CONTROSTORIA 71 - Piazzale Loreto come via Rasella

ANNO 2005 Vittorio Messori

 

In piazzale Loreto, a Milano, da moltissimo tempo non esiste più il distributore di benzina alla cui tettoia furono appesi per i piedi Mussolini, Claretta Petacci, i gerarchi fucilati a Dongo e, alla fine, anche Achille Starace che passava di lì per caso, essendo ormai da anni al di fuori della politica ed essendo finito, tra l'altro, nelle carceri della Repubblica Sociale.


 Non c'è alcuna traccia del luogo che fu trasformato in «una macelleria messicana», come lo definì lo stesso Sandro Pertini, che ha sempre assicurato di essere stato contrario a quella esibizione di cadaveri. In quel nodo di traffico convulso ben più che piazza, un monumento comunque c'è: ed è quello dedicato ai diciassette milanesi fucilati dai tedeschi il 9 e il 10 agosto del 1944. Ogni anno, nella deserta città estiva, il Comune procede a una commemorazione ufficiale dell'eccidio. Il fatto spiega perchè i partigiani in arrivo dal lago di Como con il camion carico di morti fascisti abbiano deciso di esporli proprio in quel luogo.


Eppure, in quel fiume di parole che continua da ormai sessant'anni, nessuno dice come andarono davvero le cose. È solo l'amore per la verità che deve contrassegnare un cristiano che mi spinge a ricordare lo svolgimento dei fatti, non certo una qualche simpatia per il fascismo, per il quale ho la stessa estraneità, anzi orrore, che nutro verso il comunismo. Si tratta, infatti di fratelli, per quanto talvolta litigiosi, figli tutti e due della modernità postcristiana: in entrambi il "totalitarismo", cioè la Politica, il Partito che pretendono di possedere la "totalità" dei cittadini, ridotti a sudditi.


 È l'incubo dello Stato Etico, come fonte e garante di moralità da imporre con leggi e gendarmi. È la tirannia del Grande Fratello che vuole irreggimentarci e controllarci dalla culla alla tomba, in strada e in casa, dicendoci non soltanto come dobbiamo votare, ma come dobbiamo pensare e vivere. Niente di peggio del nero e del rosso per uno come me che si sente un anarchico, seppur credente nel peccato originale: uno che, dunque, non ama gerarchie, autorità, carabinieri ma li rispetta ed accetta come male inevitabile, come scotto da pagare alla caduta di Adamo. Questo chiarito, vediamo come andarono le cose a piazzale Loreto. Per comodità ci rifaremo al diario di Vincenzo Costa che, durante la Repubblica Sociale, fu il Federale, cioè la più alta autorità fascista, di Milano.


Non si scuota il capo, pensando subito a una fonte inattendibile, perchè di parte. Le sue memorie sono state giudicate veritiere e oggettive dal maggior esperto di queste cose, Renzo De Felice, ed egli stesso le ha fatte pubblicare da un'editrice insospettabile come Il Mulino, che le ha ripresentate in queste settimane in edizione economica. In ogni caso, la ricostruzione che Costa fa della strage del 1944 è confermata da tutti gli storici: anche se, naturalmente, in pubblicazioni accademiche, da non far circolare troppo per non suscitare le reazioni, temibili, dei sacerdoti della fruttuosa retorica resistenziale.


In sostanza piazzale Loreto è l'equivalente milanese della romana via Rasella: la strage dei vecchi territoriali della Wehrmacht (non tedeschi, come spesso si dice, ma italiani dell'Alto Adige) fu voluta dai comunisti come azione politica, non militare. Gli americani, in effetti, stavano avvicinandosi a Roma, i tedeschi si sarebbero presto ritirati ma nel popolo romano non c'era sufficiente odio per loro, i lutti non erano stati tanto gravi ed estesi da risvegliare nella gente un furente antifascismo che essi, i comunisti, avrebbero poi utilizzato a dovere, usando ai loro scopi i "martiri". Il carretto per le immondizie pieno di tritolo fu fatto esplodere in via Rasella proprio per questo: provocare l'inevitabile rappresaglia nazista e capitalizzare lo sdegno e l'orrore che ne sarebbero seguiti.


Un calcolo egualmente cinico fu fatto dai capi partigiani milanesi. Scrive il federale Costa: «Il Comando tedesco stava cercando con ogni mezzo di accattivarsi la simpatia della popolazione milanese. La brutalità, le deportazioni, gli arresti in massa seguiti all'8 settembre avevano suscitato paura e odio». Ma nella primavera ed estate del 1944 «i tedeschi a Milano obbedivano al nuovo indirizzo della loro propaganda e, soprattutto, obbedivano al console generale di Germania che favoriva gesti per ripristinare il cameratismo e la comprensione».


Addirittura, rischiavano di diventare "simpatiche" ai milanesi persino le SS che avevano rilasciato centinaia di operai arrestati e destinati al lavoro obbligatorio nel Reich. Da Berlino, infatti, si ripeteva l'ordine di «non infierire sulla popolazione ma di usare tatto e mostrare fraternità». Così, i germanici in terra ambrosiana presero alcune iniziative che, scrive il federale, «al popolo piacquero». Non piacquero affatto, invece, ai resistenti, i quali decisero di «rompere, con una bomba, il clima di comprensione, seminando morte e odio, riportando i tedeschi a comportarsi da brutali soldati».


Ecco, allora, come andò, nel resoconto - aderente ai fatti, come dicevo - di Vincenzo Costa: «Alle 7 di ogni mattina, sotto gli alberi di viale Lombardia angolo piazzale Loreto giungeva una decina di camion tedeschi, dai quali venivano calate ceste ricolme di verdure, patate, frutta che la Staffen-Propaganda acquistava al mercato all'ingrosso di Porta Vittoria e distribuiva gratuitamente ai cittadini. Il mattino del 9 agosto si snodava una lunga fila di massaie in attesa del loro turno. Un grosso maresciallo tedesco, grande come la statua di San Carlo ad Arona, dalla faccia di bonaccione bevitore di birra, sorridente con tutti, prendeva la merce e la calava nelle borse delle donne.


Queste ringraziavano e se ne andavano veloci. Quegli scambi di sorrisi, quella reciproca fiducia e simpatia davano fastidio agli agenti dei Comitati di liberazione, che decisero di porvi fine con un eccidio.


Nottetempo, in una cesta posero una bomba ad orologeria e quando al mattino il solito maresciallo, el Carlùn come lo chiamavano le massaie, era affaccendato a distribuire verdure, l'infernale ordigno esplose. I morti furono sette: cinque soldati tedeschi, compreso il grosso maresciallo, e due popolane milanesi. I feriti una trentina. L'attentato ruppe la tregua e fu l'inizio di una catena di lutti». In effetti, proprio come desideravano i partigiani, i tedeschi vollero la rappresaglia e ordinarono che venti detenuti del raggio politico di san Vittore fossero fucilati. Mussolini stesso, il cardinal Schuster, lo stesso federale Costa, come massimo esponente del fascismo milanese, intervennero in ogni modo ma riuscirono solo a limitare a 17 il numero delle fucilazioni. Che furono eseguite, lo dicevo,


il 9 e il 10 agosto in piazzale Loreto, dove ora sorge la stele. Anche qui, dunque, come a Roma, nessuna giustificazione "militare", solo motivazioni politiche che, tra l'altro, portarono alla morte anche di due donne del popolo con le loro povere borse e delle quali nessuno ha mai parlato. Così come non si parla dei civili romani, tra cui un bambino, uccisi dalla bomba di via Rasella.


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