EGITTO, LEZIONE DI ETICA AL 'LIBERO' OCCIDENTE

24/8/2013 Massimo Fini Il Fatto

 

Per gli occidentali le elezioni sono il sacro perno della democrazia.


Quando le vinciamo noi o i nostri amici. Se invece le vincono gli altri non valgono più. È storia vecchia e quanto sta accadendo in Egitto ne è la riprova.

Il precedente più noto è l'Algeria. Nel 1991 le prime elezioni "libere", dopo trent'anni di una sanguinaria dittatura militare, furono vinte dal Fis (Fronte islamico di salvezza) con una schiacciante maggioranza del 47 per cento (aveva già vinto le amministrative dell'anno prima col 54 per cento). Ma si stimava che al ballottaggio avrebbe raggiunto i due terzi dei consensi con l'apporto dei partiti islamici minori. Allora i generali tagliagole, con l'appoggio dell'intero Occidente, annularono le elezioni sostenendo che il Fis avrebbe instaurato una dittatura.

In nome di una dittatura del tutto ipotetica si ribadiva quella precedente.

Tutti i principali dirigenti del Fis furono messi in galera o assassinati. Cosa succede in un Paese quando la stragrande maggioranza della popola- zione si vede derubata del voto? Una guerra civile.

I gruppi più decisi del Fis costituirono il Gia (Gruppo islamico armato) che diede vita a una guerriglia durata anni e costata 200 mila morti, in maggioranza civili.


Ma non erano tutti addebitabili al Gia. Anzi. Mohamed Samraoui, numero due dell'antiterrorismo, riparato in Francia, in un libro del 2003 ("Cronache di un anno di sangue") ha rivelato come molte stragi attribuite al Gia fossero opera di reparti speciali dell'esercito, camuffati da estremisti islamici, per indirizzare l'odio della popolazione sui guerriglieri.

A questa stregua, in Occidente, qualsiasi governo potrebbe essere legittimamente abbattuto con la violenza di piazza. I generali tagliagole egiziani, proprio quelli che, con l'appoggio degli americani, avevano sostenuto la dittatura di Mubarak, han preso pretesto da queste manifestazioni per cancellare l'esito delle elezioni, arrestare Morsi con i suoi principali collaboratori, ribadire la pro- pria dittatura e dare il via a una repressione che marcia al ritmo di un migliaio di morti la settimana, cosa che nemmeno Assad potrebbe permettersi.


E il democratico Occidente? A botta calda dopo il primo massacro ferrago- stano (600 morti) Emma Bonino, il nostro ministro degli Esteri, si è detta "preoccupata per la violazione dei diritti umani". Gli americani non hanno proferito verbo. Holande e Merkel si sono rimessi alla Ue che ha deciso di non decidere.

Di fronte a questa vergognosa ipocrisia dell'Occidente ci piace dar conto del comunicato diramato dall'Emirato islamico d'Afghanistan del Mullah Omar: "Nel condannare con fermezza l'azione disumana e non etica delle forze di sicurezza affinché si arresti lo spargimento di san- gue di donne, bambini e an- ziani innocenti pensiamo che i militari e il governo egiziani debbano preparare il cammi- no per il ritorno del presidente costituzionalmente eletto in modo da impedire alla si- tuazione di andare ulterior- mente fuori controllo".

A furia di calpestare, in nome della realpolitik, i loro sacri principi, agli Occidentali tocca farsi impartire lezioni di etica istituzionale, e non solo, anche dai Talebani.


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