«Era meglio lo spread alto»

ilcannocchiale.it agosto 2013 Maurizio Blondet

 

Ricevo questa lettera:

«Gentile Direttore,
lo spread a 500 mi faceva piacere più dell'odierno sui 300. So bene che a prima vista posso sembrare folle; ma mi si lasci un attimo per spiegare.



Sono contro il pagamento PERPETUO di interessi sul debito per una cifra esorbitante; non riesco a concepirlo. Ma leggendo i dati, così sta andando e nessuno nega che così continuerà ad andare.
Lo spread sceso mi fa pensare che le entità finanziarie che hanno già preso il governo mondiale, sono ora arciconvinte che il nostro debito verrà puntualmente onorato; quale che sia il costo per la gente. Toni trionfalistici ad ogni asta del tesoro rassicurano noi polli. Ciascuno di noi pagherà un affitto senza locare alcuna casa. In perpetuo. E dobbiamo anche essere grati che lo spread sia solo a questi livelli!!!
Lo spread a 500 invece mi dava speranza. Forse che «il salame» come lei lo chiama, non se ne rendeva conto? Eppure rifiutava di spremerci. Aveva forse in mente una ristrutturazione del debito? (ripudio in toto; rimborso parziale solo sotto certe soglie; cancellazione temporanea degli interessi)?
Certo non lo ha mai detto; ma si sa, per questo si muore; fisicamente, dico. Possibile che qualche parola in privato detta/non detta, qualche intercettazione non autorizzata, ma possibile, ne avessero svelato le intenzioni alla (elegantemente detta) comunità finanziaria? Era la mia speranza che solo uno statista vero avrebbe potuto permettersi. Immediatamente defenestrato!! Chiamato Monti a «risanare» (Trilateral, Bilderberg), egli ha ucciso quel poco che restava del nostro Paese. Letta, dinastia di banchieri, (Trilateral, Bilderberg) continua a fare da garante. E noi ad applaudire!! E ora Saccomanni ci riprova a spogliare lo Stato di quel poco che rimane. Che tristezza!

Cordialità Renzo»


Complimenti per le acute osservazioni sullo spread che ribassa. È esattamente quel che succede e i giornali non ci dicono: è che, a noi italiani, ci hanno dato l'anestetico per poterci dissanguare fino alla fine, nel sonno. Ci mostrano perfino le rosee immagini dei sogni indotti dal sonnifero: «Vedete, c'è già una piccola ripresa... fra qualche mese..!» - «La BCE tiene i tassi bassi!» - fino al giorno in cui non potremo più far niente per uscire dall'euro. Saremo come la Grecia, senza più frecce al nostro arco, senza più industrie né risparmi o patrimonio. Alla mercé dei nostri creditori, troika, Fmi, Germania.

Un'acuta diagnosi come la sua è già stata ventilata da qualche blogger intelligente. Uno è Paolo Cardenà di Vincitori e Vinti. Che esordisce: s'illude Grillo a dire che presto sarà bancarotta, che l'Italia farà il botto. Non ci sarà nessun botto, anche se l'Italia in bancarotta lo è già. Per due motivi, dice, e gli cedo la parola:

«PRIMO: Viviamo in un mondo in cui il debito non si estingue mai, ma si rinnova in un moto quasi perpetuo. Ciò significa che lo Stato, quando deve rimborsare un prestito in scadenza, altro non fa che ricorrere al mercato per farsi prestare i soldi di cui ha bisogno per estinguere la tranche in scadenza. È chiaro che lo Stato non dispone dei soldi per onorare il rimborso, quindi è evidente se li fa prestare nuovamente. In questo modo stati falliti rimangono solventi.


SECONDO motivo: Gli investitori, siano essi nazionali o internazionali, semplici risparmiatori e grandi fondi, hanno come unico fine quello di massimizzare il profitto. Il profitto deriva, in questo caso, dall'investimento in titoli di Stato, attraverso la riscossione di un interesse. Nessuno di questi soggetti ha interesse a far saltare il sistema e incamerare perdite che potrebbero finire per compromettere la loro stessa esistenza. Per non parlare poi che una bancarotta dell'Italia si ripercuoterebbe su vasta scala toccando banche e Stati con dei fallimenti a catena che difficilmente potrebbero essere arginati. Sarebbe un Armageddon che metterebbe in ginocchio l'economia mondiale per un lungo periodo. Al contrario, gli investitori hanno interesse a mantenere in vita questo sistema di cose. Per più tempo possibile. E lo fanno non per misericordia, ma per il semplice motivo che traggono vantaggio dagli affari che fanno con l'Italia e anche attraverso gli interessi che incassano, che sfiorano i 100 miliardi di euro all'anno».

Capito? È quel che nota lei, lettore: i creditori sono tranquilli, nonostante un debito pubblico di 2 mila e passa miliardi che sale irrefrenabilmente, e un nostro Pil di 1500 e in calo precipitoso, che «l'Italia onorerà i suoi debiti». E intanto lucrano interessi grassi, come se fossimo debitori inaffidabili (1).


E come mai sono sicuri? Perché sanno quanto abbiamo in tasca.

Risponde Cardenà: «Quale migliore garanzia del patrimonio degli italiani che è stimato in circa 8 mila miliardi di euro, ossia 4 volte il debito pubblico? (...) E per fa ciò, gli investitori trovano nei governi compiacenti e asserviti i loro migliori alleati. Questi sono sempre disponibili, attraverso la leva fiscale, ad intermediare ricchezza che dal privato si trasferisce nelle casse dello Stato, per arrivare nuovamente alle banche e agli investitori. Ed è ciò che sta avvenendo in Italia, ormai da molto tempo».

Tasse. Nuove tasse, diciamo a forza di manovre da 200 miliardi. Tasse sugli immobili e su tutto ciò che non può scappare dallo Stato (le imprese già scappano, si fanno comprare da stranieri, vanno in Ticino o in Austria o chiudono); non a caso c'è il grande ritorno di Befera, il salvatore di lorsignori, che promette loro di spremerci fino all'ultima goccia; svendita dei gioielli, le imprese proprietà dello Stato (Saccomanni l'ha già promesso), prelievo forzoso dai depositi bancari (Letta l'ha praticamente confessato, minacciando: «chi porta i soldi all'estero sappia che il clima è cambiato»), riduzioni drastiche delle pensioni Inps, riduzione a nulla dei servizi pubblici e sociali, e alla fine - ma proprio alla fine - cominceranno a tagliare gli stipendi dei pubblici dipendenti.

Naturalmente, ciò porta - come dice Cardonà - «alla distruzione sistematica del tessuto produttivo, industriale ed economico del Paese, con l'impoverimento di ampie fasce di popolazione. Migliaia di aziende falliscono, chiudono, o si delocalizzano. Altre, ritenute strategiche dai concorrenti esteri, vengono acquisite a quattro soldi e anch'esse spostate dove è più facile fare impresa. Cresce la disoccupazione e con essa la povertà. Il risparmio privato si assottiglia o scompare del tutto. Perché è ovvio che, se non si ha lavoro e quindi un flusso di reddito, per tirare avanti, altro non puoi fare che intaccare i tuoi risparmi, se ne hai».

Non mancherà «qualche bella patrimoniale che, contrariamente a ciò che si pensa, non andrà a colpire i veri ricchi, ma solo quelli che hanno potuto risparmiare quel poco per garantirsi un futuro più dignitoso».

Ma forse che i ministri del governo Letta non lo capiscono? Non lo capiscono i partiti che sostengono questo governo del Fare Nulla? Io, e non solo io, sono convinto che lo sappiano benissimo. È impossibile che non se ne accorgano, vedono che l'aggravio della torchia fiscale su cui premono sta riducendo il gettito, segno che hanno superato la curva di Laffer.

Ma è proprio quello che vogliono: spolparci fino all'osso, in modo da toglierci ogni carta, ossia il grosso della manifattura, prosciugare i risparmi, rendere l'immobiliare una pietra al collo anziché un bene-rifugio. E così, lorsignori si preparano un futuro come gestori fiduciari dei creditori esteri, in quanto «persuadono gli investitori sul fatto che in Italia il governo è completamente dalla loro parte, sempre disponibile a spremere i propri sudditi e ossequiare gli interessi dell'oligarchia finanziaria».

Perché a quel punto - che sia nel 2014 o più in là - lorsignori chiederanno l'aiuto della «Europa», il soccorso della BCE e del FMI, l'attivazione del fondo salva-Stati. Ossia, precisa Cardonà (ed io non potrei dire meglio di lui):

«Chiederemo agli altri di salvarci con i soldi che abbiamo già versato nel fondo, e in cambio cederemo ulteriori pezzi di sovranità nazionale che non farà altro che accelerare il processo di trasferimento di ricchezza, di deindustrializzazione e abbattimento economico e sociale del Paese.

È questo ciò che ci attende per un lungo periodo. Fino a quando non saremo abbastanza poveri da non interessare più a nessuno. Poi sarà bancarotta. Di quelle fraudolente».

Ma lorsignori avranno compiuto la missione loro assegnata: da una parte, avendo
scongiurato «il botto», ossia il tracollo con rivolta sociale, si saranno salvati la pelle e il portafoglio, la cacciata della classe politica, scongiurando il loro proprio appendimento a Loreto. Dall'altra, perché ci avranno inchiodati all'euro per sempre. Riducendoci come la Grecia, ossia un Paese che - essendo ridotto ad un osso spolpato - deve restare nell'euro (e non avendo un euro proprio, farselo prestare come elemosina), perché non può tornare alla dracma: e chi accetterebbe di farsi pagare in una moneta che nasce per svalutarsi abissalmente?

Come dice un altro blogger intelligente (a volte troppo), Uriel Fanelli, «la Grecia non può fare nulla per reagire ai diktat della trojka perché nella situazione economica greca, la Trojka è sempre meglio di ogni altra alternativa. Perché? Perché la trojka interviene solo quando una nazione è in queste condizioni, non un secondo prima. Solo allora gli «europei» ci diranno: "Adesso non avete più risorse, dipendete dai nostri prestiti per andare avanti. Dunque, se volete la prima tranche, prima approvate queste leggi, poi licenziate tot dipendenti statali, poi abbassate gli stipendi agli statali e le pensioni di così e cosà: altrimenti vi lasciamo affondare" ».

Allora magari ci concederanno la ristrutturazione del debito, come l'hanno «concessa» alla Grecia in cambio della sua sovranità. Allora, quando non avremo più industrie che possono far concorrenza alla Germania se orniamo alla nostra moneta debole, saremo cotti al punto giusto: il punto in cui il Paese che fa default non ha i mezzi di imporre la sua visione della ristrutturazione del debito (ossia: di scegliere quali vittime fare); il momento in cui il suo isolamento politico e il bisogno continuo ed urgente di fondi fa dello Stato debitore la preda indifesa dei creditori, costretta ad accettarne le condizioni. Ciò, nella storia, si è tradotto generalmente «in una perdita d'indipendenza e nel mantenimento del peso del debito», per giunta. S'intende che l'austerità continuerà, senza sollievo né addolcimenti: perpetua, eterna (Restructuration de la dette européenne, mode d'emploi).

Lei vede giusto, caro lettore. Salvo una cosa, forse: la speranza nel Salame. No, non è uno statista, no, non ha il minimo coraggio per opporsi al sistema. È stato lui a volere le «larghe intese», ossia la cointeressenza nello spolpamento italico. È lui a fornire le ultime armi di distrazione di massa, e le dosi di anestetico.


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