Fini si lega alla sedia

03/01/11 Di Angela Pellicciari per il Tempo

Ancora li? Ma certo! Imbarazzato? Neanche un po’! Abituato a fare il capetto da sempre, testa ferma e rigida, andamento vagamente sprezzante, l’imbarazzo è qualcosa di strutturalmente alieno a Gianfranco Fini. Nel corso degli anni, girando l’Italia per conferenze, ho spesso domandato ai  seguaci di An che incontravo come mai continuassero a tenere Fini segretario. Le risposte non mi hanno mai convinto. Fino a che, un giorno, un signore mi ha detto: noi pensiamo che la figura del capo sia importante. Questa osservazione mi ha illuminato. Finalmente avevo trovato la ragione dell’inamovibilità di Fini alla testa prima dell’Msi poi di An: la mistica del capo, la fede di matrice fascista nel capo. E così, l’uomo che fino a maturità avanzata aveva definito Benito Mussolini il più grande statista del Novecento, volato in Israele poteva additarlo, come se nulla fosse, quale “male assoluto”. E i suoi tutti zitti. Qualche tempo dopo se la prendeva con la chiesa che a suo dire non avrebbe denunciato per tempo e con fermezza le leggi razziali. Per chi conosca la storia l’affermazione è stupefacente. Il comportamento del capo non si discute e le giravolte sono continuate con audace spavalderia. E’ successo per l’immigrazione dove si è passati dalla legge Fini-Bossi alla difesa a spada tratta degli immigrati e del loro indiscutibile diritto alla cittadinanza. E’ continuato con la legge 40 prima pubblicamente difesa poi, a circa una settimana dal referendum, boicottata.
Fini è uso ribaltare tutte le proprie convinzioni. Tutte meno una. Quella relativa all’indiscutibilità della sua presidenza della Camera. Impassibile, ha rinviato al mittente la richiesta leghista di discutere in aula dell’opportunità di restare presidente. Se volete che mi dimetta, questa l’argomentazione, dovete provare che non sono stato imparziale nella gestione dell’assemblea. E no, caro presidente! Si fa presto a dire così. La presidenza della Camera comporta una straordinaria visibilità istituzionale, viaggi di rappresentanza, interviste, giornali e tv al seguito, autisti e macchine dello stato, soldi. Tutto questo spetta a chi è eletto alla terza carica dello stato rappresentando la maggioranza dei parlamentari. Cosa che ora non avviene più. 
Sembra proprio questa, a ben vedere, la ragione di tanta fermezza: se non restasse presidente della Camera come potrebbe pretendere l’ex capetto Gianfranco Fini (attentati a parte) di continuare a comparire in televisione a dire la sua, cioè a farsi pubblicità, un giorno sì e l’altro pure? come potrebbe continuare a girare l’Italia ed intervenire ad ogni sorta di iniziative, con macchine, tv e giornalisti al seguito? Come potrebbe essere intervistato nei più seguiti programmi di intrattenimento o come potrebbe continuare a fare comunicati senza contraddittorio? Come potrebbe infine evitare che gli Atti parlamentari riportino gli interventi di deputati che discettano di suocere, cognati e case di partito, lui che ha fatto mettere il bianchetto al coro “dimissioni” che si levava verso di lui?
Fini, dicono, è in vacanza in India: l’indiano lo fa da molto.


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