DALL'ARCHIVIO - Quel talento feroce e mai appagato

ANNO 2005 - Massimo Fini

 

C'è un libro, purtroppo raro e praticamente introvabile, che, più di qualsiasi biografia o ritratto o anche scritto dello stesso Longanesi, ne coglie il tratto essenziale, di uomo, di intellettuale, di artista.


Si intitola I borghesi stanchi, pubblicato, postumo, da Rusconi nel 1973, e ne raccoglie i disegni, accompagnati da brevi, fulminanti didascalie, dedicati, appunto, al mondo borghese.


Questo tratto è una malinconia che stinge nella disperazione, quella stessa malinconia che si può osservare nei suoi bellissimi occhi, occhi dolorosi e quasi patetici, in una famosa fotografia di Barzacchi che lo ritrae a cavalcioni su una sedia, solo il volto visibile mentre il corpo sgraziato rimane nascosto.


Leo Longanesi stava dalla parte della borghesia, ma la sua era una borghesia mitizzata, ottocentesca, che non aveva nulla a che fare con quella reale in cui si era trovato a vivere e che quindi fustigava col sarcasmo feroce e la malinconia amara che si riservano agli amori non corrisposti.


Alla borghesia non aveva mai perdonato la paura delle proprie paure e ipocrisie e menzogne e, figlio ribelle, in essa, in realtà, non nutriva alcuna fiducia, come non ne aveva avuta, nella sostanza, nel fascismo e, tantomeno, nell'antifascismo («I fascisti si dividono in due categorie: i fascisti propriamente detti e gli antifascisti» è una frase di Mino Maccari ma avrebbe potuto dirla benissimo Longanesi e, anzi, un concetto simile, sia pur espresso con una formula meno icastica, si trova nel suo Parliamo dell'elefante, Longanesi & C, 1983, p. 134).


Ma, più a fondo, l'uomo Longanesi non aveva fiducia nella vita che, dandogli un corpo da gnomo, lo aveva condannato a un eterno inferiority complex. Come tutti i grandi conservatori, da Prezzolini a Montanelli, per citare due suoi sodali, era un pessimista radicale. Se ne difendeva col sarcasmo, l'ironia, l'autoironia.


Ma proprio questo eccesso di critica e, soprattutto, di autocritica gli ha impedito di dare maggior compiutezza ai suoi tanti, forse troppi, talenti e di godere appieno della considerazione che meritava (è la sorte di coloro che hanno più di una vocazione, Savinio docet). Diceva: «Io non scriverò mai un romanzo.


Perché anche Tolstoi, ad un certo punto, deve dire una frase banale come ‘Anna Karenina si alzò e andò alla finestra'. E io non ce la faccio». Così di questo straordinario poligrafo ricordiamo certamente la geniale e precorritrice attività di editore e di direttore (il quindicinale L'italiano, del 1927, Omnibus, il primo settimanale a rotocalco, del 1937, Il Borghese, del 1950), e nessuno può negare che abbia avuto un ruolo di primaria importanza nel giornalismo italiano e come operatore culturale, ma dei suoi scritti rimangono solo frammenti, schizzi, appunti di giornata, sia pur folgoranti. Il fatto è che fra i tanti eccessi in Longanesi c'era anche quello dell'intelligenza.


Una volta disse a Montanelli e a Giovanni Ansaldo: «Voi mi fregherete sempre. Perché io capisco le cose cinque anni prima, voi cinque giorni prima».


Era un talento dispersivo che dispensava, con assoluta nonchalance, a coloro che avevano la fortuna di frequentarlo. Indro Montanelli, che ne ha sempre riconosciuto, lealmente, la superiorità, racconta proprio nella prefazione a I borghesi stanchi: «Ciò che Longanesi ha lasciato di Longanesi nei suoi Journaux... non sono che brandelli del suo inesauribile talento di conversatore.


Se fosse vissuto in un Paese di memorialisti dediti a raccattare del talento anche le briciole, come la Francia, oggi di Longanesi ci sarebbe qualche massiccia Summa.


 Ma il vero Longanesi non sarebbe qui, come non è in nessuna delle pagine e delle tavole che gli sono sopravvissute e in cui si ritrova solo la sua maschera».Per cui si potrebbe applicare, e forse a maggior ragione, a Leo Longanesi la definizione che Oscar Wilde diede di se stesso:


«Nella mia vita ho messo la mia arte, nella mia opera solo il mio talento».


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