Il collasso iracheno mostra il fallimento interventista

Ron Paul04 Giugno 2013 effedieffe.com

Il maggio appena passato è stato il mese più mortifero negli ultimi cinque anni in Iraq, con più di 1.000 morti - tra civili e non - in una serie infinita di bombardamenti, sparatorie ed altre violenze.


I nuovi orrori che ogni giorno leggiamo provenire dall'Iraq, testimoniano sempre con maggior evidenza che l'invasione degli Stati Uniti non ha portato quella stabilità né tantomeno quella pace che i sostenitori dell'attacco ci avevano promesso.

Milioni di persone vivono nella costante paura, i rifugiati non ritornano a casa, e l'economia è distrutta. La comunità cristiana, circa 1,2 milioni di persone prima del 2003, è stata praticamente spazzata via dalla mappa irachena. Altre minoranze sono parimenti scomparse. Come se non bastasse, a peggiorare le cose è arrivato il sostegno degli Stati Uniti ai ribelli siriani sunniti acuendo così il disordine regionale iracheno che ha un governo a maggioranza sciita.

L'invasione ha oltretutto spalancato le porte ad Al-Qaeda in Iraq, prima inesistente e contemporaneamente ha rafforzato l'influenza dell'Iran nella regione. In qualità di "esperti", che hanno pianificato e sostenuto l'attacco degli Stati Uniti, si può essere incompetenti fino a questo punto?

Ryan Crocker, ambasciatore americano in Iraq dal 2007-2009, parla ancora della "surge" irachena come di una grande riconciliazione tra sunniti e sciiti. Ha scritto di recente che "nonostante gli Stati Uniti abbiano ritirato le loro truppe dall'Iraq, mantengono una significativa influenza sulla regione. Le forze irachene sono armate ed addestrate dagli americani, e i leader del Paese hanno bisogno di noi e si aspettano il nostro aiuto". L'ambasciatore appare preoccupantemente lontano dalla realtà.

È al contrario più che evidente che il termine "surge" e "risveglio iracheno" erano solamente miti, disperatamente promossi da coloro desiderosi di imprimere un'accezione positiva all'invasione statunitense, che lo stesso generale William Odom una volta ha definito "il più grande disastro strategico nella storia americana". Allora, perché continuare ad alimentare e sostenere un errore di tanto evidente, visti i risultati?

Le ragioni sono sempre meno chiare. I combattenti radicali che fronteggiarono le truppe Usa in Iraq, ora si sono riversati in Siria come ribelli, ed ironicamente trovano la loro causa sostenuta dal governo degli Stati Uniti! Ed alcuni di questi combattenti sono anche accolti da senatori americani.


L'invasione statunitense in Iraq poi ha creato problemi sempre crescenti. Questo è chiaro. Ciononostante, "esperti" di politica estera che avevano sollecitato l'attacco, ora affermano che il disastro che hanno creato può essere risolto solo con ancora maggior interventismo! Immaginate un medico che nel notare come un particolare farmaco stia uccidendo il suo paziente, per combattere l'effetto collaterale ordina un incremento del dosaggio della stessa medicina. Come questo medico, l'establishment della politica estera degli Stati Uniti è così colpevole di pura negligenza. E, aggiungo io, è proprio lo stesso atteggiamento assunto dalla Fed in merito alla politica monetaria.

Dall'Iraq alla Libia, al Mali, in Siria o in Afghanistan, gli interventi americani hanno un record ininterrotto di escalation verso il basso. Eppure, a prescindere dei disastri prodotti, per gli interventisti una politica estera più aggressiva è l'unica politica concepibile.

Al contrario invece, dobbiamo imparare la lezione osservando il disastro iracheno: non possiamo continuare a invadere Paesi, installare governi fantoccio, costruire neo-nazioni, creare economie pianificate, impegnarci nell'ingegneria sociale, e forzare la democrazia con la pistola puntata. Il resto del mondo è stanco del nostro interventismo e il contribuente statunitense è stanco di pagare il conto. Spetta a tutti noi fare capire chiaramente all'establishment che ci governa che ne abbiamo avuto abbastanza e non tollereremo più l'imperialismo.

Ron Paul

Traduzione per EFFEDIEFFE.com a cura di Lorenzo de Vita


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