VITA, MORTE E MAGHEGGI DI TOTÒ LIGRESTI

Dagospia - Estratto dal libro di Alfio Caruso - 'I Siciliani' - Neri Pozza Editorre

 

- QUANDO LA CASSAZIONE LO DEFINÌ "PERSONA ADUSATA ALLA CORRUZIONE E AL VENALE INTRALLAZZO"


Cresciuto all'ombra di Virgillito, muove i primi passi negli appalti pubblici - Accumula conoscenze, prende il controllo della SAI con capitali misteriosi - Poi il rapimento della moglie da parte dei ‘picciotti', i rapporti con Craxi, la protezione di Cuccia e Geronzi fino al crac per debiti...


Nella Paternò (Catania) in cui nasce, 1932, si raccontano già mirabilie del compaesano Michelangelo Virgillito, che si fa onore nella lontanissima Milano. A poco piú di trent'anni, malgrado un fallimento e una condanna in appello per bancarotta, truffa e appropriazione indebita - o proprio grazie a essi - Virgillito è proprietario di quattro cinema e di una massa considerevole di quattrini, che riesce a far fruttare pure in tempo di guerra. Si ritrova cosí proprietario dell'intera galleria del Corso con annessi albergo, la sala cinematografica piú vasta e piú famosa della città, la sede della Fondiaria Assicurazioni e del Banco Ambrosiano.


La sua fama viene lustrata dalla munifica beneficenza nei confronti di chiese, ospedali, orfanotrofi: di lui si dice che prima di ogni operazione invochi il sostegno di santi e madonne, pronto poi a ricompensare in contanti il richiesto aiuto soprannaturale. Senza moglie e senza figli, cerca di cancellare ogni puzza di zolfo dal considerevole patrimonio implementato pure con fortunate scalate in Borsa. Nascono allora le leggende sui lingotti d'oro che viaggiano con la Freccia del Sud, il treno da Milano a Catania, indosso a parenti e amici arruolati per trasferire un po' di benessere anche ai poveri del borgo natio.


Nel tumultuoso dopoguerra, dove ogni sogno pare realizzabile, i giovani paternesi come Ligresti che si affacciano alla vita hanno in Virgillito la stella cometa, l'esempio da imitare. In anticipo su Sindona, su Calvi, su Cuccia, su una schiera di spietati finanzieri, il miliardario con il rosario in tasca mescola giaculatorie e spregiudicate alleanze, partecipa con identica devozione alla messa e alle riunioni per la spartizione dei proventi.


I giornali imparano a conoscerlo, a seguirne le spericolate scorribande in Borsa. A differenza dei concorrenti punta non sui ribassi, bensí sui rialzi. Il listino di piazza Affari è ancora riserva di caccia per pochi eletti, Virgillito è uno di questi, anzi figura tra i piú fortunati, tra i piú lodati, eppure gli altri componenti del ristretto club lo tengono a distanza. Non gli perdonano la bassa estrazione sociale, l'italiano venato dalla forte inflessione dialettale, l'affilata arroganza del parvenu.


E soprattutto l'estraneità alla massoneria, benché abbia un ottimo rapporto con un avvocato di Randazzo, Peppino Pugliesi, voce autorevolissima in quegli anni delle Obbedienze. I tentativi di scalare la Pirelli e l'Assicuratrice Italiana di Carlo Pesenti vengono respinti nel nome dell'assai presunta purezza di casta. Il salotto buono dell'imprenditoria rifiuta di accoglierlo. In Borsa l'ostilità del fronte ribassista gli costa alcuni bagni di sangue. Pugliesi gli suggerisce di chiamare al proprio fianco un quarantenne avvocato di Paternò, Nino La Russa, convinto fascista, volontario in guerra, indefesso propagandista del nascente Movimento sociale italiano.


La Russa è anche un fior di professionista a proprio agio nelle sottigliezze dei bilanci societari, nei cavilli legali delle SPA. I nemici lo accusano di avere ascolto e amicizie dentro logge appartate nelle quali viene stabilito piú di un destino. I suoi accorti suggerimenti consentono a Virgillito di conquistare la Lanerossi Vicenza, l'azienda tessile piú importante, e la Liquigas, che attraverso la distribuzione casa per casa delle bombole di gas ha accumulato una stratosferica liquidità. Con qualche esagerazione don Michelangelo viene definito il nuovo re della Borsa: un ruolo non riconosciuto da banchieri e industriali, pervicaci nell'antico ostracismo.


A non curarsene è il neoingegnere Ligresti. Dopo la laurea all'università di Padova, punta dritto su Milano. Il boom economico è appena sbocciato, la capitale economica e finanziaria del Paese rappresenta la meta naturale di un giovane ambizioso. Virgillito lo accoglie a braccia aperte.

Non è soltanto un compaesano: l'avvocato La Russa, in stretti legami con la famiglia Ligresti, gli ha magnificato le potenzialità di Salvatore. Viene sistemato alla Liquigas. Stringe amicizia con l'astro nascente, un ragioniere calabrese poco piú che trentenne, Raffaele Ursini. Assunto nel '49 con un contratto da impiegato di terza categoria, ha saputo conquistare la stima di Virgillito.


Nel '55 è già in direzione generale, quattro anni piú tardi lo cooptano nel consiglio d'amministrazione. Ursini gode da subito di parecchia autonomia, Virgillito infatti è tutto preso dalla lavorazione del diadema da mezzo miliardo di lire (circa sei milioni di euro) benedetto da papa Giovanni XXIII e destinato alla statua della Beata Vergine nel santuario della Consolazione di Paternò.


Si tratta di un manufatto di nove chili e mezzo d'oro con incastonati cinquemila brillanti, dieci zaffiri, sei smeraldi, cinque rubini e un numero imprecisato di altre gemme. Le cronache raccontano che quel giorno del settembre '61 alle spalle di Virgillito, commosso dall'osannante accoglienza dell'intera cittadinanza, procedesse un impacciato Ligresti, già restio a ogni tipo di comparsata.


L'ingegnere si mette in proprio nei mesi in cui Ursini acquista da Virgillito la Liquigas. Il colpo di scena stupisce i mercati e le conventicole del potere. Nessuno si attendeva il passo indietro del «commendatore piú pio d'Italia» né che il suo protetto fosse già in grado di spiccare questo risoluto balzo in avanti. Per di piú rimane misteriosa la provenienza dei sei miliardi (circa sessantacinque milioni di euro) necessari a concludere la transazione. E mai Ursini rivelerà l'identità del benefattore.


Anche Ligresti si trasforma in imprenditore e sceglie l'edilizia. Il primo affare lo conclude in via Savona, zona di Porta Genova, oggi residenza chic, all'epoca un quartiere ottocentesco bisognoso di molti lavori. Ligresti ha la possibilità di ottenere i permessi per rialzare un vecchio palazzo: servono quindici milioni e lui ne possiede solo cinque. Bussa al Credito Italiano, l'attuale Unicredit.


Lo riceve addirittura il direttore generale Mascherpa, cui espone il progetto: ottiene i dieci milioni necessari ad approntare la pratica. Ligresti rivende immediatamente il diritto a costruire per cinquanta milioni. I trentacinque milioni di lire guadagnati nel 1962 equivalgono a cinquecentomila euro. Con tale liquidità Ligresti si lancia negli appalti pubblici. È bravo, serio, puntuale. Quando serve, c'è sempre l'avvocato La Russa, pronto ad aprire le porte che contano, a fornire le presentazioni indispensabili.


A metà degli anni Sessanta sbuca un altro estimatore, Alfio Susini, provveditore alle Opere pubbliche della Lombardia, figura fondamentale per chi vive di cemento armato, di commissioni, di permessi delle province e dei comuni. Ligresti ne sposa la figlia Antonietta, detta Bambi. Con simili angeli custodi Ligresti sbaraglia la concorrenza. Si aggiudica l'appalto per il grande parcheggio di corso Matteotti, dietro il duomo. Una domenica però la sua buona stella pare esaurirsi. Le piogge torrenziali rischiano di provocare smottamenti nello scavo. Il capocantiere lo avvisa per telefono che esiste il pericolo di coinvolgere i cinema vicini pieni di spettatori.


Ligresti ordina di raccogliere il maggior numero possibile di betoniere, di convocare tutti gli operai e di assoldarne altri. Poi corre in corso Matteotti: si mette a dirigere gl'interventi di consolidamento dal punto piú profondo del parcheggio. Inutilmente i tecnici lo invitano a venir via. Anni dopo racconterà con orgoglio di aver pensato che se fosse davvero crollato tutto, lui sarebbe rimasto sotto, ma almeno non avrebbe dovuto curarsi delle conseguenze.


La tempra è quella giusta per addentrarsi nel dedalo degli uffici dell'assessorato all'Edilizia e nelle stanze dei partiti, dove la DC regna incontrastata. Tuttavia a Milano bisogna sapersi destreggiare anche con i socialisti, fra i quali accanto al sindaco Aniasi cresce il carisma di un giovane adepto di Nenni, Bettino Craxi, il cui padre, tra l'altro, proviene da un paesino del messinese, San Fratello.


Don Salvatore, cosí lo chiamano nei cantieri, accumula conoscenze, palazzoni, capitali. Gli servono allorché si butta negli affari di alto livello. Capita, infatti, che la crisi del comparto chimico e una serie d'investimenti sbagliati scuotano la conglomerata di aziende messa su da Ursini. Grazie agli appoggi dei politici e al credito delle banche il ragioniere calabrese si è impossessato della Bastogi, della Pierrel, della Richard Ginori, della Pozzi, della SAI, la società degli Agnelli con cui sono obbligati ad assicurarsi gli acquirenti di auto FIAT; poi ha tentato il grande colpo: lo stabilimento per produrre proteine da fermentazione di idrocarburi.


Dovrebbe costituire il nuovo mangime per gli animali. Un investimento da duecento miliardi di lire (quasi un miliardo di euro), ma il ministero della Sanità si è giustamente opposto a utilizzare mangime proveniente dal petrolio per nutrire mucche e buoi. È stato il segnale che il giro del vento è cambiato. Gli istituti di credito hanno chiesto il repentino rientro dei crediti. Ursini ha rimediato una condanna per falso in bilancio e assaggiato il carcere. Intuisce che è il momento di mollare. Cede il grosso di quell'impero di debiti alla Montedison, cerca una soluzione piú conveniente per la SAI, un gioiellino di produttività. Si sviluppano trattative e manovre ancora avvolte nell'oscurità.


La Russa mette a disposizione le indiscusse doti di mediatore, compare uno sconosciuto affarista palermitano, irrompono i fratelli Massimino, ex muratori catanesi, divenuti prima capomastri e poi imprenditori edili. Il piú folcloristico, Angelo, è il presidente della squadra di calcio, indefesso cultore di meravigliosi strafalcioni linguistici. I Massimino hanno accumulato una cospicua fortuna e sono titolari di due finanziarie, Etnafin e Premafin, detentrici del pacchetto di controllo della SAI. Al termine di tanti giochetti e accordi sotterranei il proprietario risulta Ligresti: ha sborsato due miliardi per il 10 per cento della compagnia; assieme a un altro 20 per cento prestato o regalato da Ursini ottiene il controllo dell'assicurazione dal pingue portafoglio.


Nessuno si chiede in che modo don Salvatore abbia trovato i due miliardi ufficialmente versati dichiarando nel 1978 appena trenta milioni di reddito. Sulla consistenza economica del successore di Virgillito, morto nel '77, e di Ursini non hanno dubbi due rampolli di Cosa Nostra, Giovannello Greco e Pietro Marchese. Appartengono alle dinastie sotto attacco da parte dei corleonesi di Riina e Provenzano. Dopo esser stati implicati nella sparizione di venti miliardi di lire da investire nei casinò di Atlantic City, si sono stabiliti a Milano, in due alberghi di lusso. Un mese di sopralluoghi e nel febbraio '81 rapiscono la signora Ligresti. L'inatteso sequestro scatena i mezzi d'informazione: scoprono che il tozzo e pelato ingegnere ha aperto cantieri in ogni angolo della città.


Ed è talmente solvente da poter pagare un miliardo e mezzo per la liberazione della consorte. Anche stavolta che il suo reddito sia di ottanta milioni non desta scalpore, tuttavia il prediletto anonimato non è piú praticabile.

Contribuisce pure la rivista «Forbes»: inserisce Ligresti fra gli uomini piú ricchi del Paese. Le procure di Roma e di Milano indagano su affari e conoscenze senza giungere ad alcun risultato. Nell'86 la curiosità dell'assessore all'Urbanistica di Milano, Carlo Radice Fossati, porta alla luce lo scandalo delle aree d'oro, emblematica anticipazione di Tangentopoli. Il protagonista è ancora Ligresti: vengono appurati i suoi stretti rapporti con Craxi, con il sindaco socialista Tognoli, con rilevanti settori del PCI.


A Sinistra, insomma, nessuno sfugge al fascino e ai progetti di don Salvatore: lo chiamano pomposamente «Piano Casa», viceversa ha consentito all'ingegnere di costruire casermoni da adibire soprattutto a uffici dagli affitti assai remunerativi. L'inchiesta di un coraggioso pretore, Francesco Dettori, appura moltissimi abusi urbanistici. La giunta Tognoli cade, Ligresti riceve qualche piccola condanna che però ne appanna l'immagine pubblica di socio stimato e riverito della Pirelli, della CIR di Carlo De Benedetti, della Italmobiliare di Carlo Pesenti, dell'Agricola Finanziaria di Raul Gardini, della misteriosissima finanziaria lussemburghese Euralux, detentrice di un determinante pacchetto di azioni Generali nella disponibilità degli Agnelli.


Don Salvatore ne possiede quote di rappresentanza - lo definiscono «Mister 5 per cento» - che assieme al controllo della SAI gli consentono di prendere il caffè assieme ai re di denari in grado di muovere affari e quattrini. Nessuno di costoro viene turbato dal pesantissimo giudizio espresso dalla Cassazione sul conto di Ligresti: «[...] persona adusata alla corruzione e al venale intrallazzo con pubblici amministratori e politici di rango».


Ad aumentare i fastidi rispunta dal passato Ursini. Sostiene che il 10 per cento della SAI era stato ceduto in via provvisoria, che egli avrebbe potuto riscattarlo entro dieci anni alla stessa cifra di vendita o incassare il corrispettivo in danaro alle quotazioni correnti. E nel 1987 il 10 per cento della compagnia vale circa ventisette miliardi (circa ventotto milioni di euro).


Al contrario Ligresti afferma che l'accordo di rientro scadeva a un anno dalla compravendita, cioè nel '79. Nonostante Ligresti tenti di evitare il ricorso di Ursini al tribunale versandogli dieci miliardi, la parola passa al giudice. E questi riconosce, contro molti pronostici, le buone ragioni dell'ingegnere. A non riconoscerle sono viceversa i conti economici. L'intervento della magistratura ha suggerito cautela nelle locazioni e nelle vendite agli enti e alle amministrazioni.


L'improvvisa stasi del mercato immobiliare apre una voragine nei bilanci. L'indebitamento finanziario supera i mille miliardi di lire, all'epoca una cifra choc. Invano Craxi, capo del Governo, esercita pressioni sul compagno di partito Nerio Nesi, presidente della Banca nazionale del lavoro, per concedere un sostanzioso prestito. Deve intervenire Cuccia.


Al solito il demiurgo di Mediobanca rovescia sugli incolpevoli frequentatori della Borsa l'onere di salvare Ligresti. Con l'abituale cinismo dell'impudente determina una stratosferica valutazione della Premafin, divenuta la cassaforte di famiglia: mille miliardi, l'equivalente all'incirca delle sofferenze di don Salvatore, quattordici volte l'utile dichiarato dalla società, settantadue miliardi.


Un livello mai toccato in precedenza e che mai sarà toccato in futuro. La classica esca per il parco buoi degli investitori regolarmente tosati dagli imperscrutabili disegni dell'uomo, che comanda a bacchetta i pavidi padroni del vapore. Naturalmente l'intervento di Cuccia non è disinteressato o dettato dalla riconoscenza nei confronti di Ligresti per aver qualche anno prima favorito l'abboccamento con Craxi. L'intesa fra i due aveva rappresentato il preludio alla privatizzazione di Mediobanca necessaria a Cuccia, a rischio di pensionamento, per mantenere la presa sull'istituto e, a seguire, sui potentati di casa nostra.


Sostenendo adesso Ligresti, il siciliano dagli occhi di ghiaccio vuole soltanto evitare che l'eventuale cessione della SAI porti in mano ostile il pacchetto di azioni Euralux finitole in pancia. Secondo consuetudine, il piano di Cuccia va a buon fine, ma per l'ingegnere continua a essere un periodo difficile.


A Palermo il consorzio grandi opere comprendente anche una sua prestigiosa azienda, la Grassetto di Padova, assorbe la sconosciuta impresa Sicilcasa detentrice della licenza per edificare trecento villette sulla collina Pizzo Sella, vincolata a verde agricolo. La Sicilcasa, attraverso la sorella Rosa, fa riferimento a Michele Greco, il papa di Cosa Nostra.


Vanno in galera sindaco e funzionari comunali, ma alla vigilia di nuovi clamorosi provvedimenti il magistrato Alberto Di Pisa, titolare delle carte, viene indicato come il "corvo" della procura, il grande accusatore di Falcone e del capo della Criminalpol, Gianni De Gennaro, e l'inchiesta è disinnescata. Finisce per anni in un cassetto. Adetta di alcuni collaboratori di giustizia per favorire don Salvatore sono intervenuti Santapaola, il numero uno della mafia catanese, in Sicilia e i Carollo, potente clan palermitano trapiantato nell'hinterland meneghino, a Milano.

Tali accuse, però, mai hanno ricevuto il sostegno di una prova convincente. Ben altro peso hanno invece le chiamate di correo in Tangentopoli. Nel luglio 1992 Ligresti è tradotto nel carcere di San Vittore. Ci resta a lungo poiché i sostituti procuratori sono convinti che gli appartenga la All Iberian, ignota società estera pagatrice a Craxi di una tangente da ventuno miliardi. Viceversa è di Berlusconi.


Ligresti ha perciò ogni ragione nel rifiutarsi di fare il nome del politico socialista come richiesto insistentemente dai magistrati. Un comportamento da uomo d'onore, nel senso di Shakespeare (Giulio Cesare, atto III, scena II), che aumenta la considerazione del suo ambiente. I processi gli procurano una condanna a due anni e quattro mesi buona per non tornare in cella, ma inesorabile nel vietargli di guidare la SAI e le sue ramificazioni.


Di conseguenza sono i tre figli, Jonella, Giulia e Paolo, a sostituirlo nei diversi consigli d'amministrazione. Per gli allegri e spregiudicati costumi dei ras degli affari l'intoppo giudiziario di Ligresti non costituisce pregiudiziale alcuna. Cuccia, d'altronde, continua a stendere su di lui il proprio manto protettivo.


Quando muore, è l'erede Maranghi a prenderselo in carico. Il suo appoggio gli consente di portare a termine l'ultimo grande colpo. Nel 2002 la FIAT lancia un'opa sulla Montedison, Maranghi desidera impedire a tutti i costi - nel senso letterale del termine - che la controllata Fondiaria, detentrice di fondamentali pacchetti azionari, vada agli odiati Agnelli. Spinge Ligresti a mettersi di mezzo, malgrado la controversia abbia mandato i prezzi alle stelle. Ligresti obbedisce, tanto i soldi li mette Mediobanca.


La SAI compra una quota considerevole di Fondiaria e sarebbe pronta a incamerarne un'altra assai piú consistente, se non maturasse lo stop della CONSOB. Allora ad aggirare la legge provvede l'immancabile cordata di quelli che verranno denominati «i furbetti del quartierino»: acquistano il pacchetto di Fondiaria e lo girano a Ligresti.


In tal modo l'ingegnere si ritrova, quasi a propria insaputa, alla testa della prima compagnia assicurativa italiana nel ramo danni. Chi si ricorda piú di Tangentopoli, dell'arresto, della condanna? Per aiutare gli amici e gli estimatori a dimenticare sovviene un articolo del codice penale, che smacchia la fedina penale quando siano trascorsi cinque anni dalla pena durante i quali il reo ha fornito «prove effettive e costanti di buona condotta».


La vecchia Premafin dei fratelli Massimino torna a splendere, per quanto nel dedalo di società sparse tra Italia, Svizzera e Lussemburgo, che collegano la famiglia alla controllante, s'incontrino nomi di collaudati avventurieri. Nel nome del proprio tornaconto Ligresti non ha remore a tradire il santo protettore degli ultimi tempi, Maranghi. Partecipa alle manovre per cacciarlo da Mediobanca. L'operazione lo avvicina al vincitore del momento, Cesare Geronzi, il banchiere cresciuto all'ombra di Andreotti e divenuto l'acclamato dominatore dell'Italietta cortigiana e d'anticamera.


Geronzi lo scorta dentro la RCS, che significa il Corriere della Sera, lo appoggia nei grandi progetti della sanità e negli ambiziosi investimenti immobiliari a Milano, a Torino, a Firenze, da dove, tuttavia, piovono altri guai. In due anni il mondo di Ligresti si sgretola. Lui sembra aver perso il tocco magico, i figli sembrano bravi soprattutto nell'incassare ricche prebende, l'incombente crisi economica chiude i rubinetti del credito, anche Geronzi viene deposto in una mattina e dire che lo presentavano come il banchiere di sistema, sorretto da Berlusconi, dal Vaticano, dalla finanza internazionale.

All'improvviso don Salvatore si trova esposto alla bufera dei debiti: lui e i suoi cari ne hanno accumulato per due miliardi di euro, con la perdita secca di un miliardo da parte del comparto assicurativo e il rabbrividente primato di aver condotto sull'orlo del baratro due delle piú prestigiose e storiche compagnie assicurative. Di conseguenza gli tocca assistere all'ingresso imperioso di Unicredit, ubbidire ai diktat, perdere il controllo delle scelte, rinunciare ai tanti privilegi che lui e i figli mettevano in conto alle società.


Gli eredi di Maranghi, i nuovi signori di Mediobanca, sono i piú determinati a non concedergli vie di uscita, benché attenti a salvaguardare la propria, rilevante esposizione. A differenza del mentore Virgillito, dopo mezzo secolo passato a spendersi come l'amico di tutti, Ligresti si ritrova senza santi in paradiso e quindi deve abbandonarlo.



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