Le gerarchie vaticane iniziano a riconoscere la crisi della chiesa? Un segno di speranza

Matteo D'Amico01 Agosto 2013

L'Osservatore Romano, al cui numero era associata la copia ufficiale in lingua italiana dell'Enciclica Lumen Fidei, a pag. 6 ha pubblicato una lunga recensione, su tre colonne a tutta pagina, dal titolo «Cattolici "à la carte".

 Certezze e contraddizioni della religiosità degli italiani» , a firma di Gian Paolo Salvini. Si tratta della recensione del volume di Francesco Anfossi (giornalista di Famiglia Cristiana) e Aldo Maria Valli (vaticanista della Rai) intitolato «Il Vangelo secondo gli italiani. Fede, potere, sesso. Quello che diciamo di credere e quello che invece crediamo» (1). Va notato che L'Osservatore Romano non fa che riprendere e utilizzare, con alcuni tagli, una recensione pubblicata da La Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti, nel numero in uscita lo stesso 6 luglio: si tratta quindi di un'uscita in contemporanea sostanzialmente dello stesso articolo sul giornale ufficiale della Santa Sede e su una rivista a sua volta semiufficiale in quanto esce vistata dalla Segreteria di Stato.

Il fatto che merita di essere sottolineato e su cui vogliamo soffermarci è che il libro recensito descrive e commenta una lunga serie di dati in grado di manifestare pienamente la gravissima crisi che sta vivendo la Chiesa cattolica: senza incertezze viene ricordato come l'Italia sia ormai un Paese che non può più dirsi cattolico in senso pieno e forte, anche se «non si può sottovalutare l'influenza che la cattolicità, intesa sia come Chiesa di Roma e patrimonio dottrinale, sia come modo di relazionarsi con il nuovo, continua ad avere nei confronti del nostro Paese nel suo insieme» (2).

L'osservazione che è drammatica, ma assolutamente vera: è un luogo comune senza più fondamento continuare a dire che siamo un Paese cattolico e i dati che vengono analizzati lo dimostrano abbondantemente. Questo non essere più un Paese cattolico apparentemente si scontra con alcune evidenze statistiche: l'88 % degli italiani si dichiara cattolico, l'85 % dà l'8 per mille alla Chiesa, l'85 % dichiara di credere in Dio (anche se solo il 67 % crede a una vita dopo la morte!). Il nostro Paese sembrerebbe essere comunque il più religioso del Vecchio Continente: il 55 % degli abitanti va a Messa almeno una volta al mese (la percentuale di chi va a Messa tutte le domeniche scende attorno al 20%, che è comunque cifra astronomica rispetto al 4% scarso della Francia).

L'articolo che stiamo analizzando mostra però come i dati, apparentemente consolanti, visti finora siano in clamoroso contrasto con uno smarrimento dottrinale e di costumi senza precedenti. Di anno in anno decresce in modo drammatico il numero di chi si sposa in chiesa e aumentano le convivenze more uxorio; il numero dei divorzi si è quadruplicato in 25 anni. In generale è proprio il campo dell'insegnamento morale a mostrare il più violento scollamento fra Chiesa e «popolo cattolico». Diamo un esempio tratto dall'articolo: «Secondo un sondaggio realizzato nel 2011 dall'Università Cattolica e dalla Fondazione ESAE su un ampio campione di giovani (cattolici?) tra i 14 e i 25 anni, un massiccio 69 % dei giovani considera normale la convivenza prematrimoniale, i contrari sono il 7 %. Ma quando è giusto avere il primo rapporto sessuale? Il 2,9 % risponde "dopo il matrimonio". Il 52% "solo quando si è innamorati". Per il 18, infine, "qualunque momento va bene". Inoltre più del 44 % è d'accordo o abbastanza d'accordo nel definire il divorzio una "possibilità normale". (...) I favorevoli alla contraccezione sono l'82 %. Per il 44,7 il ricorso alla pillola del giorno dopo (di fatto un prodotto abortivo, n.d.r.) "non è per niente grave" (3). Anche sull'aborto l'82 % di un campione Eurispes è favorevole solo se è in pericolo la vita della madre (4).

Commentando questi dati l'articolista GianPaolo Salvini osserva che siamo di fronte a un processo di dechurchification, ovvero a una «credenza senza appartenenza»: «la religione ha perso il vincolo dell'osservanza, per diventare sempre più oggetto di preferenza (...) La religione si assoggetta al criterio della preferenza, se non a quello dell'utilità, mentre quello della verità diventa secondario (...) La religione «non è importante che sia vera, ma piuttosto utile, cioè in grado di fornire al soggetto vitamine esistenziali per sopravvivere dentro il caos del mondo moderno. La salvezza che preoccupa è quella del qui e ora, che riguarda la propria integrità psico-fisica e un buon livello di soddisfazione personale».

Fatta la premessa d'obbligo che i sondaggi e ogni indagine statistica andrebbe sempre monitorata e verificata studiando i questionari e la tipologia di domande utilizzate, rimane il fatto che i dati appena presentati sono agghiaccianti: quando il 97% dei giovani cattolici crede e afferma che i rapporti sessuali sono leciti anche prima del matrimonio, l' 82% ammette la contraccezione e una parte altrettanto grande di italiani ritiene lecito in certi casi l'aborto (tutte cose che non rappresentano solo il rifiuto di un costante insegnamento della Chiesa, ma anche di elementi centrali della legge naturale che Dio ha iscritto nel cuore di ogni uomo) noi siamo, come minimo di fronte a una violenta protestantizzazione della Chiesa cattolica, alla più grave crisi di fede che mai ci sia stata, crisi che nessuna kermesse, come le Giornate Mondiali della Gioventù, basta a coprire o oscurare. Le adunate oceaniche di giovani sono adunate di giovani che non hanno la fede cattolica, che non riconoscono la legge morale e gli insegnamenti della Chiesa come validi e vincolanti, per quanto grande sia il loro trasporto emotivo verso il vescovo di Roma Bergoglio e il loro sentimentalistico identificarsi in qualche movimento o in qualche pratica devozionale.

Sono dati come quelli che abbiamo richiamato che spiegano perché l'Italia, il Paese culla della civiltà cristiana, che ospita la sede di Pietro e che ha più chiese, santuari e santi di qualunque altro Paese, ha potuto vedere vittoriosi i referendum sul divorzio e sull'aborto e ha potuto vedere la sua classe dirigente, anche, se non soprattutto, cattolica, degenerare fino a ridursi a un'accozzaglia di gangsters arroganti e incapaci, volgari e privi di dignità, di aspirazioni, di orgoglio, di vero amor di patria.

Ma nello stesso tempo i dati succintamente citati (e ricordiamo che all'estero stanno peggio: per fare due esempi in Spagna il 50% dei giovani non si dichiara più cattolico; negli U.S.A. Il 90 % dei cattolici non crede più alla presenza reale di Nostro Signore nell'Eucarestia e considera tale sacramento solo come un simbolo!) non si possono spiegare se non con il fallimento completo del Concilio «pastorale» Vaticano II, delle nuove modalità di formazione dei sacerdoti, dell'abbandono nei seminari della scolastica e di san Tommaso per buttarsi sui filosofi moderni; la crisi attuale non si spiega se non si riconosce umilmente che cinquant'anni di dialogo ecumenico hanno solo distrutto le certezze dottrinali dei cattolici, senza smuovere di una virgola le varie sette eretiche protestanti dalle loro posizioni. Soprattutto la crisi attuale della Chiesa (una crisi, umanamente parlando, terminale che, per estinzione, porterà a una riduzione numerica paurosa del clero e dei fedeli praticanti nei prossimi vent'anni) non si può non ammettere che è figlia anche della completa desacralizzazione della liturgia causata - consapevolmente o no - dalla riforma della Messa di Paolo VI.

Eppure, nonostante tutte le evidenze contrarie, sembra che la gerarchia episcopale sia terribilmente spaventata anche solo dalla più vaga idea che occorra fare un sincero mea culpa, un'analisi franca e spietata di cosa non è funzionato nel Concilio e nel post-Concilio, insistendo anzi, con un coraggio, o meglio una temerità, che stupiscono, nel descrivere oniricamente gli «splendidi frutti» del Concilio Vaticano II, di ciò che, con scarso senso dell'umorismo, continua a essere chiamato «primavera» della Chiesa

La crisi della Chiesa, in questo senso, ricorda un po' la crisi della nostra economia, dove la ricetta medica dell'austerity e dell'aumento della pressione fiscale, pur essendo chiaro che uccide il paziente, anziché salvarlo, a ogni nuovo spasmo dell'agonia viene rinforzata, anziché interrotta. Allo stesso modo la gerarchia cattolica insiste, nonostante cinquant'anni di fallimenti, a curare la crisi causata dal Vaticano II e dalla Messa di Paolo VI con dosi sempre più massicce di Vaticano II e di nuova liturgia protestantizzata. Questo modo di procedere è tipico, lo ricordiamo di sfuggita, di tutte le ideologie totalitarie quando prendono il potere.

Ciò detto ribadisco che proprio il fatto che sia uscito l'articolo da noi commentato rappresenta un piccolo segno di speranza: dieci o vent'anni fa un articolo simile non sarebbe stato pubblicato. Vogliamo sforzarci di credere che ci troviamo di fronte al segno che gli uomini di Chiesa stanno iniziando a risvegliarsi dal loro grande e colpevole sonno e dalla grande illusione che la Chiesa, dal 1965 in poi, avesse iniziato a vivere la sua nuova, gioachimita, pentecoste.

Matteo D'Amico






1) Edizioni San Paolo , Cinisello Balsamo (MI), 2013. 2) Citazione da L'Osservatore Romano, 6 luglio 2013, p. 6 3) L'Osservatore Romano, 6 luglio 2013, p. 6 4) Sembra una posizione già buona, ma va contro la morale cattolica, che non ammette l'aborto in nessun caso, neppure in quello di pericolo per la salute della madre. Se la madre in stato di gravidanza è malata e in pericolo di vita può curarsi anche qualora le cure comportino il rischio, o la certezza, della perdita del bambino, ma a condizioni che lnon siano poste in atto azioni finalizzate all'uccisione o eliminazione del feto. In modo diretto. La perdita del feto deve eventualmente essere una conseguenza non voluta del processo terapeutico, come ad esempio nel caso di una chemioterapia


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