PA-DRONI DELLA VITA E DRONI DELLA MORTE

Francesco Semprini per 'La Stampa' 6/6/2013

 

ECCO COME SI AMMAZZA A DISTANZA

Un pilota di droni americano racconta cosa si prova a uccidere a distanza - Brandon Bryant a soli 27 anni ha ammazzato 1626 persone con gli aerei telecomandati - Ora soffre di una patologia da stress psico-fisico... - -



Ha visto una delle sue vittime morire dissanguata dopo l'esplosione del missile fatale, una delle oltre 1.600 che eliminate mentre era con la «cloche» fra le mani.


Quella utilizzata per pilotare, in chirurgiche missioni a distanza, decine e decine di droni, gli aerei senza pilota utilizzati nella lotta al terrorismo e nelle guerre non convenzionali dall'amministrazione americana. Si chiama Brandon Bryant, 27enne ma già assai navigato membro dell'Air Force degli Stati Uniti, dal 2006 al 2011 pilota di «unmanned vehicle» che ha fatto volare sui cieli di Afghanistan e Iraq in missioni da cecchino dei cieli.


Come quella in cui, con la sua squadra, ha preso di mira su tre uomini che camminavano su una strada di un villaggio afghano. Dopo averli centrati in pieno, ne ha osservati gli ultimi istanti di agonia, grazie ai dispositivi di rilevazione di calore piazzati sul drone, un fiume di sangue in piena fino all'esalazione dell'ultimo respiro. «All'uomo che stava camminando avanti è stata trinciata una gamba, ho visto che perdeva sangue, il sangue è caldo e quindi viene rilevato dai sensori».


Quando è morto il corpo è diventato freddo sino ad assumere sullo schermo di Brendon lo stesso colore «termico» del terreno intorno a lui. «Ogni volta che chiudo gli occhi posso rivedere ogni singola istantanea», racconta Bryant alla rete Nbc, a lui è stato diagnosticato il «post traumatic stress disorder», ovvero la patologia da stress psico-fisico che colpisce sempre più reduci.


Il suo è un curriculum importante, 19enne lascia il piccolo paese nativo del Montana per arruolarsi nell'Aeronautica militare. È il 2005, grazie alle sue doti viene scelto e addestrato per guidare i droni, la prima missione arriva l'anno successivo, dalla base Nellis Air Force vola sui cieli dell'Iraq.


All'inizio le missioni sono di supporto logistico e copertura alle truppe di terra, ma col passare del tempo «Reaper» e «Predator» entrano in azione per eliminare i rivoltosi che piazzano gli «Ied» sul ciglio della strada. Gli ordigni rudimentali sono i nemici giurati delle truppe alleate, vengono nascosti sottoterra da jihadisti o taleban e fatti saltare in aria al passaggio dei convogli.


Bryant ha partecipato a centinaia di missioni di questo tipo, 1.626 le persone lasciate sul selciato prive di vita. «Non senti il rombo dei motori e la scia del missile, hai davanti un computer, ma il risultato è lo stesso», spiega alla tv tradendo emozione. Il dipartimento dei veterani ha certificato la sua «patologia bellica»: rabbia, insonnia, ansia e blackout mentale da alcolici. Tenta di spiegare che lui e si suoi uomini hanno sempre cercato di evitare vittime civili.


«Ma come si fa a riconoscere un talebano da un innocente che impugna un Ak-47, in un Paese dove circolare armati è la norma? O come si fa a distinguere un uomo con la vanga in mano da un potenziale fiancheggiatore pronto a piazzare uno Ied?». Effetti perversi, e sempre meno collaterali, che rendono le guerre nuove convenzionali conflitti senza fine.



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