DALL'ARCHIVIO - Sull'euro, pensare l'impensabile

ANNO 2009 - Maurizio Blondet

 

In Grecia, migliaia di contadini in protesta per i prezzi troppo bassi dei prodotti agricoli, hanno paralizzato il Paese con i trattori. In Spagna, dove la disoccupazione è salita al 20%, gli operai manifestano a Saragozza e cercano lavoro come raccoglitori di frutta, in concorrenza con gli extracomunitari. In Islanda, le manifestazioni popolari hanno fatto cadere il governo.



In Francia è in corso un grandioso sciopero generale, di cui vale la pena riportare le motivazioni, scritte nella «Dichiarazione comune» dei sindacati: «La crisi economica amplificata dalla crisi finanziaria internazionale colpisce duramente gran parte dei salariati nei loro redditi e nei posti di lavoro. Senza esserne per nulla responsabili, salariati, giovani in cerca di lavoro e pensionati sono le prime vittime della crisi. Essa minaccia l'avvenire dei giovani, frattura la coesione sociale e le solidarietà, accresce le  ineguaglianze e i rischi di precarietà. Le leggi del mercato non possono da sole risolvere i problemi».

Nel suo semplicismo, questo comunicato tocca un punto essenziale: pensate se fossero stati i lavoratori, con scioperi e richieste di aumenti incontrollati, a rovinare l'economia mondiale. Pensate gli atti d'accusa che i media leverebbero contro la «irresponsabilità» dei sindacati e l'avidità dei dipendenti. Invece sono state le banche, il capitale speculativo, a rovinare il mondo, indebitandolo fino all'impossibilità di servire i debiti, creando una bolla speculativa dopo l'altra; in un anno, il loro crollo ha distrutto il 40% della ricchezza globale; ma questi irresponsabili sono ancora tutti al loro posti anzichè in galera, continuano a pagarsi bonus miliardari, e a loro beneficio Stati e Banche Centrali impiegano cifre colossali per salvataggi che non bastano mai - l'erosione degli «attivi» finanziari prosegue inarrestabile - mentre loro si esentano ormai dal prestare alle imprese anche sane.

I soldi che non si trovavano mai per gli aumenti salariali, si trovano senza limiti per questi salvataggi inefficaci; la «moderazione salariale» eternamente raccomandata dalla BCE per non sforare o ridurre il debito pubblico, diventa «smoderatezza» accettabile per rimpinguare i capitali di quelli che li hanno perduti, al gioco d'azzardo globale, anzi hanno perduto cento o mille volte più dei loro capitali propri. E d'incanto, i richiami al pareggio dei bilanci passano in seconda linea. Per «salvare» la finanza, è diventato lecito accumulare debiti di Stato, emettere nuovi buoni del Tesoro - anche se non si sa chi li comprerà.

Può anche darsi che questi salvataggi d'urgenza siano necessari. Ma essi avvengono senza punire i responsabili e senza che si accenni, da parte dei governi, a una volontà qualsiasi di riformare il sistema, di ingabbiare dentro regole precise le follie speculative; senza cui, se anche un giorno ci sarà una ripresa, si ricadrà negli stessi errori.

Deve cambiare l'ideologia; ma i governi, abituati a decenni di irrersponsabilità (tutto andava «privatizzato», la mano pubblica non aveva più doveri nè compiti) sono prigionieri del pensiero unico e servi incoscienti degli interessi dei più forti; e fanno finta di salvare «il libero mercato» nel momento stesso in cui nazionalizzano le entità speculative. Le nazionalizzano, ma lasciano alla loro guida i padroni di prima.

Proteste infuriano anche in Lituania, Lettonia, Ungheria e Bulgaria, pochi mesi orsono entusiasti scolaretti del liberismo globale. Ingenui, hanno goduto di pochi mesi di benessere pagato a credito; ora hanno di fronte un futuro di tagli salariali, arretramenti nel livello di vita, aumenti della pressione tributaria; felici di essere usciti dall'egualitarismo sovietico, si trovano ora nella giungla dell'inegualitarismo capitalista terminale, che non ha costruito nulla; e dove i più piccoli sono le vittime della legge della giungla.

Ian Begg, docente alla London School of Economics, scorge (finalmente) nelle proteste in Lettonia «una perdita di fiducia nel progetto europeo».

Questi piccoli Paesi sono entrati troppo in fretta nell'euro, o ne sono dipendenti. Un default di uno di loro avrà effetti sull'euro. Ma non sono i soli: Grecia e Portogallo non sono lontani dal default.

La crisi metterà a dura prova la tenuta della zona euro. Qui, i Paesi deboli non possono svalutare la loro moneta per rendere competitive le loro merci all'estero; e non possono nemmero, date le loro dimensioni e i loro bassi redditi, accrescere in modo significativo la domanda interna come possono ancora fare Germania e (in misura minore) la Francia.

Tutti i PIIGS (una sigla che indica i Paesi deboli della zona euro: Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) già devono pagare di più per indebitarsi coi loro Buoni del Tesoro, come dimostra la forbice tra i titoli di debito di questi Paesi e quelli tedeschi.

Le agenzie di rating (che andrebbero soppresse) stanno per svalutare la credibilità dell'Irlanda, dichiarandola insolvente. I «mercati» speculativi, non disciplinati nè ingabbiati, esistono ancora e continuano a far danni; Soros, a Davos, ha raccontato come abbia speculato sulla sterlina con lo shorting, ossia con vendite allo scoperto al ribasso; la speculazione svaluta di fatto la credibilità dei PIIGS, rendendo loro più difficile e costosa ogni (improbabile) ripresa a credito.

Tutto ciò avvicina l'impensabile: l'uscita di alcuni Paesi dalla zona euro, o la loro espulsione.

Che la cosa sia nelle menti, lo rivela un fatto insolito: Trichet, il capo della Banca Centrale Europea, ha rotto la sua austera afasia monosillabica per rilasciare una intervista a Bloomberg. Dove ha detto: la crisi finanziaria in corso non pone alcun rischio alla tenuta della zona euro.

«Il fatto stesso che Trichet abbia accennato ad un tema prima tabù dimostra che i mercati finanziari sono di tutt'altro parere», ha sùbito  commentato Gabriel Stein, economista ebreo-svedese alla Lombard Street Research.

Il che la dice lunga sulla credibilità istituzionale della stessa BCE: questa rara parola di Trichet viene intesa come una menzogna. Dopo la sua uscita, è certo che gli speculatori aumenteranno la pressione sui Paesi deboli della moneta unica.

La spaccatura dell'area euro diverrà più probabile.

Per contrastare questa pressione crudele dei «mercati», occorrerebbe che Bruxelles e la BCE avessero la forza di costringere la Germania a soccorrere l'uno o l'altro dei Paesi PIIG, nel nome di non si sa quale «solidarietà eurocratica».

Questa sola ipotesi ha suscitato la furia del ministro tedesco delle Finanze. La Germania ha i suoi problemi, dovuti all'euro e alla ostinazione di Trichet a mantenere assurdamente alti i tassi d'interesse. Le esportazioni tedesche sono crollate dell'11% in volume tra ottobre e novembre. Le esportazioni diventano sempre più difficili anche per il Paese più «forte», dato il costo crescente dell'euro rispetto al dollaro.

Tutto vero. Ma il no tedesco dimostra come l'ideologia dominante del liberismo abbia condotto ciascuno a non percepire più la situazione in termini collettivi, ad abbandonare ogni nozione di solidarietà.

L'Europa non è unita anzitutto nelle menti; alla sua prima seria crisi, ognuno pensa per sè. E la BCE, Banca Centrale a metà perchè non ha alle spalle un Tesoro «europeo» e non può emettere titoli di debito europei, non ha armi, nemmeno intellettuali, per imporre un'azione solidale e comune.

A questo punto, conviene anche all'Italia cominciare a pensare a se stessa, e a concepire l'impensabile: ossia a fare default sul suo debito, e simultaneamente ad uscire dall'euro.

D'accordo, ciò provocherebbe 4-5 anni di durissima tirata di cinghia, economia di guerra, tesseramento; ma l'enorme crisi finanziaria globale ci costringerà comunque ad anni durissimi, forse molti di più. Molto più lunghi, se continuiamo a trascinarci l'immane debito pubblico, che ci costringe a «servirlo» sborsando ogni anno 73 miliardi di euro, lungo un declino nazionale iscritto in una crisi mondiale che - se somiglia a quella del '29 - rischia di durare un ventennio.

Si tenga presente che il Guardian britannico dà ormai consigli per «vivere dopo l'apocalisse», con domande del tipo: «Avete quel che occorrre per farcela in un mondo senza elettricità nè acqua corrente?».

Il default sarebbe dolorosissimo, la soluzione-Armageddon; ma occorre valutare se è più doloroso per l'attuale e le prossime generazioni, restare come siamo, privati delle armi della politica monetaria sovrana, in un'Europa dove ciascuno fa per sè.

I debiti sovrani sono fatti per essere ripudiati. E' successo altre volte nella storia: alla Francia otto volte, alla Spagna sei; la Germania ripudiò il debito nel 1932, l'Italia nel 1940; la Russia, nel 1998.

Se dichiarassimo insolvenza sovrana - rendendo esplicito ciò che tutti sanno: che il nostro debito è impagabile - ci libereremmo di colpo di quella palla al piede che ci trasciniamo da venti o trent'anni.

I «mercati» non farebbero più credito all'Italia almeno per vent'anni, d'accordo. Ma qui, l'Italia ha dalla sua vari relativi vantaggi:

Anzitutto, il nostro debito è detenuto per il 50% da stranieri, finanzieri e speculatori, che sarebbero i veri danneggiati; quello interno, è in gran parte detenuto da banche nostrane, che meritano la punizione. Solo il 15% dei BOT sono in mano a veri risparmiatori italiani individuali, per lo più vecchi; soffriranno, ma forse si potrà fare una rete di salvataggio per loro. A soffrire di più, saranno gli speculatori esteri e i mascalzoni bancari. Il che ci dà una forza, diciamo, di ricatto. Essi non ci faranno più credito.

Ma qui, va notata una cosa: se il nostro debito pubblico è altissimo, 106% del PIL, noi abbiamo ancora una quota rilevante di rispamio privato. Siamo in una situazione contraria a quella della Gran Bretagna, dove il debito pubblico è solo il 60% del PIL (ma sta crescendo orrendamente per «salvare» la loro finanza) e le famiglie sono stra-indebitate. I debiti privati contratti dalle famiglie britanniche ammontano a 1.700 miliardi di sterline, ed un terzo di questo debito privato immane dipende, per essere rinnovato, da banche e prestatori esteri - che sono sempre meno inclini, o non hanno più i capitali per rinnovarlo. Quel poco capitale disposto a rischiare rimasto nel mondo, andrà comunque a investirsi in altri BOT: americani o tedeschi, lasciando a secco i Paesi meno forti.

Insomma noi e la Gran Bretagna siamo indebitati alla pari se il debito pubblico viene addizionato a quello privato, con una differenza cruciale a nostro vantaggio: senza prestiti esteri, le famiglie inglesi crepano di fame; l'Italia può ripudiare il suo debito sovrano, e le famiglie italiane, arrancando, ce la faranno. Inoltre, se gli stranieri non ci compreranno più i nostri BOT per vent'anni, le famiglie italiane possono ancora comprarli; addirittura in modo forzoso, come fece già il governo Amato-Ciampi, quello dei due padri della patria.

Magari, gli italiani si accorgeranno che lo Stato si incamera il 46% del PIL con le tasse; ed esigeranno che il settore pubblico si contenti di vivere del prelievo fiscale, che è già altissimo. Magari perfino esigeranno che le paghe dei consiglieri regionali siciliani, 19 mila euro mensili, vengano decurtate - insieme a tutti gli altri emolumenti dei grandi parassiti pubblici - a livelli di «solidarietà nazionale». Chi ha goduto di più, paghi di più. Partecipi al sacrificio.

Voglio dire: il default del debito pubblico non ci troverà nelle condizioni dell'Argentina - per quanto dicano gli ideologi britannici - perchè l'Argentina aveva bisogno di farsi prestare i soldi dall'estero anche per la normale amministrazione, e non ha una industria.

Noi, ripudiando il debito e contestualmente uscendo dall'euro, subiremmo ovvii contraccolpi (fra cui il rincaro delle materie prime, a cominciare dalla benzina, e il rincaro di tutte le merci estere, a cominciare dai telefonini) ma il nostro settore produttivo, vendendo le sue merci in lire svalutate (almeno del 50% rispetto all'euro) tornerebbe estremamente competitivo.

Ciò farebbe paura alla Germania: siamo fra i suoi concorrenti principali nell'export, e provocheremmo la riduzione competitiva dei suoi sbocchi commerciali. I tedeschi smetterebbero di farci la lezione; probabilmente sarebbero i primi a «non» volere la nostra uscita, e magari si deciderebbero a pagare un prezzo alla solidarietà europea.

E' un'arma di ricatto potentissima, la sola minaccia di uscire dall'euro insieme al default sovrano; ed è in mano nostra. In caso estremo, potremmo almeno agitarla.

Di fronte al pericolo del «ciascuno per sè» che già si profila, noi non siamo i messi peggio. Forse, il rischio del default italiano potrebbe imporre un'altra Europa, quella che serve: un'Europa-fortezza, grande spazio di produzione e consumo, chiuso alle merci estere da dazi, teso all'autosufficienza.

Si aggiunga che contrariamente a Grecia, Portogallo, Irlanda o Lettonia - che hanno pochi milioni di abitanti - noi abbiamo pur sempre un notevole mercato interno, dove scambi decenti possono avvenire nella neo-lira. «Comprate italiano» diverrà non uno slogan vuoto, ma una necessità e - forse - la via per una ritrovata solidarietà nazionale.

Poichè eravamo «arretrati» nella «globalizzazione», abbiamo mantenuto una certa diversificazione produttiva; non ci siamo «specializzati» in finanza, come ha fatto l'Inghilterra che ora se ne pente; possiamo ancora mangiare pane da noi prodotto. E liberati dal peso del debito sovrano, che ci costa 73 miliardi di euro annui, torneremo snelli e fiduciosi; specie i giovani, che sono quelli che pagano questo debito a favore dei vecchi, e allo Stato attuale, non hanno altra prospettiva che continuare a pagarlo vita natural durante.

Certo, sono ipotesi estreme, che butto giù alla rinfusa. Non tutte le conseguenze mi sono presenti, può anche essere che tutta l'ipotesi sia sbagliata. Ma visto che le soluzioni tratte dal manuale liberista e bancario non stanno servendo a nulla - anzi la crisi si aggrava precipitosamente ogni giorno - bisogna cominciare a pensare ad altre soluzioni, senza più alcun tabù.

La soluzione va trovata nel «pensare l'impensabile».


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