La filosofia sfida la medicina una questione di vita e di morte

Marcello Veneziani - Lun, 01/07/2013 - 09:39 commenta

 

In un serrato botta e risposta Umberto Veronesi e Giovanni Reale si confrontano sulla bioetica. E da punti di vista diversi difendono la libertà dell'individuo


 

Nascita, matrimonio e morte sono stati per millenni i sacri cardini della vita personale, famigliare e comunitaria. Nell'arco di pochi anni i tre eventi decisivi su cui si fondava ogni civiltà sono stati depotenziati, stravolti e negati. La denatalità e l'aborto, la crisi dei matrimoni e la loro equiparazione ad altri tipi di unione, la rimozione della morte e al tempo stesso un sottile desiderio di estinzione che pervade le società senili, salutiste e disperate dell'ultimo Occidente: c'è un filo nero che percorre la nostra epoca e ne esprime la pulsione di morte.


Immaginate che per affrontare questi temi, il dio Febo abbia convocato sotto falso nome Asclepio e Platone, l'uno che si cura del corpo, l'altro che si cura dell'anima.


I nomi assunti dal Medico e dal Filosofo nel nostro tempo sono Umberto Veronesi e Giovanni Reale.


 Il loro dialogo sulla salute e sulla morte (Responsabilità della vita, Bompiani, pagg. 264, euro 13) non è soltanto il dialogo tra un uomo di scienza e chirurgia e un uomo di pensiero e tradizione, ma anche tra un credente, che poi coincide col filosofo, e un non credente e medico famoso.


Reale è soprattutto un platonico, e il cristianesimo, diceva Schopenhauer, è platonismo per il popolo.


Anche Veronesi a un certo punto si definisce «platonico» ma per lui «platonico» sta per «mentale», non per «trascendente» o «spirituale». In questo dialogo Veronesi deposita le armi troppo taglienti dei suoi testi in favore dell'eutanasia e sui rapporti sessuali, la dieta e l'aborto e ragiona con più lievità e filosofia. A tratti lascia l'impressione nei maliziosi che sia stato «aiutato» da qualche ghost writer più ferrato in filosofia. Ma il credente e il non credente in sostanza concordano sull'idea che nessuno possa decidere sulla vita di un uomo, e meno che mai lo Stato. Ovvero la vita è un bene disponibile per il suo titolare. Autodeterminazione.


Gli argomenti addotti per fondare questa tesi acquistano particolare rilevanza perché li sposa un filosofo cattolico, legato alla religione cristiana e a una visione spirituale della vita. Di Reale nutro antica ammirazione. Studiai sui suoi testi platonici e aristotelici all'università, mi ritrovo nelle sue opere e nei suoi pensieri. A differenza di altri filosofi autoreferenziali e tendenzialmente autistici, Reale è un pensatore chiaro e non contorto; ha - nomen omen - il senso della realtà e pensa nel solco di una tradizione.


Cita senza riluttanza altri colleghi, non si reputa Unico o Assoluto, sa che il filosofo è come Eros, un mediatore. In particolare i suoi autori di riferimento oltre Platone e i classici, sono il padre dell'ermeneutica Gadamer, il grande studioso dell'antichità Pierre Hadot e, curiosamente, uno scintillante scrittore reazionario di cui ci siamo occupati su queste pagine di recente, Gómez Dávila.


Di primo acchito dirò che l'originalità di Reale in temi di bioetica ed eutanasia è che egli usa argomentazioni conservatrici, religiose e anche antimoderne per aderire a una tesi progressista, laica e moderna. Infatti egli critica la difesa della vita ad ogni costo come un abuso della tecnica che si accanisce a mantenere in vita esistenze che la natura e il disegno divino avrebbero destinato a morire. E perviene così, citando non soltanto autori classici ma anche pontefici recenti e non progressisti, come Pio XII, alla conclusione che si debba riconoscere ai malati il diritto di morire con dignità, evitando l'accanimento terapeutico nel nome di una sorta di feticismo della vita. Veronesi abbraccia e radicalizza questa tesi, spingendosi a ritenere del tutto lecita l'eutanasia. Argomentazioni lucide e persuasive, soprattutto quelle di Reale, che rimettono in discussione il primato assoluto della vita in nome della sua sacralità. Ma ho alcune obiezioni.


La prima è sul concetto di sopravvivenza artificiale, contro natura; ma non si sopravvive artificialmente anche con un by-pass, un rene artificiale, un trapianto o una chemio?


Fin dove è lecito forzare il corso naturale della vita e accogliere l'intervento della tecnica, quali sono i confini inviolabili fra il naturale e l'artificiale?


 

La seconda obiezione riguarda l'eutanasia sostenuta da Veronesi: ma preferire la morte al vivere male non è anch'esso figlio di un feticismo della vita?


 Non ci può essere anche carità nella vita che resiste, oltre che dignità nel morire?


E qui tocco l'insistenza sull'autodecisione nel nome dei diritti; accanto ai diritti che elenca Veronesi non c'è nessun dovere di vivere?


 L'unico dovere biologico che abbiamo, per Veronesi, è morire. Ma il dovere di vivere non deriva unicamente dallo spirito cristiano, ma anche dal mondo pagano, da Seneca a Cicerone, secondo cui la vita è milizia e dunque non si può disertare. O lo stesso Marco Aurelio, qui citato, che si forzava di vivere «per compiere il mio mestiere di uomo». Davvero la vita è interamente e solamente mia? Non decisi io di nascere, posso io decidere di togliermi quel che mi fu dato? E poi si citano sempre i casi limite Welby o Englaro; ma quante volte si usano i casi estremi più emotivamente toccanti per estendere poi l'eutanasia ai casi ordinari di chi vuol farla finita o peggio di chi vuol disfarsi di un peso ingombrante?


Sono obiezioni che rivolgo per passione di verità anche a me stesso, perché confesso di sentirmi assai incerto e d'impulso propendo per recidere il filo quando la dignità del vivere si spegne nel suo indecoroso e malato trascinarsi. Però quando vedo le campagne in favore dell'eutanasia intrecciarsi a una rete di battaglie per il disarmo della vita, avverto un diffuso e strisciante cupio dissolvi.


Non mi piace quest'odore di morte che si propaga in tutte le campagne che montano, unite da uno spirito ostile alla procreazione, ai legami, alla vita e partigiano per la morte e per il libero disfarsi, in un passaggio dall'edonismo gaudente della dolce vita all'edonismo disperato della dolce morte. Poi mi insospettisco quando vedo l'inquietante analogia tra le nuove prassi mortuarie e lo smaltimento dei rifiuti: via cimiteri e discariche, si va in entrambi i casi verso l'incenerimento, dei corpi come dei residui, e verso il riciclaggio, dei rifiuti come degli organi.


Allora ricerco quel delicato, quasi introvabile punto d'equilibrio fra la dignità della vita e il rispetto del destino, fra amore e libertà, fra diritto e dovere di vivere.


Difficile trovarlo, ma riflessioni come quelle di Reale e Veronesi aiutano, per affinità o per contrasto, ad avvicinarsi. Intanto mi affido alla clemenza della sorte. Che ci pensi lei, con mano lieve, a farci togliere il disturbo senza portarla per le lunghe.


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