Amare, abbreviativo di amarezza

Marcello Veneziani - Sab, 06/07/2013 - Il Giornale

 

Non vorrei rubare in casa dei ladri, come si dice a Roma, ma dissento dall'amico Franco Alberoni su come ha definito l'amore sul Giornale.


Sono un dilettante in materia, lui invece è un professionista dell'amore, per citare Julio Iglesias, avendo scritto libri famosi sull'amore (ma al festival di filosofia dedicato quest'anno all'amore l'hanno invitato?).


Alberoni ha definito l'amore «Il bisogno di stare con chi ti completa». Beh, penso che quella sia solo una modalità dell'amare. Si ama per bisogno di stare non con chi ti completa ma con chi ti svuota, ti fa sentire leggero e ti porta lontano da te, in volo, felice alienato. O il contrario, non ami chi ti completa e dunque ti dà le cose che tu non hai ma chi ti somiglia, è complice, affine e dunque ti raddoppia e non ti completa.


Per non dire le mille patologie dell'amore che insieme ne fanno la fisiologia: chi ama per dominare o per essere dominato, chi ama per fare del bene o per farsi del male, chi ama per non pensare o per gratitudine, chi ama per sentirsi bambino e giocare in un mondo parallelo e irreale... È difficile ricondurre tutte queste patologie al desiderio di completarsi.


Sull'amore ho scritto tante cose amare (amare, abbreviativo di amarezza); la prima persona del verbo amare coincide con un doloroso abboccamento (l'amo è un gancio letale). L'amore è un dolce transito da un'illusione a una delusione. Alla fine penso che l'amore sia connessione: ti collega al mondo e al sopramondo tramite un altro.


 Dall'iperuranio Platone e Steve Jobs mi danno ragione.


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