DALL'ARCHIVIO - Italia encefalogramma piatto

ANNO 2000 - Di Massimo Fini

Su un Almanacco della terza pagina pubblicato nel 1963 da Canesi, a cura dei critici Francesco Grisi e Walter Mauro, e dedicato agli scrittori, ai poeti, agli intellettuali italiani attivi nel secondo dopoguerra trovo, tra gli altri, i nomi di Corrado Alvaro, Giovanni Arpino, Riccardo Bacchelli, Giorgio Bassani, GIuseppe Berto, Romano Bilenchi, Massimo Bontempelli, Vitaliano Brancati, Dino Buzzati, Italo Calvino, Giorgio Caproni, Vincenzo Cardarelli, Carlo Cassola, Giovanni Comisso, Giuseppe Fenoglio, Carlo Emilio Gadda, Tommaso Landolfi, Curzio Malaparte, Giuseppe Marotta, Paolo Monelli, Eugenio Montale, Elsa  Morante, Alberto Moravia, Aldo Palazzeschi, Pier Paolo Pasolini, Cesare Pavese, Guido Piovene, Vasco Pratolini, Salvatore Quasimodo, Umberto Saba, Leonardo Sciascia, Ignazio Silone, Ardengo Soffici, Giovanni Testori, Mario Tobino, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Giuseppe Ungaretti, Elio Vittorini. Il senso che si ricava da questo elenco è di una straordinaria vivacità creativa, culturale, intellettuale. Esisteva, allora, una società letteraria che si interfecondava nell'incontro delle diverse personalità e nelle varie scuole di pensiero e che aveva peso e influenza sulla società italiana, contribuendo a orientarla e a formarla. A petto di quella ricchezza che cosa c'è oggi? E' uno scrittore Baricco? E' uno scrittore quella che ha scritto Va' dove ti porta il cuore? E' uno scrittore Lara Cardella? E' qualcosa di più di un modesto narratore, rispetto a quelli, Camilleri? Gli unici che potrebbero stare, senza sfigurare, in quella compagnia sono Guido Ceronetti, forse Tabucchi, forse Pontiggia, forse la primissima Barbara Alberti poi bruciatasi nelle sue paranoie, vere o finte. In poesia c' è solo Mario Luzi, sopravvissuto a se stesso, forse Giovanni Giudici.


Dove sono operatori culturali come Pavese, Vittorini, Calvino che fecero la fortuna dell'Einaudi degli anni migliori? Dove sono, soprattutto, provocatori intellettuali e polemisti della forza di Malaparte, di Pasolini, di Longanesi, di Sciascia? Oggi gli opinion leader si chiamano Angelo Panebianco, Ernesto Galli della Loggia, Barbara Spinelli, lo zero al quoto, l'ovvio dell'ovvio dell'ovvio. l'Italia è stata terra fertile di riviste culturali e politiche. Certo negli anni Cinquanta era finita la straordinaria fioritura de Il Leonardo di Papini, La critica di Benedetto Croce, la mitica Voce di Giuseppe Prezzolini, Lacerba di Papini e Soffici, L'ordine Nuovo di Gramsci, La Rivoluzione liberale di Gobetti, La Ronda, Prospettive di Curzio Malaparte dove, durante il fascismo, si rifugiò buona parte della cultura che sarebbe poi stata antifascista. Ma nel secondo dopoguerra riviste degne di questo nome esistevano ancora, basti pensare al Politecnico di Vittorini e a Officina.


E oggi cosa c' è? Micromega? Non facciamoci venir il latte alle ginocchia. Anche il cinema italiano ha smesso di produrre qualcosa di valido dopo la fine degli anni Settanta. Il cult della generazione del '68 è stato ed è Nanni Moretti, uno che al suo terzo film ha fatto un film su un regista al suo terzo film. Roba da fucilazione sul campo. Oggi la scena, fra registi e attori, è dominata dagli sciagurati figli dei grandi di un tempo, i Tognazzi, i Gassman, i De Sica. C'è da ringraziare Iddio che Visconti e Fellini non abbiano figliato, uno perché pederasta, l' altro perché semimpotente. Solo in teatro, dove non si può mentire, resistono alcuni grandi che peraltro lo erano già nel dopoguerra, come Albertazzi, Zefflrelli, Foà e c' è una generazione di mezzo, soprattutto di attrici (Pamela Villoresi, Maddalena Crippa, Elena Sofia Ricci, Elisabetta Pozzi), più che valida. Ma mancano i registi.


E' un regista Macarinelli? Si rimpiange ancora Strehler che era già bollito, col suo sempiterno Brecht, nel 1980. Col pensiero filosofico siamo all' encefalogramma piatto con modesti estensori di compitini da terza liceo come Veca, Giorello, Viano, Givon e, solo lievemente meno scontati, Sgalambro e Vattimo. C' è, è vero, Severino, che ha una sua originalità, ma ripete da trentacinque anni lo stesso pensiero che potrebbe essere riassunto in una riga e mezzo.


Domina il pensiero unico, liberal-industrial-capitalista, condito in tutte le salse e di cui è stato raschiato anche il fondo della botte. In Italia esiste solo la Tv, con i suoi programmi demenziali e con Fabietto Fazio che, nel deserto, ha assunto le dimensioni di gigante del pensiero e dialoga persino con quel positivista, ottuso a ogni dubbio, di Dulbecco. Cari lettori, la scorsa settimana avevo promesso che per l'innanzi vi avrei parlato in russo. Vi ho parlato di cultura che, per voi, è la stessa cosa. Andate, andate a guardarvi in Tv il vostro Berlusconi, che è meglio.


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