Per non dimenticare Solzhenitsyn

20/08/10 Nel secondo anniversario della sua morte

Il secondo anniversario della morte di Alexandr Solzhenitsyn, scomparso a Mosca il 3 agosto del 2008,  sta passando sotto silenzio. I media sono troppo impegnati nel riportare il gossip estivo o le operazioni di teppismo istituzionale del Presidente della Camera e dei suoi seguaci.  Il grande dissidente russo, ospite per lunghi anni dei gulag comunisti, divenne famoso in occidente con la pubblicazione del  romanzo “Una giornata di Ivan Denisovic” avvenuta, forse per una svista della censura, sulla rivista Novji Mir, durante il “disgelo” post-staliniano. Nel suo capolavoro, il romanziere, attraverso la minuziosa descrizione di una singola giornata di un semplice internato nel campo di prigionia, dipinge   l’inferno di paura, violenza e miseria generato dal regime comunista.  La  notorietà che gli deriverà da questo  romanzo e la pubblicazione di “Arcipelago Gulag”,  il grande affresco dell’universo penitenziario dell’URSS, faranno di    Alexandr Solzhentsyn il simbolo del dissenso antisovietico. Questo gli procurerà  emarginazione, persecuzioni  e vessazioni poliziesche di ogni genere  da parte del regime. Nel 1970 Solzhentsyn riceve il Premio Nobel, ma non si recherà a ritirarlo a Stoccolma nel timore di non poter ritornare in patria. Nel 1974  lo scrittore viene comunque espulso dall’URSS e ripara negli Stati Uniti. Durante l’esilio il suo tradizionalismo religioso ed il rifiuto del liberalismo crea non poco imbarazzo al paese che lo ospita. Egli riconosce lucidamente il male oscuro dell’Occidente, comprendendo che , quando la libertà si priva della luce della verità diventa irresponsabile travolgendo ogni barriera e trascinando l’umanità verso l’autodistruzione.   Ritornato in Russia nel  1994, Solzhentsyn critica senza mezzi termini il nuovo corso e gli oligarchi di Eltsin. Pur  riavvicinandosi  parzialmente a Putin, morirà sempre più isolato ed inascoltato.

Per ricordare il grande scrittore pubblichiamo un breve estratto del famoso discorso che egli pronunciò all’Università di  Harvard nel 1978 (“A world split apart”) e che ci pare quanto mai attuale.

Il declino del coraggio  sembra essere l’elemento più evidente che un osservatore esterno nota  nell’Occidente dei giorni nostri.  Il mondo occidentale ha perso il suo coraggio civile, sia nel suo complesso che individualmente, in ogni paese, in ogni governo, in ogni partito politico e, naturalmente,  anche nelle Nazioni Unite. Questo declino del coraggio è particolarmente evidente nelle classi dirigenti e nelle élites intellettuali, causando l’impressione che l’intera società abbia perso il suo coraggio. Naturalmente ci sono molti individui coraggiosi, ma questi non hanno alcuna influenza sulla vita pubblica. I burocrati politici ed intellettuali dimostrano depressione, passività ed indecisione nelle loro azioni, nelle loro affermazioni e, ancor di più le loro analisi teoriche tese a dimostrare quanto sia realistico, ragionevole e intellettualmente e moralmente giustificato basare le politiche degli stati sulla debolezza e sulla viltà. Il declino del coraggio è ironicamente enfatizzato  da esplosioni occasionali di rabbia ed inflessibilità da parte di questi stessi burocrati quando hanno a che fare con governi e paesi deboli …

Non sarebbe il caso di rimarcare che fin dall’antichità il declino del coraggio è stato considerato l’inizio della fine? “


Massimo Pozzoli 

 
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