CONTROSTORIA 77 - Un Blocco

ANNO 1992 - Vittorio Messori


I comunisti si affannano a ripetere che ora si sentono figli della Rivoluzione francese più che della Rivoluzione bolscevica del 1917. Ed è cosa assurda: nessuno - sia uomo che movimento - può scegliersi il padre; né può rinnegarlo, visto che le leggi genetiche e di ereditarietà non dipendono da noi e valgono anche per i soggetti collettivi.



Basta un Monsieur de La Palisse per ricordare che i cromosomi del marxismo sono - e non possono non essere - che quelli di Marx. Il quale è mosso innanzitutto dalla polemica proprio contro la Rivoluzione francese che ha assicurato il trionfo di quella borghesia che egli vuol abbattere, passando alla sola rivoluzione vera, quella del proletariato.

«Nessuno può servire due padroni». Bisogna scegliere: o con gli illuministi borghesi del Settecento che portarono al 1789 o con il barbuto profeta di Treviri, con il suo socio Engels, con Lenin, con il suo coerente discepolo Stalin, con Gramsci.


 E la differenza è tale, tra le due linee di pensiero, che sarebbe come se un papa, a disagio davanti alla Bibbia, dicesse che vero "padre" del cristianesimo è in realtà Budda o Confucio.

Ma ci si aggrappa a un'altra tesi, anch'essa assurda per chiunque conosca un poco le cose, eppure sostenuta non solo dai comunisti ma anche da tutte le "sinistre democratiche", i "progressisti" di vario tipo, i "liberals".


 Dicono, dunque, tutti costoro di riconoscersi nella Rivoluzione francese, ma solo nella prima fase, quella del 1789, quella "dal volto umano", quella della "dichiarazione dei diritti dell'uomo", della "democrazia". Quella e quella soltanto, non quella del 1793 con il Terrore, il totalitarismo, le stragi, la ghigliottina di massa.

Distinzione consolatoria quanto del tutto insostenibile: la Rivoluzione è un tutto unico, un concatenarsi di cause precise e di effetti inevitabili e, dunque, del tutto coerenti e prevedibili. (Li predisse, in effetti, con grande ma in fondo non sorprendente esattezza, l'inglese Edmund Burke, con le sue "Riflessioni" apparse già nel 1790 e scritte pochi mesi dopo l'inizio del processo insurrezionale).

Non c'è una Rivoluzione francese "buona" e una "cattiva".


Quegli anni non sono un self-service dove si possa scegliere quello che piace: bisogna prendere o lasciare, nella consapevolezza che certe idee, incarnate da certi uomini, non potevano portare che a certi risultati.


Come diceva Georges Clemenceau, "le tigre", l'uomo che voleva essere l'erede del giacobinismo "duro": la grande Rivoluzione è un blocco. O si accetta tutto o si rifiuta tutto.

La storia è complessa, certo, ma ha una sua severa coerenza: soprattutto la storia delle moderne ideologie.


Così come le promesse dell'89 sboccano necessariamente nel '93, la premesse di Marx sboccano necessariamente in un Lenin e - con diretta necessità - questi sbocca in uno Stalin.


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