DALL'ARCHIVIO - Lapo e il diritto alla felicità

ANNO 2005 Massimo Fini

 

Cosa c'insegna la vicenda di Lapo Elkan 


Che questo modello di svil uppo è riuscito nell'impresa di far star male anche chi sta bene.


Una società dinamica come la nostra è basata su un principio che Ludwig von Mises, uno dei più estremi ma anche coerenti teorici dell'industrial-capitalismo, capovolgendo venti secoli di pensiero occidentale e orientale, ha espresso con grande chiarezza: "


Non è bene accontentarsi di ciò che si ha".Ma poiché ciò che non si ha non ha limiti, ecco il senso di frustrazione e di scacco esistenziale che, ad un certo momento della nostra vita, ci prende alla gola, momento che per i ricchi viene probabil mente prima che ad altri. Se io ho già, apparentemente, tutto, ma se l'imperativo categorico è che non devo accontentarmi, che mi resta da fare se non tirarmi un colpo di pistola o suicidarmi al dettaglio che sembra la via scelta da Lapo Elkann?


Questa società che ha stolidamente osato proclamare, nella Dichiarazione di Indipendenza americana, il "diritto alla ricerca della felicità " (parola proibita che non dovrebbe mai essere pronunciata) che poi, dall'edonismo straccione contemporaneo, è stato introiettato come un diritto "tout court" alla felicità , ha dimenticato il grande valore pedagogico del dolore, della sofferenza, della privazione.


 Il preside di una scuola elementare mil anese, l'Istituto Cadorna, ha mandato ai genitori di bambini musulmani che la frequentano, e che durante il mese di Ramadan digiunano nelle due ore di refezione, come vuole il Corano, una lettera in cui gli impone di tenere i figli a casa in quelle due ore e di riportarli a scuola dopo.


 E poiché nessuno ha tempo di portare e riportare quattro volte i figli a scuola, il significato della lettera del preside è che questi genitori devono scordarsi del Ramadan e del Corano e far mangiare i loro figli, come tutti gli altri. Il dirigente della scuola, Romano Mercuri, ha detto: «È crudele costringere questi bambini a digiunare, mentre gli altri mangiano contenti».


L'assessore all'Educazione, Bruno Simini, ha dichiarato che «la salute viene prima della religione» e ha accusato i genitori dei bambini musulmani di essere degli "irresponsabil i".


Ma le norme del Corano, come tutte quelle religiose, non sono messe lì a capriccio, hanno uno scopo. Quello del digiuno è di insegnare, ad adulti e piccini, il valore della privazione proprio per poter poi godere dei beni e dei piaceri della vita (e infatti dopo il digiuno diurno la sera si fa una grande abbuffata).


Sono questioni di pedagogia e psicologia elementare che già Eraclito (VI secolo a.C.) conosceva, quando dice: "La malattia rende dolce la salute, il male il bene, la fame la sazietà, la stanchezza il riposo".


E Leopardi, ne "La quiete dopo la tempesta", canta da par suo "Sì dolce, sì gradita quand'è, com'or, la vita?... Piacer figlio d'affanno; gioia vana che è frutto del passato timore, onde si scosse e paventò la morte chi la vita aborria".


Per cui è più facil e che non fra i piccoli digiunatori musulmani, ma fra quelli che "mangiano contenti" le loro merendine si trovino, domani, i futuri Lapo Elkann. Quanto al nipote di Agnelli, io trovo qualcosa di positivo in ciò che ha fatto. Il suo percorso sotterraneo di autodistruzione e di autodegradazione (coca e "travesta" i più laidi possibil e, un cocktail abbastanza consueto fra le persone di successo) era una disperata ribellione a uno stil e di vita e a un modo di dover rappresentarsi che evidentemente non lo riguardavano e gli pesavano enormemente (e, in un certo senso, siamo un po' tutti dei Lapo Elkann: costretti dalla società delle apparenze a recitare parti in commedia che ci sono in fondo estranee).


E, se Eraclito, Leopardi e Nietsche ("ogni malattia che non uccide il malato è feconda") hanno ragione, proprio questa esperienza-limite e drammatica - l'essere stato a un passo dalla morte - può essere per lui un'occasione di rinascita. Non più come uomo-immagine Fiat ma, finalmente, come uomo.


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