Virtù, ragione e un appello per i credenti. Quell'opera a 'quattro mani' che corona il trittico di Benedetto

6/7/2013 di Vittorio Messori et-et corriere della sera

 

Eccola, dunque, la prima enciclica pensata e scritta "a quattro mani", per usare l'espressione dello stesso  papa Bergoglio.


Il quale firma sì, da solo, con un Franciscus  manoscritto,  ma spiega, nel testo stesso, come stiano le cose:


Gliene sono profondamente grato e, nella fraternità di Cristo, assumo il suo prezioso lavoro, aggiungendo al testo alcuni ulteriori contributi >>.


 In realtà, questi  contributi del pontefice argentino sembrano di contorno. Secondo l'autorevole  sociologo delle religioni Massimo Introvigne sono rintracciabili soprattutto nel fatto che Francesco <>


Sia lo schema di pensiero che certe espressioni stilistiche o i riferimenti agli autori, approvati o confutati (molti dei quali tedeschi, a cominciare da Nietzsche) sono chiaramente ratzingeriani. Si tratta,  insomma, della conclusione omogenea del trittico che Benedetto XVI aveva deciso di dedicare alle tre virtù teologali, per cominciare dalle radici il progetto di nuova evangelizzazione che già era stato di Giovanni Paolo II.


Ci è già capitato, proprio su questo giornale, di spiegare perché una simile novità di "magistero a due" non sia fonte di confusione ma, al contrario, di conferma di una verità cristiana e, in particolare, cattolica.


Non a caso, lo stesso papa Francesco scrive, dopo aver accennato al ruolo decisivo del suo predecessore nella stesura dell'enciclica: << Il Successore di Pietro, ieri, oggi e domani, è infatti sempre chiamato a confermare i fratelli in quell'incommensurabile tesoro della fede che Dio dona come luce sulla strada di ogni uomo». Nei papi che si susseguono possono essere interessanti ma alla fine irrilevanti (almeno per quanto davvero conta) le diversità di carattere , di cultura, di storie personali. In effetti, il ruolo del Vescovo di Roma - <>, precisa Bergoglio- è quello di Maestro e di Custode di un depositum fidei  che non è suo ma che gli è stato affidato; che può meglio comprendere e approfondire ma non mutare neppure di uno jota. Dunque, la prima  enciclica "a due mani" non è che la conferma di questa verità, spesso dimenticata anche da credenti (magari storici) che enfatizzano le differenze tra i vari pontificati. Può differire la stile o l'attenzione per certi temi, ma non certo il contenuto, quando un pontefice riannuncia la verità del Vangelo.


Proprio perché così ratzingeriane, la novantina di pagine della Lumen fidei sono di grande densità teologica.


Come probabilmente vedremo nei documenti che Francesco non solo firmerà ma elaborerà in proprio, sarà più accentuato l'orientamento pastorale rispetto a quello dottrinale.


 E' proprio l'importanza del testo che suggerisce di rinviare a più avanti un'analisi approfondita, ora impedita dalle urgenze  giornalistiche. Qui dobbiamo limitarci a una constatazione, crediamo non apologetica ma oggettiva.


 Come ricorda l'enciclica sin dall'inizio, il movimento di pensiero che iniziò con la modernità, volle chiamarsi "illuminismo", in contrasto alle "tenebre" cristiane e in particolare cattoliche. I tempi del predominio religioso furono definiti "secoli bui".


 E' successo però che le fiaccole accese per guidare l'umanità verso i nuovi destini, portarono presto al Terrore rivoluzionario , alle stragi napoleoniche (due milioni di giovani europei, il futuro dell'Europa intera, sacrificati alle ambizioni del Còrso) e poi, via via, all'esito disastroso di tutti gli "ismi" creati per fugare le ombre cristiane: socialismo, comunismo, fascismo, nazionalsocialismo e, oggi, un liberismo e un libertinismo incontrollati di cui scontiamo le conseguenze.


E' dunque anche alla luce della storia che l'enciclica è stata volutamente chiamata, dalle prime due parole, "la luce della fede". Fede che non solo non è tenebra, come assicuravano coloro che accesero i Lumi settecenteschi, ma è in grado di rischiarare non solo l'umanità ma anche le vite dei singoli uomini.


 In  tutto il testo, poi, ritorna di continuo  la grande, doverosa preoccupazione di quel teologo post-moderno che è Joseph Ratzinger: ben prima che ai sentimenti, fare appello alla ragione, per mostrare che questa non solo non esclude la fede ma può aprire la strada verso di essa.


 Le "ragioni per credere" sono ribadite con forza, seguendo, in fondo il detto pascaliano che la storia sembra davvero avere confermato: <>.


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