Dimenticate santoni, Siddharta e new age. Ecco l'oriente di Manganelli

16/7/2013 Pietrangelo Buttafuoco Il Foglio

 

L'unico là è l'oriente. E' il là unico dove si acquatta un avverbio: "Misteriosamente".


Ci vuole un professore che, abbandonando le ciocie, sappia farsi viaggiatore e impossessarsi di un largo infinito qual è l'Asia e magari dilagare in un'idea dell'esotico che è Africa, Mediterraneo e una delicata congiura dell'innamoramento che poi porta a vivere l'esperienza dell'altrove disperandosi di non poter gustare lì, in tutto quel là, il lesso preparato a Modena dalla premiata ditta Fini.


"Cina e altri orienti", dunque. Il ritorno di un titolo di Giorgio Manganelli (già nel catalogo Bompiani, adesso in Adelphi, a cura di Salvatore Silvano Nigro, 346 pp., 22 euro) che di tutto quell'unico là offre un catalogo psichico fuori da ogni luogo comune. Il pingue prof. Manganelli, infatti, mai ebbe a mostrarsi addobbato al modo esotico. A differenza di un Tiziano Terzani, per fare l'esempio più facile, Manganelli mai volle mutare d'abito per farsi "monaco".

Non lo si vide mai, il viaggiatore, per le strade di Pechino, vestire camicie dal colletto "alla coreana" o, a Bombay, pestare chiodi al modo dei fachiri di cui scrutava la lacca sui capelli e i cosmetici sul volto perché Manganelli, nel suo esercizio tutto psichico, delude i lettori di bocca buona desiderosi solo di santoni, Siddharta e tocchetti new age. Manganelli in oriente ci andò col viatico di Giuseppe Tucci, "l'Italiano dal viso indiano". Tucci - l'esploratore per eccellenza, guida dell'Ismeo - salvò l'ebreo Bernhard, l'analista di Manganelli e sempre Tucci fece dono e dunque "crisma" all'amico di un opuscolo sul Muzium Negara, il museo della Malesia. E l'Ismeo è l'Istituto italiano per il medio ed estremo oriente.


Il modo più efficace per mettere da parte il provincialismo eurocentrico è, dunque, affrontare la preziosa oscurità di un mondo con la grazia infantile del professore curioso. E il gelo, appunto, contemplato nell'Himalaya, nelle pagine ha i denti che brillano di RigVeda. Così come la "trama infinita di Allah" (è anche un altro suo titolo), all'Alhambra è una seduzione del vuoto e dell'acqua e come Ulisse, Manganelli si fa Nessuno, per essere "impercettibile e anonimo" e accedere così a "quell'immaginazione astratta".


Il modo migliore per leggere l'oriente di Manganelli e perciò impossessarsi di questa materia tutta risolta là ma per stare qua, nel nostro oblio occidentale, è dunque un lasciarsi intrappolare da qualcosa di nobilmente scostante, "una sorta di celata che protegge un collettivo volto invisibile". Così scrive Manganelli e Salvatore Silvano Nigro, il curatore di questo libro (che meriterebbe quella diffusione - ahinoi! - facile per i mistificatori dell'oriente in costume), nel saggio che conclude il volume offre il percorso che ci consente, dal fondo della nostra Età Oscura, di saggiare "una corrucciata trattativa con l'oscura fatalità".


Questa idea dell'Asia estranea alle mode e al marketing è qualcosa di profondamente religioso rispetto al fare e disfare valigie di un professore strappato ai bolliti e Nigro, lavorando di cesello, porta alla luce le spente lune morte della ragione. Nigro - il cui saggio vale per fatti propri, a prescindere dal libro stesso - segue le innaturali metamorfosi dei nomi e dei luoghi macinati dal ruminare estatico di Manganelli fino alla sciatteria redazionale e non riesce a far tornare i conti. E tutto questo, però, nel taglia e cuci di note e pezzi di un lungo viaggiare risultano "vogliosità", ovvero, l'irruzione di quell'asiatica malia che a volte borbotta e, altre, incatena. Perfino allo spavento. Il là, dice Nigro, "dove si occulta l'apparente, si manifesta l'occulto, e persiste l'indomito".


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