Due cose cattoliche sulle banche e sul (benedetto) capitalismo

21/6/2013 Marco Respinti

 

San Pietro non aveva un conto in banca. Lo ha detto, in un'omelia a braccio, Papa Francesco.


Sacrosanto. Infatti non esistevano le banche. C'è però da dedurne (come mi ha chiesto preoccupato un imprenditore di successo) l'anatema su denaro e ricchezza? Niente affatto.


Anzitutto perché le parole del pontefice si rivolgevano allo IOR in fase di ristrutturazione (o di smantellamento?...). Poi perché, molto semplicemente, tale condanna il Papa non l'ha pronunciata. Né può farlo. A impedirglielo intrinsecamente (un'obbedienza che ogni pontefice onora di buongrado, con spirito filiale) è l'intero corpus magisteriale e la plurisecolare elaborazione intellettuale cattolica.


Cito a testimone la grandiosa storia che da San Tommaso d'Aquino e san Bernardino da Siena giunge ad Antonio Rosmini Serbati e Lord Acton, anticipata dai germi virtuosi del mercato disseminati (si pensi un po') nei monasteri francescani del Duecento.


Rincalzo richiamando alla memoria uno stuolo di studiosi che vanno dalla "seconda" Scolastica iberica alle intuizioni di un libertarian ateo come Murray N. Rothbard; dai contemporanei Adolpho Lindenberg e Alejandro A. Chafuen a don Robert A. Sirico, Lord Griffiths of Fforestfach (che è anglicano ma espertissimo di Dottrina sociale cattolica ed economia) e Thomas E. Woods, Jr.; ma anche, sconosciuto purtroppo ai più, Oreste Bazzicchi, poi Rocco Pezzimenti, quindi Carlo Lottieri, dunque Salvatore Carrubba, infine Luigi Zingales e un po' persino Stefano Zamagni.


Qualcosa pare trovarsi addirittura in Amintore Fanfani.... C'è poi l'ottuagenario "anarcocapitalista religioso" Leonard P. Liggio e ci sono stati i protestanti (ma intellettualmente allineati alla cultura cattolica) Edmund A. Opitz e Wilhelm Röpke; ci sono, ancora, Jacques e Pierre Garello (padre e figlio) e c'è Harry C. Veryser; c'è l'operato, assai concreto, di José Piñera in Cile, e ci sono le critiche costruttive alla follia economicista prodotte da John Horvat in nome di un'autentica e solida idea di libertà economica cattolica.


E su Forbes capita di leggere oggi cose tipo "Ciò che ho imparato in economia l'ho appreso da Madre Teresa di Calcutta" detto da fior di capitalista... Sbugiardata è persino l'idea, fondata su una certa lettura piuttosto forzata di Max Weber, che la matrice del capitalismo sia il protestantesimo radicale. Semmai è il cattolicesimo; un nome, per tutti, Jesús Huerta de Soto.


Sì, obietterà qualcuno. Ma appena qualche giorno prima Papa Francesco aveva denunciato la "tirannia del denaro". E aveva rincarato denunciando chi si dispera se si rompe un computer, ma fa spallucce se la gente muore di fame.


 Di grazia: è così avanzato il nostro stadio di avvelenamento da socialismo da non farci più intendere che il capitalismo è prima di tutto un'avventura spirituale?


Che la libertà economica è un'intrapresa morale dell'azione umana atta a dotare la persona degli strumenti più idonei a comperare a sé stessa la propria benedetta, intangibile libertà?


 Che ridurre materialisticamente la realtà all'economicismo è cosa da perfetti marxisti mentre da uomini liberi operare per la diffusione del benessere?


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