DALL'ARCHIVIO - Vittorio Messori. Prefazione a «Padre Pio sotto inchiesta»

ANNO 2008 - Vittorio Messori

 

«Sono un Mistero a me stesso»

Pubblichiamo ampi stralci della Prefazione di Vittorio Messori a «Padre Pio sotto inchiesta» (Ares 2008).

Un documento eccezionale

«L'avvenire dirà quello che oggi non si può leggere nella vita di P. Pio da Pietrelcina».


«L'avvenire dirà quello che oggi non si può leggere nella vita di P. Pio da Pietrelcina».

Queste parole, scritte nel gennaio del 1922 da mons. Raffaello Carlo Rossi, vescovo di Volterra - inquisitore a San Giovanni Rotondo nel giugno del 1921, quando P. Pio aveva appena 34 anni, per ordine del Sant'Uffizio - erano allora certamente un modo per «coprirsi le spalle», evitando di rinchiudere in una gabbia troppo stretta un uomo e una situazione che al prelato, mandato in ricognizione perché valutasse il frate stimmatizzato e l'ambiente che lo circondava, era apparsa, come vedremo, certamente fuori dall'ordinario, ma anche sostanzialmente sana e sincera.


Ma sono state, al contempo una fin troppo facile profezia.


Leggendole ora, quando P. Pio, dopo molti contrasti e peripezie, è stato alla fine proclamato santo nel 2002, non possono non far sorridere.


Noi oggi sappiamo infatti molto bene che cosa ha detto l'avvenire su quel frate, ricco fin da bambino di carismi straordinari ma anche, e direi necessariamente, sottoposto ad una particolare attenzione da parte della Chiesa e ad una severità che è parsa spesso eccessiva.


Lo sappiamo perché, nonostante la sua umiltà e la sua riservatezza, la missione alla quale era stato chiamato aveva avuto un'eco straordinaria, varcando ben presto tutti i confini e convogliando verso San Giovanni Rotondo milioni di pellegrini. Un evento che, comunque lo si volesse giudicare aveva attirato l'attenzione di tutti, credenti e non credenti, contribuendo notevolmente a corroborare la fede di molti.

Su di lui, dunque, poiché è stato scritto moltissimo sia a livello specialistico che divulgativo, si dovrebbe sapere praticamente tutto.


 Invece non è così. Lo dimostra questo volume dello storico don Francesco Castelli che accoglie, commentandolo, quello che in gergo si chiama il «Voto» (cioè il testo dell'inchiesta di mons. Raffaello Carlo Rossi svolta, come si è già detto, su incarico del Sant'Uffizio), più alcuni testi più brevi di approfondimento come la Cronistoria di P. Pio stesa da uno dei suoi direttori spirituali, il P. Benedetto Nardella da San Marco in Lamis.


Si tratta di testi quasi completamente inediti e di notevole valore documentario perché, essendo stati a suo tempo secretati, non comparivano tra le fonti presenti negli archivi di San Giovanni Rotondo e, dunque, sono stati a lungo ignorati.


Ma, come è noto, Benedetto XVI, nel 2006, ha dato libero accesso agli archivi dell'ex Sant'Uffizio fino al 1939, permettendo così di poter finalmente prendere in esame anche ciò che vi era custodito circa il frate di Pietrelcina.


Tutto ciò ha avuto come conseguenza di rilanciare ulteriormente la ricerca, che sembra non esaurirsi mai, su questo santo tanto a lungo e profondamente amato e al contempo, in taluni ambienti, così discusso e guardato con supponente diffidenza (...).

Il quadro che emerge è davvero assai interessante. L'inquisitore, infatti, cerca di ricostruire ciò che riguarda P. Pio non solo interrogando ed esaminando direttamente il cappuccino, ma anche scandagliando in profondità tra i testimoni più prossimi: i sacerdoti operanti a San Giovanni Rotondo e i frati del convento.


È così possibile, per chi legge, ascoltare direttamente P. Pio che narra quanto gli è capitato e l'animo con cui egli lo ha vissuto.


Con brevità umile ma densa, egli racconta come ha ricevuto le stimmate visibili - perché quelle invisibili le aveva da lungo tempo - quel 20 settembre del 1918, cioè tre anni prima.


Fu una mattina, in coro, mentre stava facendo il ringraziamento dopo la S. Messa: «Tutto a un tratto fui preso da grande tremore, poi subentrò la calma e vidi Nostro Signore in atteggiamento di chi sta in croce, ma non mi ha colpito se avesse la Croce, lamentandosi della mala corrispondenza degli uomini, specie di coloro consacrati a lui e più da lui favoriti.


Da qui si manifestava che lui soffriva e che desiderava di associare delle anime alla sua Passione. Mi invitava a compenetrarmi dei suoi dolori e a meditarli: nello stesso tempo occuparmi per la salute dei fratelli.


In seguito a questo mi sentii pieno di compassione per i dolori del Signore e chiedevo a lui che cosa potevo fare. Udii questa voce: "Ti associo alla mia Passione". E, in seguito a questo, scomparsa la visione, sono entrato in me, mi sono dato ragione e ho visto questi segni qui, dai quali gocciolava il sangue. Prima nulla avevo».


Mai il Cappuccino aveva raccontato in modo così esplicito questo evento così importante. Soprattutto mai aveva rivelato quella frase decisiva per capire tutto, quel «Ti associo alla mia Passione» che è la chiave per penetrare nel mistero della vita di P. Pio.


Unita a quell'altra: «Mi invitava... nello stesso tempo (a) occuparmi per la salute dei fratelli».


 I «segni» esterni della passione, dopo il lungo periodo di preparazione durante il quale erano rimasti celati, gli vengono donati perché appaia più evidente la sua missione: conformato a Gesù, marchiato dalle sue stesse ferite, strettamente unito a lui nel dolore e nell'amore, potrà essere strumento, canale attraverso il quale copiosissima possa giungere la salvezza ai fratelli.

Evento straordinario e sconvolgente, dunque. Eppure accettato e vissuto dal cappuccino nella pace. P. Pio ammette di soffrire molto fisicamente: «In alcuni momenti non posso reggere», confessa.


Riconosce pure di essere a tratti spaventato dal clamore che tutto questo ha suscitato anche contro la sua volontà: l'accorrere dei fedeli sempre più numerosi, la pressione dei devoti - e soprattutto delle devote, che tanti guai gli procureranno anche in seguito -, la corrispondenza sempre più dilatata, che rischia di sommergere le poche forze presenti nel convento di San Giovanni Rotondo.


 Però tutto questo viene vissuto con calma da lui, che ogni volta si riallinea sereno alla croce che gli è stata donata, confidando nel sostegno di Dio. Ma anche dei confratelli e dei Superiori.


Così, con grande umiltà, egli, al centro di tanti eccezionali carismi, rende conto della semplicità della sua vita spirituale intessuta di meditazione, di giaculatorie, della recita di tutto intero il Rosario. Richiesto se fa particolari mortificazioni confessa candido: «Non ne fo: prendo quelle che manda il Signore», e, per la verità, sappiamo che erano tutt'altro che poche. Poi parla delle lunghe ore in confessionale ad ascoltare peccati, a illuminare, ammonire, assolvere.


In seguito, con la stessa umiltà e docilità, mostra all'inquisitore tutte le sue piaghe perché le esamini a lungo e possa dunque descriverle, come effettivamente ha fatto e come noi possiamo leggere ora, in una puntualizzazione assai veristica che scende in tutti i particolari.


Precisando tra l'altro che quella alla spalla destra, di cui si vociferava era, almeno in quel momento, inesistente. Non sottraendosi mai, in alcun modo, pure alle domande più difficili, anche ai sospetti e ai dubbi sui prodotti che qualcuno insinuava avesse usato per trattarle.


Gli altri frati, invece, ci riempiono di particolari interessanti sulla sua vita pratica, sul suo carattere umile, riservato per gli aspetti più intimi e tuttavia burlone: «In conversazione P. Pio è piacevolissimo; coi confratelli sereno, gioviale, faceto».


Particolari davvero sorprendenti se pensiamo ai dolori fisici che sempre lo accompagnavano e alla pressione psicologica al centro della quale viveva. Così, essi ci descrivono quel pochissimo di cui si nutriva già allora, la tazza di cioccolato che costituiva in quel periodo la sua cena, quel bicchiere di birra che ogni tanto beveva. Tratti di una vita marchiata dal potente sigillo di Dio che tuttavia si manteneva semplice e trasparente.

Alla fine della sua ispezione accurata e approfondita in tutti i particolari, il vescovo inquisitore non potrà che concludere scrivendo: «P. Pio è un buon religioso, esemplare, esercitato nella pratica delle virtù, dato alla pietà ed elevato forse nei gradi di orazione più di quello che non sembri all'esterno; risplendente in particolare modo per una sentita umiltà e per una singolare semplicità che non sono mai venute meno neppure nei momenti più gravi, nei quali queste virtù furono messe per lui a prova veramente grave e pericolosa».


Un uomo che si percepiva lontano da ogni falsità e la cui deposizione, dunque, «è da ritenersi sincera, perché l'impostura e lo spergiuro contrasterebbero troppo colla vita e virtù del Padre medesimo».


Ma anche l'ambiente che lo circonda lascia una buona impressione a mons. Rossi che conclude: «La Comunità religiosa presso la quale P. Pio convive è una buona Comunità e tale da dare affidamento» (...).


Ma se l'inchiesta compiuta dal Sant'Uffizio chiarisce, come abbiamo visto, gli aspetti più visibili e valutabili di quanto riguardava quel frate che aveva ricevuto nella sua carne le piaghe del Signore, essa ci sollecita anche a cercare in qualche modo a penetrare nell'intimo il segreto più profondo di quest'uomo che ripeteva spesso di essere «un mistero a se stesso»


. Anche perché essa ci mostra come da subito P. Pio dividesse gli animi che, o lo capivano gioiosi e accorrevano a lui, oppure guardavano a questo religioso con carismi fuori dall'ordinario con diffidenza, quando non con fastidio e disprezzo. Credo che queste reazioni siano entrambe comprensibili.

Proviamo per un attimo a pensare a tutto ciò che si muove attorno a delle stimmate: una carne aperta che non guarisce, sangue che fuoriesce dalla ferite, pezzuole che lo raccolgono e di cui i fedeli cercano di fare incetta, croste che si formano e poi si distaccano per nuovamente riformarsi, folle spesso eccitate e sempre piene di problemi che si accalcano speranzose di miracoli. Un insieme di processi che non possono non colpire, ma anche non far rabbrividire, chi non sia in grado di coglierne un significato che vada al di là delle apparenze.


Teniamo presente che il fenomeno stimmate appartiene soltanto al cattolicesimo, perché gli evangelici non apprezzano gli aspetti «miracolosi» della fede, mentre gli ortodossi hanno piuttosto esperienza di altri carismi, come per esempio quello della emanazione di luce - che farebbe pensare alla Risurrezione - dal volto di san Serafino di Sarov.


Ma anche nel cattolicesimo non si conoscono le stimmate, prima di quelle ricevute da san Francesco a La Verna, salvo restando l'interpretazione letterale che alcuni esegeti danno all'affermazione di san Paolo «io porto le stimmate di Gesù nel mio corpo» in Galati 6,17.


Poi, dopo di queste, qualche altro caso fino a P. Pio che, come abbiamo detto, è il primo sacerdote stimmatizzato. La scienza ha molto indagato sul fenomeno, ma senza giungere a una soluzione precisa. Escluso ovviamente il dolo, tutte le varie ipotesi psicosomatiche in realtà non hanno trovato conferme pratiche. Il fenomeno, resta così nel suo complesso inspiegabile senza accettare un riferimento soprannaturale.


Anche perché, nel caso specifico di P. Pio, vanno aggiunti altri elementi alla riflessione. Primo tra tutti quel profumo che sappiamo accompagnare il frate cappuccino e che già mons. Rossi rileva. Così, quelle piaghe aperte, quelle ferite che, di norma, dovrebbero unirsi a odori maleodoranti di sangue rappreso, in realtà si accompagnano a effluvi di fiori che piacevolmente attraggono.


E l'uomo che le porta, quelle ferite, è attraversato da dolori continui, è colto da febbri che giungono fino a 48 gradi, è oppresso senza tregua da malattie croniche e acute per tutto il corso della sua esistenza. Quel povero frate che ci appare pressato dalla sua interna notte dei sensi, come spesso confida nella sua corrispondenza, ma anche oppresso dalle richieste di aiuto da parte di milioni di persone, il quale tuttavia regge per una vita, passando ore e ore in confessionale con calma interiore ed esteriore. Retto da una forza straordinaria, così come quelle sue piaghe che non guariscono, è vero, ma che neanche si infettano e suppurano, mantenendosi sterili fino alla loro scomparsa pochissimi giorni prima della morte, senza alcun segno di cicatrizzazione.


È comprensibile che tutto questo sgomenti e possa o attrarre fortemente o altrettanto fortemente allontanare.


In questo secondo caso, credo si tratti, dietro la maschera di chi dice di non essere un ingenuo che si fa turlupinare, di una sorta di paura, o forse di autentico timor Domini.


Sì, perché credo che P. Pio abbia avuto all'interno della sua missione anche il compito di sgomentare, di sollevare domande, di confondere le carte, di far saltare le certezze di ogni tipo, anche quelle scientifiche. Lui, che era e resta un mistero inspiegabile se non agli occhi della fede.


Un «segno», già lo dicevamo, che riconosce e sa leggere chi ha già incontrato Gesù Cristo o chi accetta di umilmente incontrarlo nel momento in cui si trova davanti la sua immagine riattualizzata e riproposta appunto in P. Pio.


Perché, allora, quel sangue che sgorga in continuazione lo colpisce ma non lo fa fuggire, anzi lo attrae, dal momento che riconosce in quelle ferite gli stessi segni di cui ha letto nei Vangeli, esito della morte in Croce del Figlio di Dio.


Così come riconosce che quella carne piagata ha strettamente a che fare con quella incarnazione da cui tutto ha preso inizio.


 Rammentando così che noi cristiani crediamo in un Dio che non è solo spirito ma che ha voluto, dal principio fino alla morte, avere a che fare proprio con questa nostra carne e questo nostro sangue. Carne e sangue che, proprio per questo, non sono destinati a finire in un sepolcro e a rimanervi per sempre ma sono chiamati a un destino di trasfigurazione e di risurrezione.


È in quel momento che capiamo che, proprio in quelle piaghe di P. Pio, in quelle ferite circondate da aloni di profumi, noi cristiani possiamo leggere anche altro, possiamo ricordare le apparizioni di Gesù risorto, soprattutto quella a Tommaso, nel corso della quale il Redentore si mostra, sì, glorioso , ma con le ferite ancora aperte nelle quali l'apostolo dubbioso e incredulo potrà porre il suo dito.


 E così, anche tradizione occidentale e tradizione orientale sembrano ritrovare la loro unità: le stimmate richiamano fortemente alla Passione ma portano al loro interno il mistero della Risurrezione; la luce dei volti santi della Ortodossia si richiama direttamente alla Risurrezione ma presuppone ovviamente quella passione che a essa ha condotto.


Ecco, P. Pio è tutto questo: è il ricordo della dolorosa Passione del Signore ma anche e contemporaneamente della sua gloriosa Risurrezione. Ci ricorda insieme il passaggio necessario attraverso il Calvario ma anche il mattino di Pasqua. Ci conferma di una redenzione sempre all'opera in cui ci sono il dolore e la sofferenza, ma non come fini a se stessi. Il punto di arrivo è la vita e non la morte.


«Ti associo alla mia Passione». Anche questa frase meravigliosa e terribile che possiamo leggere nella testimonianza di P. Pio può sgomentare chi vi si accosta per la prima volta. Richiama quella potente di Paolo: «Completo nella mia carne ciò che manca alla passione del Signore». Come intendere queste espressioni così sconcertanti? Non certo supponendo che l'offerta e il sacrificio di Gesù non siano stati sufficienti.


Per capire dobbiamo riflettere sul fatto che quella redenzione guadagnata duemila anni fa sul Golgota non è stata un fatto burocratico, una sorta di tassa da pagare una volta per tutte, con applicazione automatica a ogni uomo nei secoli a venire. No, essa è stata certamente un gesto di giustizia, ma soprattutto un atto d'amore a cui corrispondere. È stata una possibilità concreta, aperta ad ogni uomo, di entrare pienamente nel mistero trinitario e nella vita divina, una «porta stretta» attraverso la quale entrare, accettando di seguire il Maestro, portando a nostra volta la nostra parte di croce purificatrice.


Un giogo che P. Pio ha reso portabile e leggero ma che ci tocca sperimentare. Un giogo che, nel Corpo Mistico, possiamo condividere con i fratelli, divenendo cirenei verso di loro come quel primo Cireneo della storia nei confronti di Gesù. Facendoci a nostra volta aiutare in questo percorso dai tanti cirenei nascosti che offrono in silenzio le loro sofferenze e la loro vita e da quelli straordinari che ogni tanto il Signore vuole innalzare sul monte, come appunto P. Pio.


Questo frate umile e silenzioso, il grande Cireneo del nostro tempo. Solo nell'aldilà capiremo davvero ciò che quest'uomo ha accettato che si facesse tramite lui, i fiumi di grazia che sono passati attraverso le sue stimmate e che hanno inondato, trasformandoli, i cuori di tanti uomini.


Fin da ora, tuttavia, possiamo affermare - credo senza tema di smentite - che pochi eventi hanno contribuito, nel corso del secolo chiuso da poco, ma con echi che dureranno per sempre, a salvare la fede del Popolo di Dio. A riportare a Gesù tanti dubbiosi e incerti, tanto quanto la presenza umile e dolente di questo frate, di questo alter Christus, che la benevolenza divina ha voluto donarci.

                                                                                                                             Vittorio Messori


Cerca nel sito

ContanteLibero.it

I pił letti


Le perle


Appello

Per cambiare la politica

Eventi del Circolo

Il calendario

Sezione Video

Eventi del circolo

Premio La Torre

1996/2011

Selezione Libri

Recensioni

Links

Collegamenti utili


Partners

Realizzato da Telnext