I profeti dell'Apocalisse sedotti dal nichilismo

Marcello Veneziani - Lun, 20/05/2013 - IL GIORNALE

 

Agamben e Cacciari riflettono sulla fine del mondo: un sentimento acuito dal trionfo della tecnica e dal momento difficile della Chiesa


Stiamo confondendo la nostra vecchiaia con la fine dei tempi? Ovvero sta finendo il nostro tempo e pensiamo - figli di un'epoca egocentrica - che finisca il Tempo e arrivi l'Apocalisse? Ho avuto questo pensiero irriverente dopo aver letto due libri gemelli (eterozigoti) dedicati al Katechon.

Li hanno scritti due maturi filosofi, Giorgio Agamben - Il mistero del male. Benedetto XVI e la fine dei tempi (Laterza, pagg. 68, euro 7) - e Massimo Cacciari - Il potere che frena (Adelphi, pagg. 211, euro 13). Agamben e Cacciari proseguono da tempo due cammini paralleli: uscirono in sincronia con due libri francescani, prima che sorgesse un Papa di nome Francesco. Si ispirano ambedue a San Paolo e a Carl Schmitt nella sua teologia politica.


 Affrontano entrambi, fuori dalla fede, il doppio tema della Chiesa di Cristo e del Potere temporale: il potere che seduce e induce all'Anticristo e il potere che frena, ritarda o trattiene dalla rovina, cioè il Katechon. Si pongono entrambi il problema della fine dei tempi, il mysterium iniquitatis e l'avvento dell'Anticristo che verrà a sedurre coloro che sono morti nell'Anima.


E si pongono entrambi, senza dare risposte salvifiche, il grande tema escatologico, la via della salvezza. Siamo davvero alla fine dei tempi o questa percezione già in altre epoche ha pervaso lo spirito del tempo e si affaccia a ogni giro di boa?


Vero è che Agamben avverte: l'ultimo giorno è ogni giorno, non solo ora, e dunque non solo quest'epoca che stiamo vivendo. La stessa cosa, in fondo, suggerisce Cacciari sottolineando che non è solo la condizione storica che stiamo vivendo a indurci alla riflessione escatologica, ma più radicalmente è la condizione umana, tragica in sé e non solo adesso.


La visione escatologica si nutre però degli eventi eccezionali che hanno scosso di recente la Chiesa; le dimissioni del papa teologo, la profezia di Celestino, poi l'avvento del papa francescano, la compresenza dei due papi nel Vaticano, i tormenti della fede. Agamben considera un atto di coraggio le dimissioni di Ratzinger, ma alla fine argomenta in modo laico, mediante le categorie di legalità e legittimità, filtrate da Schmitt, che servono a delineare il potere e le sue fonti, ma sono estranee alla missione evangelica e pastorale di un pontefice, non affrontano l'irrevocabilità del ruolo di Santo Padre e non considerano il significato religioso e spirituale della Tradizione. Agamben oppone la Chiesa escatologica alla Chiesa immersa nella storia, o come egli scrive, nell'economia.


E giudica la rinuncia di Ratzinger come un'affermazione della prima contro la seconda. In realtà, lo stesso Schmitt, così citato da Agamben come da Cacciari, ci ricorda la visibilità della Chiesa romana, e non oppone la prima alla seconda ma considera la Chiesa spirituale incarnata nel suo corpo storico e istituzionale.


Agamben invece sostiene che la Chiesa abbia una struttura bipartita, metà «decora», appartenente a Cristo, e metà «fusca», appartenente al diavolo. È una visione gnostica della Chiesa, il cui corpo ecclesiale diventa tomba della sua spiritualità, non sposa di Cristo ma del funesto demiurgo. Liberandosi del corpo ecclesiale, Ratzinger ha avuto «il coraggio di mantenersi in relazione con la propria fine». Ma può farlo un cattolico investito dal Santo Apostolato di guidare la Chiesa?


È una scelta ascetica e monacale, si dirà. Ma non c'è il rischio che per un Papa suoni come una scelta di tipo protestante, abdicare al pontificato per dedicarsi al soliloquio interiore con la propria coscienza, anziché restare nella Comunità ecclesiale, alla guida della Chiesa visibile?


Per Agamben quello di Ratzinger è coraggio escatologico, in cui la verità spirituale coincide con la sua morte al mondo, e dunque con la rinuncia al ruolo pastorale. Da qui la visione apocalittica della Chiesa, viva solo in punto di morte, nell'Ultimo Giorno. Non soffia in Agamben come in Cacciari una versione mistica del nichilismo contemporaneo? Non il nichilismo gaio del nostro tempo ma un nichilismo profetico e apocalittico, che trae luce dalla notte e cerca la salvezza nel suo annichilirsi, dove la vita eterna coincide con l'essere per la morte. Non San Paolo ma Martin Heidegger sembra l'Apostolo di questa profezia.

Ma la prospettiva dell'apocalisse nasce solo nell'ambito della Chiesa e della Cristianità?


È percepita solo in chiave religiosa come la sfida estrema tra il Katechon e la Bestia, tra Cristo e Anticristo? In realtà la diffusa percezione della fine dei giorni sorge dall'espansione infinita della tecnica, dell'economia, dei mezzi di distruzione e anche di salvezza, offerti dalla tecnica.


E a quest'apocalisse tutta mondana corrisponde un Katechon mondano, un potere che frena e trattiene dalla morte e dalla vecchiaia, dal dolore e dall'impotenza, che coincide ancora con la tecnica e i suoi portentosi mezzi di salvezza temporale, di prolungamento artificiale.


Se la convinzione religiosa di essere alle soglie dell'Ultimo Giorno è ricorrente nella storia universale, legata a date, profezie, eventi catastrofici, avventi mostruosi al potere, la percezione odierna della fine del mondo è legata a fattori inediti nella storia dell'umanità: mai era successo che gli uomini sulla terra si moltiplicassero fino a superare i sette miliardi, mai era accaduto a tal punto lo sfruttamento tecnologico dell'universo, l'inquinamento, la produzione senza precedenti di consumi e rifiuti, il possesso di armi di distruzione, il prolungarsi della vita. E si potrebbe continuare.


L'idea di essere alla fine del mondo è ciclicamente emersa nella storia dell'uomo ma i fattori su cui questa volta si fonda non hanno precedenti e non hanno una diretta attinenza religiosa, escatologica. Certo, si potrebbe dimostrare che l'espansione universale della Tecnica sorge sulla contrazione della Spiritualità.


Ma è difficile poi andare oltre. Cosa dovrebbe fare il pensiero?


Aspettare e propiziare il Katechon o auspicare che s'affretti la fine del mondo?


 E senza la prospettiva trascendente il Katechon non rischia di essere risolto nella tecnica che salva nel tempo a prezzo di rinunciare al destino?


Non è la tecnica, del resto, che sostituendosi a Dio, ha sottratto il potere dalle mani dell'uomo? Non è l'automatismo il nuovo dispotismo e la reazione a catena, come scriveva Schmitt nel suo Dialogo sul potere, il suo motore?


Per attraversare la linea occorre aprirsi alla luce sorgiva dell'essere, altrimenti si resta avvolti nella notte del nichilismo. C'è o non c'è Dio alla fine dei tempi?


È necessario pensarlo per decidere come predisporsi all'uscita.


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