DALL'ARCHIVIO - Ma il tabacco non è il solo veleno

ANNO 2001 Massimo Fini

 

Ieri si è celebrata la Giornata mondiale contro il tabacco.


C'è in questa martellante campagna anti-fumo, di cui in Italia si è fatto vessillifero l'ancora per poco ministro della Sanità Umberto Veronesi, qualcosa di fasullo e, insieme, di nient'affatto innocente.


E' come se, bruciandogli la casa, uno si preoccupasse del canile. Il fumo da sigaretta è infatti niente rispetto alle enormi quantità di agenti cancerogeni che ogni giorno siamo costretti a respirare, a mangiare, a toccare e che sono il frutto della produzione e del sistema industriale.


E con la differenza che il fumo attivo (su quello passivo sono d'accordo che si debbano porre dei limiti perché la libertà di ciascuno passa per il rispetto di quella degli altri) è uno dei piaceri della vita e i suoi rischi sono volutamente accettati, mentre la spaventosa cancerosità dell'ambiente non è né un piacere né qualcosa che dipenda dalla volontà del singolo


.Per questo dico che la campagna contro il fumo attivo, oltre che fasulla, non è innocente.


 Perché colpevolizza il singolo dimenticando le enormi responsabilità dell'economia, dell'industria e della politica che dovrebbe governarle. Si colpevolizza il fumatore per non disturbare il manovratore.


E infatti non mi ricordo che l'oncologo Veronesi abbia mai speso una parola seria contro l'inquinamento ambientale salvo consigliarci, in un grottesco decalogo di qualche anno fa, di non uscire di casa se abitiamo in città ad alto rischio. Ancora un passo e ci avrebbe imposto di non respirare.


E in effetti questo è il trend di quella sorta di neoterrorismo che ha nome medicina preventiva.


Questa medicina non tende - non ci prova nemmeno - ad attaccare le cause profonde, ambientali, sociali ed economiche, che sono alla base di quelli che vengono chiamati i Big Killer, il cancro e l'infarto, e sulle quali il singolo individuo nulla può e deve subire in silenzio (altro che fumo passivo), ma a costringerci a una vita di rinunce, di limitazioni, di angosce, perennemente sotto controllo, periodicamente testati da stressanti esami, tac, ecografie e risonanze magnetiche.


Proprio Veronesi ha proposto che le donne portatrici di certi geni, Brea 1 Brea 2, che predispongono al cancro al seno, si facciano asportare preventivamente, già in età prepubere, le ghiandole mammarie.


Per la medicina del professor Veronesi, cioè per la medicina tecnologica e terroristica di oggi, non esistono più uomini e donne sani, siamo tutti dei potenziali malati. Il che è ovvio: vivere ci fa morire. Dobbiamo, per questo, rinunciarvi? Dobbiamo per questo, condurre un'esistenza limitata, umiliata, da malati quando siamo ancora sani?


Io invidio la generazione dei miei genitori che viveva più spensieratamente e con allegria, senza badar troppo agli spifferi e al fumo (nei film di quegli anni tutti hanno la sigaretta alle labbra), senza troppi test ed esami, anche perché, uscendo dalla guerra, sapeva bene che oggi ci siamo e domani potremo non esserci più e che quindi è cosa saggia vivere con pienezza il «qui e ora» senza la pretesa di un ossessivo controllo sul futuro. Invece il mito della lunghezza della vita a tutti i costi, finisce per mortificare proprio la vita, per guastarla, per umiliarla.


Noi invece vogliamo vivere, se non da leoni, almeno da uomini, avvolti anche, se ci garba, nella nuvoletta della nostra sigaretta che solo lo strabismo interessato dei Veronesi può ingigantire, mentre ignora l'impressionante nube, prodotta dal sistema industriale, che incombe su di noi.


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