maaloula è adesso una città fantasma; ai cristiani rimasti è stato detto: «Convertitevi all'Islam o sarete decapitati». «Dov'è il presidente Obama?» si è lamentato un profugo. Già, dov'è Obama?

Sta facendo pressioni sul Congresso per ricevere l'autorizzazione ad attaccare quell'esercito regolare siriano che difendeva Maaloula, mentre John McCain si agita ossessivamente per ottenere che le forze armate statunitensi «cambino la marea della guerra» a favore dei ribelli che hanno terrorizzato le suore del convento di Maaloula.

Se attacchiamo la Siria e mettiamo fuori combattimento il suo esercito, cosa ne sarà di 2 milioni di cristiani siriani? C'è qualcuno cui ciò importi? Importa forse ai sauditi, che spingono Obama alla guerra ma rifiutano di combatterla? In Arabia la conversione alla cristianità è un delitto punibile con la pena capitale. Importa forse ai turchi, che guardano da un'altra parte quando i terroristi della jihad attraversano le loro frontiere per allestire le proprie basi nel nord della Siria? Importa forse agli israeliani, che hanno dato istruzioni all'AIPAC di mettere in riga il Congresso per una guerra che gli americano non vogliono combattere, di quei 100.000 siriani morti e quei 400 bambini gassati?

Sulla carneficina siriana ecco il punto di vista di Israele, espresso da Alon Pinkas, ex console generale a New York: «Lasciarli (entrambi i contendenti) sanguinare, dissanguarsi fino alla morte; questo è il nostro pensiero strategico».

Secondo due sondaggi condotti questo week-end dal Jerusalem Post, 7 israeliani su 8 non vogliono che Israele entri in guerra con la Siria, ma due terzi degli israeliani sono a favore di una guerra degli Stati Uniti contro la Siria. Peggy Noonan scrive che il dibattito sulla guerra contro la Siria «assomiglia ad una lotta tra la nazione e Washington»; ha centrato perfettamente il punto.

Il Washington Post, il Wall Street Journal e il Weekly Standard sono tutti a favore degli attacchi aerei. Nei pensatoi del Distretto di Columbia la voce di corridoio è tutta «Avanti fino a Teheran!». Ma cosa sarà dei soldati che combatteranno la guerra dei neocon? Il Maggiore Generale Robert Scales parla per la nostra prossima generazione di militari feriti.

«I nostri combattenti», scrive Scales, «sono stanchi di pretesi soldati che rimangono innamorati di una macchina da guerra incruenta..., i soldati di oggi conoscono la guerra e non sopportano i civili che fanno le leggi e pretendono di far loro combattere guerre che non conoscono e che né loro né i loro cari sperimenteranno in prima persona».

L'entusiasmo per la guerra è verosimilmente più alto al Café Milano di Georgetown che nella sala mensa di Camp LeJeune. Perché sta aumentando l'opposizione alla guerra? Perché i motivi per questa guerra si stanno sgretolando.

Ci hanno detto che la credibilità degli USA è a rischio. Se non attacchiamo la Siria per punire una violazione della «linea rossa» di Obama, nessuno crederà più a noi; i nostri alleati non avranno più fiducia che l'America venga in soccorso e combatta la loro prossima guerra al posto loro.

C'è stata la spacconata di George Bush e del suo «asse del male», che lo Stato dell'Unione non avrebbe permesso che «i peggiori dittatori del mondo disponessero delle peggiori armi al mondo».

E Kim Jong I1 ha realizzato e testato una bomba atomica, ed ha ammassato un arsenale di armi nucleari. E che cosa ha fatto colui che prendeva le decisioni? Un bel niente.

Le nostre alleanze sono venute meno perché il bluff di «Giorgino» è stato visto? Il Congresso dovrebbe realmente autorizzare una guerra contro la Siria perché Hillary Clinton e Obama hanno detto «Assad deve andarsene» e Obama ha detto che la sua «linea rossa» era stata varcata?


O dovrebbe piuttosto il Congresso utilizzare questo voto come strumento didattico per il Bismarck in erba dichiarando: «Non porteremo il nostro Paese in un'altra guerra soltanto perché avete preso una cantonata nel dichiarare ultimatum che non avevate il diritto di dichiarare. Piuttosto che entrare in guerra, dovreste ammettere i vostri errori, come fanno i veri leader, ed assumervene le responsabilità».

Quanti siriani dovremmo uccidere per ridare credibilità a Barack Obama? Quanti siriani dovremmo uccidere per impressionare l'Iran con la nostra risolutezza? Quanti siriani dovremmo uccidere per riassicurare alleati nervosi sul fatto che lo Zio Sam combatterà sempre le loro guerre?

In America, prima di condannare a morte un essere umano, dobbiamo provare che sia colpevole di omicidio «al di là di qualsiasi ragionevole dubbio». Non dovremmo quindi adottare uno standard di prova altrettanto elevato prima di uccidere migliaia di siriani e tuffarci a capofitto in ancora un'altra guerra?

Dove sono le prove che Assad ha ordinato un attacco con i gas? Il servizio segreto tedesco afferma di aver intercettato ordini precisi da parte di Assad di non utilizzare i gas. I congressisti che escono dagli incontri riservati affermano che le prove mostrate non risultano convincenti. Il popolo americano non vuole una guerra con la Siria, una guerra che ritiene non aver alcun senso.

Chi sta tentando di precipitare di gran carriera il Congresso in una guerra contro la Siria, e poi contro l'Iran? Questa è la vera domanda.

(*) Nel testo «the Beltway», il grande raccordo di Washington, termine utilizzato per indicare il Governo Centrale e tutto quello che gli ruota attorno, lobbisti, industrie etc.

Patrick J. Buchanan

Traduzione per EFFEDIEFFE.com a cura di Arrigo de Angeli


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