DALL'ARCHIVIO - Incorporazione 1

ANNO 2009 - Di Maurizio Blondet

La storia di ogni popolo, dice Ortega y Gasset, è la storia di una incorporazione. A cominciare dalla nascita dell'impero romano

Nel dare inizio alla sua «Storia di Roma» - dice Ortega y Gasset - Mommsen cerca una frase, un concetto che compendi ciò che ha compreso dalla poderosa, erudita ricostruzione di quel colossale evento che è la storia del popolo romano: l'unico popolo antico la cui nascita, ascesa, declino e morte siano completi davanti all'occhio degli storici.Soprattutto l'unico in cui sia possibile mettere a nudo i meccanismi di un potere politico unificatore grandioso, che si estese al mondo conosciuto.

Ebbene: la frase che Mommsen trova suona cosi: «La storia di ogni nazione, e soprattutto della nazione latina, è un vasto sistema di incorporazione».
«Incorporazione» (nell'edizione tedesca, Mommsen in realtà usò il termine più tecnico di «sinoykismos», che evoca l'idea di villaggi e tribù diversi che «vanno a vivere assieme») è parola che contraddice l'idea, diffusa quanto errata, la quale suppone che un popolo nasca «come accrescimento per dilatazione di un nucleo iniziale». L'errore procede da «un altro errore più elementare, che crede di trovare l'origine della società politica, dello Stato, in una espansione della famiglia", commenta Ortega: «L'idea che la famiglia sia la cellula primaria della società, e lo Stato non è che una famiglia che è ingrossata, è un ostacolo al progresso della scienza storica, della sociologia, della politica e di molte altre cose».

Come noto, l'errore è tuttora comunemente vigente anche fra i cosiddetti «politologi», ed è un tipico segno della frammentazione dei saperi a cui la nostra cultura universitaria (contraddicendo al suo nome) ha dato luogo: in realtà già quando Ortega y Gasset scriveva, le ricerche etnografiche e dell'antropologia culturale avevano chiarito che la società propriamente politica, lo «Stato», precedette nei gruppi umani arcaici l'esistenza della famiglia, la quale ha piuttosto il senso di una reazione alla politica. La prima entità politica è infatti ciò che nella Grecia arcaica si chiamava «etairia» o «fratria»: le bande di giovani maschi allontanati dal nucleo d'origine, appartenenti ad una stessa generazione e che perciò si definivano «eguali» («etairoi»), o «fratelli» appunto perché la cognizione della parentalità familiare era ancora di là da venire, e per esser «fratelli» bastava essere coetanei, della stessa covata nella tribù.
Nell'Italia prisca, sopravviveva un costume preistorico in cui si può ravvisare la sorgente di queste bande politiche: il Ver Sacrum, per cui negli anni di scarso raccolto (evidentemente l'istituto precedette persino la conquista della tecnologia agricola) la classe degli adolescenti maschi veniva ritualmente espulsa dalla tribù, e «mandata a perdere» nella caotica foresta originaria, fuori dalla polis germinale, a conquistarsi nuove terre e a sopravvivere di razzie perpetrate ai danni dei «mostri» e dei «demoni», ossia delle tribù estranee.

L'uomo indo-europeo dovette espandersi cosi, per successive espulsioni rituali e successive conquiste da parte di bande di adolescenti terribili: saccheggiatori, ladri e teppisti o eroi guerrieri secondo la mitologia interna al gruppo, com'è descritta nei Veda la banda «divina» guidata da Rudra il guerriero scatenato dal furore, tracannatore della bevanda inebriante detta «soma» (uno stupefacente non identificato), e ladro di bestiame. Del resto un'eco del Ver Sacrum è ben chiara nella favola di Pollicino e dei suoi «fratelli» mandati a perdere perché i genitori non hanno di che nutrirli: ricordo di eventi che si producevano periodicamente nel mondo germanico in età neolitica.
Il mito dell'origine di Roma non è dunque del tutto mitico, se adombra in Romolo e Remo «abbandonati» e senza famiglia, «figli di Marte», e allevati da una lupa (l'animale totemico della banda) senza spose né donne fino a «ratto delle Sabine»: un saccheggio e uno stupro di gruppo - non fanno lo stesso le odierne bande giovanili? - a cui segui, appunto, la prima «incorporazione» di genti diverse, i Sabini.

Nel mondo romano, quest'origine dello Stato è affermata fin nei nomi delle più antiche istituzioni: le «curiae» a cui gl'individui dovevano appartenere per aver diritto di voto nel più antico Parlamento, i «comitia curiata». Non erano i capifamiglia che votavano, dunque non era la famiglia la prima cellula riconosciuta, ma le co-viriae, le bande di giovani maschi in età di guerra, e a lungo in Roma i diritti politici furono connessi al possesso di strumenti per la guerra, cavalli, armi, o almeno «proles».
«Populus» significa primariamente, del resto, «devastatore»: l'orda che saccheggia. Tutt'al più, ai giovani armati si contrapponeva e connetteva dialetticamente l'altra generazione di maschi, quelli che avevano militato e possedevano l'esperienza e la tradizione: il Senatus. I «giovani» contro i «vecchi»; l'articolazione primaria fra due generazioni, incorporate in una res publica che non ne cancellerà mai la fondamentale, virtuale conflittualità.

Capire bene che la famiglia non c'entra con la res publica non è un guadagno di mera erudizione. Si tratta piuttosto di comprendere che le norme e l'etica, i legami e i valori che reggono lo Stato sono diversi e irriducibili alla famiglia; la convivenza politica è originaria, con sue strutture non derivate dalla comunità naturale.
La prima conseguenza di questa nozione è diventare coscienti che «è falso credere che la unità nazionale si fondi sulla unità di sangue, e viceversa». Lo Stato, anche quello che chiamiamo lo Stato nazionale, non è affatto fondato sulla consanguineità e sulla solidarietà che ne deriva.

La famiglia, comunità di consanguinei, si ingrandisce per proliferazione, per filiazione del capostipite. Di fatto l'unica «nazione politica» che si proponga di crescere e dominare il mondo per questa via è l'ebraica: ad Abramo viene promessa una figliolanza «più numerosa dei granelli di sabbia nel mare», e forse non è un caso se la concezione statuale dell'ebraismo contempli come un obbligo sacro lo sterminio totale delle altre razze, o altrimenti la segregazione senza convivenza possibile, per evitare la «mescolanza del sangue».
Lo Stato si ingrandisce per incorporazione di sangue diverso; e quello che per l'Occidente è il prototipo dello Stato, Roma, nella suprema indifferenza alla purezza razziale. Certo, dapprima Roma incorpora popolazioni affini, perché quando Roma nasce è un piccolo villaggio sul Palatino circondato da genti latine: razza uguale e lingua quasi identica, ma nessuna connessione reciproca (tanto poco è decisivo il dato «naturale»per unire le genti). Ben presto, però, Roma sottomette etruschi e sanniti, razze e lingue distinte; più avanti, integrerà nell'impero etnie e culture molto distanti come greci e siriaci, egizi e galli, celtiberi e germani, sciti e daci.

La cosa stupefacente è che quando Roma «sottomette» queste genti, non è già che le stermini perché i figli di sangue romano possano occupare le terre desolate dalla sua spada, e nemmeno che le assoggetti ad una schiavitù totalitaria; ma neppure le livella ad uno stato indiscriminato di sudditanza, sicché queste etnie «cessino di sentirsi una entità sociale distinta da Roma e si dissolvano in una gigantesca massa omogenea chiamata impero romano».
No: Roma mantiene le unità culturali, etniche e sociali distinte, solo le associa al suo progetto politico. Lo fa fin dall'inizio: vinte le genti del Lazio prisco, le obbliga a costituire il «foedus latinum». La federazione latina: «un corpo sociale, una articolazione unitaria», che farà partecipare alle sue future conquiste. Farà lo stesso dovunque le sarà possibile. Quando Cesare conquista le Gallie, i galli, senza essere spogliati della loro identità, della loro coesione etnica, del loro specifico «timbro» sociale, «vengono articolati in un sistema più ampio» di cui Roma stessa «non è che una parte, la quale ha un rango privilegiato nel gigantesco organismo per essere l'agente della incorporazione».

E' esclusiva pretesa dei totalitarismi contemporanei il creder necessario che la formazione di una unità politica superiore implichi la fine dei nuclei inferiori inglobati, e s'imponga alle comunità inferiori, alle etnie, ai gruppi di distinta cultura l'obbligo di «cessare di esistere come elementi attivamente differenziati». Poiché proprio l'esistenza di questa varietà delle culture umane è ciò che i centri del potere finanziario internazionale vogliono livellare con l'omologazione dei consumi (al punto da minacciare per il nostro secolo uno «scontro di civilizzazioni» contro le culture che resistono a sottomettersi ai «modelli di vita» e ai «valori» americani) bisognerà includere nei totalitarismi in qualche modo anche l'americanismo, l'Europa di Maastricht e il World Trade Organisation, agente della globalizzazione dell'economia: varietà del totalitarismo del mercato, anche se per l'americanismo bisognerà riconoscere una più «romana» capacità di integrazione.
Lo Stato romano infatti più sagacemente, oltre che con più cordiale generosità, seppe «incorporare» senza stroncare né omologare: mantenendo nei gruppi sottomessi «la forza di indipendenza, che nei gruppi perdura benché sottomessa, ossia contenuta nel suo potere centrifugo dalla energia centrale che li obbliga a vivere come parte di un tutto e non come un tutto-a-parte». L'impero romano è dunque una costruzione energetica e dinamica, che s'avvantaggia non dell'inerzia dei sottomessi, ma delle energie creative e vitali che essi sanno autonomamente esprimere per partecipare al progetto imperiale: come l'architettura romana, l'impero romano è un elastico dominio di forze e controforze, di spinte e controspinte.

Prova ne è che al venir meno della forza centralizzatrice, di Roma, anche nelle genti di più antica romanizzazione - i galli, gli iberi - riappaia l'energia d'indipendenza, e queste genti sappiamo costruire entità politiche proprie: edificano i primi Stati nazionali, ma non come copie di Roma, bensì col proprio timbro e stile. Lo stesso, dice Ortega y Gasset, ha fatto l'antico regno di Castiglia: «quando riduce ad unità spagnola Aragona, Catalogna e il Paese Basco, questi popoli non perdono il carattere di popoli distinti»; perciò quando in Spagna viene meno la forza centrale, «scultrice della nazione», che ha il suo cuore in Castiglia, «riappare automaticamente la energia secessionista, centrifuga, di questi popoli».
In un sistema dinamico com'è la società politica occidentale, l'apparire di tendenze centrifughe, particolariste, secessioniste, è la conseguenza dello spegnersi di un'altra e opposta tendenza, di un'altra e opposta forza: quella d'incorporazione.
Ma in che consiste questa forza?

Per Ortega, la capacità di «creare nazioni», di incorporare le diversità naturali in una unità giuridica articolata e superiore, è una dote nativa di certi popoli. Popoli super-intelligenti ne hanno mancato: Atene non seppe nazionalizzare l'Oriente mediterraneo, nonostante il prestigio e persino l'influsso che la sua cultura estese sull'Oriente, al punto che nell'età ellenistica il greco divenne la lingua comune dell'est mediterraneo: l'unità linguistica, uno dei presunti dati costitutivi «naturali» della nazione, era stata istituita. Eppure non agi come fattore unificante.
Per contro, popoli non ben dotati per la scienza, la filosofia e l'arte possiedono in sommo grado di questa capacità. Roma e Castiglia, fondatrici d'imperi per incorporazione, non brillarono per la produzione intellettuale; e neppure Londra, neppure gli Stati Uniti, possiamo aggiungere noi.

Tale dote non è di tipo intellettuale: «Non è sapere teorico, né una ricca fantasia, né una profonda e contagiosa emotività di tipo religioso». E' una dote che Ortega definisce «di carattere imperativo»: come si vedrà, egli intende una forza morale, una speciale formazione del carattere e della volontà, a cui attribuirà talora l'aggettivo di «cordiale».

«E' un saper esigere, un saper comandare». Ma il «comando» non è, per il filosofo, in primo luogo mera costrizione fisica, mero uso della forza materiale. La violenza da sé non ottiene l'incorporazione: l'impero di Gengis Kan durò quanto la vita del fondatore, e finché durò la minaccia della sua spada. L'esempio del cosiddetto impero sovietico è ancora più evidente, perché vicino nel tempo: per settantanni, Mosca ha saputo opprimere popoli diversi, imporre un'ideologia unica con enormi apparati di polizie segrete, spie, occupazioni militari strapotenti, incarcerazioni, deportazioni in massa; ma non ha mai un solo giorno «comandato» nel senso in cui «comandò» Cesare, la cui costruzione durò secoli e fu un esempio per i millenni.
Mosca non ha mai comandato nel senso in cui comandano gli Stati Uniti. E' bastato che a Mosca cessasse per un attimo di esercitare tutta la sua violenza, perché si producesse una mostruosa secessione: persino popolazioni sorelle dei russi come gli ucraini e i bielorussi, per secoli docili al giogo dello zar, hanno rigettato l'egemonia di Mosca, si sono dichiarati indipendenti.


Cerca nel sito

ContanteLibero.it

I più letti


Le perle


Appello

Per cambiare la politica

Eventi del Circolo

Il calendario

Sezione Video

Eventi del circolo

Premio La Torre

1996/2011

Selezione Libri

Recensioni

Links

Collegamenti utili


Partners

Realizzato da Telnext