CONTROSTORIA 74 - Da Grillo a Rasputin

Vittorio Messori

 

«L'uomo, da solo, non può salvare l'uomo».


 

 È questa la grande verità che sta alla base della fede cristiana in un Dio che si incarna nella storia per portare all'uomo quella salvezza che, con le sue forze, è incapace di conseguire.


Ed è questo il dramma degli ultimi secoli dell'Occidente: l'aver cercato la self-salvation, attraverso la politica, la sociologia, l'ideologia, affidandosi a "profeti dell'avvenire radioso", a "uomini della provvidenza", a "capi carismatici". Ne abbiamo visto i risultati: terribili in molti casi, fallimentari in altri. L'entusiasmo iniziale ha sempre dovuto far posto alla cocente delusione finale. Mai la "salvezza" (neanche quella terrena) è potuta venire da un nostro simile, per quanto provvisto fosse di risorse, di volontà, di carisma.


Già il profeta Geremia avvertiva: «Maledictus homo qui confidit in homine». Ma l'illusione dell'arrivo del redemptor et salvator si rinnova di continuo, malgrado le dure repliche della realtà. Lasciamo da parte i "grandi", rivelatisi tali nella tirannia e nel crimine, rovesciando le speranze in disperazione: i Robespierre, i Marat, i Danton, i Bonaparte e, poi, i Lenin, gli Stalin, i Mussolini, gli Hitler, i Castro, i Mao, i Pol Pot, i Ceausescu, la dinastia coreana di Kim Il Sung.


Lasciamo questi e veniamo (spostandoci dalle stelle, per quanto sanguinose, alle stalle) alla mediocre cronaca politica italiana.


Sto solo agli ultimi casi di leader, o presunti tali, su cui si è riversata la speranza di molti, di troppi. E, allora, ecco il Bossi che annunciava il trionfo della serietà e dell'onestà padane contro l'immoralità "terronica". Ma il fiero guerriero sceso dalle Alpi per far pulizia con lo spadone di Alberto da Giussano si è rivelato (con sorpresa sgomenta dei suoi devoti) un seguace del tipico vizio meridionale: il familismo amorale, la ricerca del privilegio scandaloso per le criature, come dicono, l'arricchimento e l'impunità per il clan degli intimi. Ecco, dunque, l'imposizione del figlio, tanto giovane quanto incapace, in posti politici di responsabilità e di buone rendite, i soldi pubblici dirottati sul prediletto pargolo ma anche sui parenti più stretti e i clientes più adulatori.


Persino, per il medesimo erede, un diploma, pare fasullo, ottenuto in modo sospetto, visto che agli esami di stato era stato più volte respinto. Fiorellino sulla torta: addirittura il sospetto - proprio per lui, il longobardo puro e duro, il barbaro venuto dal Nord e sdegnoso di un Sud criminale - il sospetto di accordi tra il suo partito e la peggiore delle mafie, la calabrese ‘ndrangheta.


Stessa sorte per un meridionale, questa volta non honoris causa come il brianzolo Bossi, ma "verace", il molisano Antonio Di Pietro, venerato a lungo dagli ingenui come il Grande Giustiziere; uno che, quando solo sospettava che l'onestà fosse stata violata, era pronto a sbattere in galera anche i molti che si sarebbero rivelati poi innocenti, dopo anni di martirio tra carceri, tribunali, linciaggio sui giornali. Alcuni purtroppo si suicidarono, come si sa, tra coloro che furono presi di mira dal dottor Manette come chiamavano quell'Accusatore Pubblico alla moda dei giacobini e il cui motto era: «Meglio un innocente punito che un corrotto impunito».


 Proprio sul palazzo di giustizia di Milano non sta forse scritto il motto terribile di Catone il Censore: Fiat iustitia et pereat mundus? Dunque, avanti con i mandati di cattura. La Morale Pubblica, con la maiuscola, era per Di Pietro il vessillo immacolato, sventolando il quale scese in politica creando un suo partito che già dal nome mostrava il programma etico: Italia dei Valori.


Anche questi ultimi con la maiuscola. Naturalmente, la trasparenza adamantina era (come sempre) pretesa dagli altri: pure lui, Di Pietro, alla pari di Bossi, non poteva essere insensibile alla felicità da procurare, costi quel che costi, a quelle criature, che sono piezz'e core, come dicono dalle parti di Napoli. Dunque, per i cari pargoli, appartamenti a Milano ottenuti a prezzi di favore da enti pubblici, candidature politiche "sicure" e incarichi ben retribuiti nel partito personale di papà.


Quanto a lui, il Profeta dei Valori, storie inquietanti - e tali da mobilitare per indagini i suoi ex-colleghi magistrati - su auto di lusso concesse a titolo gratuito, prestiti sospetti e quant'altro. Come ogni altro politicante, dunque, colui che - da piccolo Robespierre molisano - prometteva di instaurare il Regno della Virtù: il rigore etico non faceva per lui, come hanno denunciato pure i militanti delusi che se ne sono andati, sbattendo la porta, da quella presunta Casa dei Valori.


E il Pannella Giacinto, autonominatosi Marco? C'è forse una figura più eroicamente generosa e trasparente di questo Gandhi de noantri, pronto sempre a scendere in campo e a pagare di persona (quei suoi presunti digiuni, eccellenti per mantenere la linea e per disintossicarsi dal troppo fumo) allorché si tratta di diritti umani, soprattutto dei più indifesi? Per non rimestare tante altre cose sconcertanti che potremmo dire su di lui, prendiamo l'esempio più recente. Per molti anni, il Giacinto-Marco ha avuto come segretaria tal Giuseppina Torrielli che ha ora 81 anni e che da quasi 20 aspetta giustizia dai radicali pannelliani.


 In effetti (come ha riconosciuto finalmente il tribunale) ha lavorato giorno e notte, spesso senza neppure il riposo domenicale, a servizio del leader, senza però che le venissero versati i contributi di legge assicurativi e previdenziali. Insomma, come si dice "lavoro in nero", e proprio spendendosi senza riserve per le nobili cause del denunciatore per eccellenza dei soprusi contro i deboli. Quando la Torrielli ha richiesto, invano, ciò che le spettava, sono iniziati i processi civili e gli avvocati di Pannella, riconoscendo così le ragioni della donna, hanno proposto di pagarle, a rate, metà di quanto richiesto.


Ma i processi sono andati avanti e negli scorsi giorni il tribunale di Roma ha condannato il Giacinto a pagare ben 250.000 euro, tra risarcimenti, interessi per stipendi non versati, spese giudiziarie. E poiché non c'era intenzione di pagamento da parte del condannato, si è proceduto ai pignoramenti di quanto posseduto da lui e dal partito. Chissà che, evitando le spese per il vitto, i digiuni non servano anche a ricavare qualche spicciolo per pagare l'ammenda?


Per passare ad altri su cui si riversa l'illusione, l'attesa messianica di coloro che, avendo perso la Speranza, quella vera, sperano di trovare un Salvatore tra gli uomini, che dire di un buon comico trasformatosi in grottesco demagogo? Che dire, dunque, di questo Grillo Beppe che - come da intervista recente del suo braccio destro - «sparge un virus benefico che dilaga, proprio come faceva Gesù»?


Chi un poco conosce la storia sarebbe tentato di lasciar perdere, di non gettare il suo tempo occupandosi di uno di quei disastrosi (ma per fortuna effimeri) arruffapopoli che appaiono ciclicamente tra gli uomini e, oggi soprattutto, pescano tra i tanti che, non avendo più il Maestro, sono alla ricerca di qualcuno in cui credere e al quale accodarsi. Sarebbe meglio lasciar perdere e aspettare un poco, visto che la parabola ascendente di questi sedicenti «amis du peuple», per usare il termine caro alla Rivoluzione francese, è tanto rapida quanto la parabola discendente. Meteore che appaiono di colpo e altrettanto di colpo spariscono.


Nel Grillo si rinnova per l'ennesima volta l'illusione che sia possibile organizzare gli uomini in un "movimento" che sfugga alla gerarchia e alla disciplina del "partito".


 Il fatto è che ciò non è possibile (come ci spiegavano sin dal primo anno alla facoltà di Scienze Politiche), nessun movimento può sopravvivere alla fase entusiastica iniziale se non dandosi una struttura.


L'esempio più alto è quello testimoniato dagli Atti degli Apostoli: subito dopo l'Ascensione al Cielo di Gesù, apostoli e discepoli si organizzano in Chiesa. Da movimento, appunto, in istituzione: com'è nella logica implacabile delle cose umane inserite nella storia. Qui pure, alcuni di coloro che sono stati radunati dal Grillo se ne sono andati, accusandolo di atteggiamento tirannico, rinfacciandogli di non praticare la "democrazia diretta". Ma il fatto è che non solo un simile atteggiamento è inevitabile ma andrà sempre aumentando giorno dopo giorno, sino ad arrivare (se sopravviverà un "ideale" che peraltro non si è ben capito in che consista) al consueto partitino, con i soliti organi direttivi e amministrativi e la solita gerarchia e distinzione tra dirigenti e militanti.


Vabbé, basta così. Tanto, sono prediche inutili. Sempre - generazione dopo generazione - gli uomini attenderanno salvezza da altri uomini e mai la troveranno. Anzi, spesso, attenderanno libertà e, alla fine, avranno in campo lager e gulag. Spereranno prosperità e troveranno miseria. Come hanno mostrato venti secoli di storia, non c'è che un Maestro che sia anche Salvatore e che non deluda.

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La Rai, in queste settimane, ha mandato in onda un lungo servizio su Grigory Rasputin, il monaco russo avvolto da un alone di mistero e attorno al quale si è creata una tenace "leggenda nera".


Ma chi pratica la storia sa che questa non è mai in bianco e in nero, bensì sempre in grigio. Nel senso che nessuno è mai sino in fondo il "cattivo" e nessuno è mai interamente "il buono". Qui, più che mai, sbaglia chi voglia praticare l'aut-aut, alla maniera - ad esempio - di tanto cinema americano, per il quale c'è una barriera tra "angeli del bene" e "angeli del male".


Anche Rasputin ha diritto alla giustizia: è per questo che qui vi accenniamo Per alcuni aspetti, documenti irrefutabili ci dicono che fu davvero un avventuriero, che la sua religiosità allucinata spesso lasciava il campo al vizio, che è difficile distinguere in lui tra l'asceta e il libertino, tra l'umile monaco e l'assetato di potere. Eppure, eppure: se quanto cercò di fare Rasputin fosse riuscito, la storia sarebbe cambiata. E certamente in meglio.


Vediamo. La prima guerra mondiale, come si sa, ebbe inizio perché l'Austria, dopo l'attentato di Sarajevo, inviò un ultimatum alla Serbia, sospettata di armare e proteggere i terroristi panslavisti.


Le condizioni imposte dall'ultimatum erano umilianti e a fianco dei Serbi si schierò il potente alleato, la Russia, che non voleva che un popolo fratello fosse ancora una volta angariato dagli austriaci. In pochi giorni, gli sforzi della diplomazia furono vanificati e la guerra divenne inevitabile.


 Ma quale guerra?


Quella generale, per sventura, non quella locale, quella, cioè, limitata tra l'Impero Austro-Ungarico e la Serbia con accanto la Russia.


Rasputin che, come si sa, viveva alla Corte di San Pietroburgo, dove era ascoltatissimo dallo Zar e dalla Zarina, era per la pace e fece appello ai suoi presunti (o veri?) poteri profetici. Con una febbrile pressione sull'Imperatore, narrandogli sogni terribili sulla sorte che attendeva la Casa regnante in caso di conflitto, riuscì almeno ad ottenere che la mobilitazione russa non fosse generale ma limitata alle regioni confinanti con l'Austria-Ungheria.


 L'ordine dello Zar in tal senso fu subito trasmesso al ministro della guerra, Suchomnilov, ma questi si astenne nascostamente di dargli seguito e, così, tutta l'immensa Russia fu mobilitata, compresa quella che confinava con la Germania. E anche a questa fu dichiarata guerra.


 Così, il conflitto divenne prima paneuropeo e poi mondiale. Il fatto è provato anche dal processo per tradimento intentato poi al ministro che, condannato alla fucilazione, fu salvato in extremis dallo scoppio della rivoluzione che alla fine porterà alla dittatura dei Soviet.


Cerchiamo di spiegare l'intreccio fatale. La guerra generale scoppiò in quanto da decenni lo Stato Maggiore prussiano andava perfezionando un suo piano visto che, in caso di guerra, la Germania avrebbe dovuto combattere su due fronti. A Oriente la Russia, a Occidente la sua alleata, la Francia.


Ora: i tedeschi erano certi di potere sconfiggere le due potenze, purché in fasi successive, una dopo l'altra, ma erano consapevoli di non essere in grado di affrontarle in contemporanea. Dunque, i Gerarchi militari di Berlino avevano elaborato il celebre "piano von Schlieffen", dal nome del capo del Grande Stato Maggiore di Berlino. In caso di guerra generale si doveva mettere al più presto al tappeto la Francia, con una offensiva possente che, passando dal Belgio neutrale, in poche settimane giungesse a Parigi.


 Dopodiché, le truppe germaniche, vittoriose a Ovest, sarebbero passate immediatamente a Est e avrebbero pensato a fronteggiare la Russia.


Mentre il grosso dei prussiani affondava la Francia, al confine con l'impero dello Zar sarebbe bastato tenere un velo di truppe: in effetti, la mobilitazione russa era lenta, a causa della vastità del suo territorio e della disorganizzazione dei servizi. C'era dunque un po' di tempo ma bisognava comunque affrettarsi.


 

I servizi segreti francesi, che conoscevano le linee generali del piano von Schlieffen, fecero fortissima pressione (pare anche con grosse somme di denaro) su Suchomnilov perché ignorasse l'ordine dello Zar di limitare la guerra all'Austria-Ungheria e ottennero da lui la dichiarazione di guerra anche alla Germania e una accelerazione della mobilitazione generale. A quel punto, i Tedeschi si trovarono prigionieri del loro piano: non c'era un momento da perdere, bisognava scatenare immediatamente l'offensiva per mettere la Francia fuori combattimento, il pericolo russo minacciava la frontiera orientale. E così, l'Europa cadde nell'abisso, precipitò nella "inutile strage" della guerra più mortifera della storia.


Che cosa sarebbe successo se si fosse fatto come pretendeva Rasputin e come era riuscito ad ottenere dallo Zar, premendo su di lui anche con sogni, profezie, avvertimenti apocalittici con motivazioni religiose?


Se la guerra (come raccomandava il monaco) fosse stata solo tra Vienna e San Pietroburgo, per quanto è umanamente prevedibile l'Impero austroungarico avrebbe rapidamente battuto la Russia, disorganizzata e priva di una industria moderna e, dopo qualche battaglia, alla maniera ottocentesca si sarebbe giunti a un armistizio e l'Europa avrebbe potuto riprendere la sua marcia pacifica.


Non era successo così nello scontro del 1870 tra Berlino e Parigi? Non sentendosi minacciata, non avendo ricevuto dichiarazione di guerra, la Germania non sarebbe stata costretta ad affrontare al più presto la Francia, in una corsa contro il tempo, causando così anche l'ingresso nella guerra della Gran Bretagna che diceva di voler punire l'invasione del Belgio neutrale. Ma questo fu invaso perché i tedeschi avevano un bisogno vitale di fare in fretta, sentendosi alle spalle il respiro minaccioso di una Russia che mobilitava a tappe forzate.


Due anni dopo, Rasputin fu ucciso (e in un modo orribile, unendo veleni e pistole) proprio per questo suo pacifismo.


Nel 1916 la guerra stagnava nelle trincee, con perdite altissime non solo per il fuoco ma anche per le malattie e i disagi, la Russia era affamata ed esausta e gli Imperi Centrali non se la passavano meglio, avrebbero volentieri chiuso quel fronte, con un armistizio con condizioni ragionevoli per entrambi. Il monaco, allora, ritornò alla carica perché si firmasse una pace di compromesso e ottenne dalla Zarina (il marito era al fronte) che alla guida del governo fosse chiamato un politico notoriamente pacifista, Sturmer. Ancora una volta, i servizi segreti francese e inglese intervennero con altrettante decisioni: l'Intesa non poteva fare a meno della "carne da cannone" russa. Così, Sturmer fu defenestrato e Rasputin assassinato, in un complotto organizzato dallo spionaggio degli alleati.


Insomma, come sempre il giudizio va lasciato a Dio e Lui soltanto avrà saputo che fare del tenebroso monaco-veggente. Lo storico, però, non ha dubbi: quali che fossero le intenzioni di Rasputin, ciò che cercò di ottenere, salvando la pace o almeno limitando la guerra, avrebbe salvato molti milioni di giovani vite.

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Scrivo queste righe poco dopo l'Epifania. Le feste natalizie sono state accompagnate, come sempre, da canti tradizionali.


Tra i quali, lo confesso, il mio preferito è l'Adeste fideles che, come tutti sanno, ci invita ad accorrere a Betlemme per adorare in una grotta il Verbo incarnatosi in un bambino. È un canto di grande dolcezza e ha parole la cui bellezza si può ammirare interamente solo nell'originale latino che, purtroppo, non è più possibile ascoltare nelle nostre parrocchie. Sentendolo, in questi giorni, seppure deformato dalla traduzione italiana, pensavo a quella sorta d'ironia della Provvidenza che così spesso sa ricavare il bene dal male. In effetti, non ci sarebbe stato fatto questo bel dono natalizio senza la persecuzione del clero cattolico durante la Rivoluzione francese.


Successe, cioè, che un prete, l'abate de Borderies, come molti altri confratelli, dovette rifugiarsi in Inghilterra per sfuggire alla ghigliottina riservata ai sacerdoti "refrattari", quelli cioè che avevano rifiutato il giuramento allo Stato.


 

A Londra, udì dei cattolici irlandesi che cantavano quella che è per noi la prima strofa, nata probabilmente in ambiente monastico, su una melodia che (pare) era stata udita da loro da marinai portoghesi giunti in Inghilterra con un carico commerciale. Tornato in Francia, il nostro abbé rimaneggiò un poco quella prima strofa e ne compose altre tre, in un latino corretto ma semplice, riuscendo però a diffondere questo Adeste, di cui si era innamorato, soltanto nel suo ambiente limitato.


Capitò però che fu eletto vescovo della importante e prestigiosa sede di Versailles e, così, introdusse il canto alla fine dei vespri nell'officio del suo clero. Parigi è vicina, molti ascoltarono e portarono parole e musica nella Capitale e da qui, a macchia d'olio, nel mondo cattolico intero. Insomma, i giacobini furono una grande sciagura, ma senza di loro non avremmo questo bel canto che per noi è sinonimo del Natale e della dolcezza della atmosfera spirituale degli ultimi giorni dell'anno.


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