Nano e panzone sì, nero e gay no

Marcello Veneziani - Dom, 12/05/2013 - Il Giornale

 

Perché è reato insultare il ministro Kyenge in quanto nera e non è reato insultare Brunetta in quanto basso?


Perché si può chiamar panzone un obeso e non si può chiamar ricchione un gay?


 Perché si può metaforicamente sparare su Nitto Palma ed è reato invece fare la stessa cosa sul ministro dell'Integrazione?


Cos'è questo ius sola, come direbbero i discendenti romaneschi dei latini? Sono domande di una semplicità rozza ma necessarie in una società che ha perduto l'abc elementare di una civiltà.


Lo scopo non è accettare per compensazione e par condicio tutti i tipi di insulti nel nome di un liberismo della cafoneria; ma, al contrario, per distinguere i confini della buona educazione dall'inciviltà senza confonderli coi confini tra lecito e illecito. Considerare come reati alcuni tipi di maleducazione significa sollevare la società e le sue agenzie da ogni responsabilità educativa, affidando tutto ancora una volta ai giudici.

 No, l'educazione non va tutelata dai magistrati, ma va impartita dagli insegnanti, dai fantomatici padri, dalle ineffabili madri, dai media e dalle élite. Viviamo nell'era della cafoneria arrogante, come mostrano gl'insulti del web, il grillismo politico, l'offesa in Twitter.


L'uomo volgare impone dappertutto il diritto alla volgarità, scriveva Ortega y Gasset già nel 1930.


 

È la democrazia come diritto alla cafoneria, salvo alcuni casi ideologici, penalmente perseguibili.


Ma è pure il frutto rancido dell'età dei diritti, che dovrebbero stare ai doveri come inspirare sta ad espirare.


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