Il diritto alla piazza non vale per tutti

Vittorio Feltri - Dom, 12/05/2013 - Il Giornale

 

Le manifestazioni sono sacre, ma solo se le bandiere che sventolano sono rosse


Ieri a Brescia, come i lettori ben sanno, si è svolta una manifestazione organizzata dal Pdl per motivi elettorali, a favore della riforma della giustizia e contro l'accanimento giudiziario verso il capo, Silvio Berlusconi.


Iniziativa opportuna o no? Ciascuno la pensa come gli pare. Non è questo il punto. Registriamo piuttosto un fenomeno strano su cui vorremmo ragionare. Ogni volta che la sinistra sfila in corteo, fa sentire la propria voce e protesta, magari incendiando e ribaltando automobili, lanciando insulti e slogan beceri eccetera, rivendica il diritto a scendere in piazza. Già. La democrazia è democrazia.


Non parliamo poi degli scioperi indetti dal sindacato di estrazione comunista. Gli scioperanti bloccano l'autostrada con interminabili sit-in? Paralizzano la città con cortei e comizi, infischiandosene dei cittadini costretti a fermarsi anche se non ne hanno voglia? Pazienza. Bisogna sopportare, altrimenti scattano le accuse di comportamento antisindacale, che è addirittura un reato. Sul contenuto delle contestazioni progressiste non è lecito obiettare.


Le manifestazioni sono sacre, ma solo se le bandiere che sventolano sono rosse. Chissà perché, invece, se le dimostrazioni sono programmate dalla destra fanno schifo, tutte. Sono considerate una sorta di profanazione del suolo pubblico, la cui agibilità politica è riservata ai professionisti dell'agitazione eredi del Pci. Da oltre mezzo secolo mi occupo di cronaca e ho sempre constatato che la sinistra è affetta da una malattia grave: il razzismo culturale. È convinta, e lo dice senza vergognarsene, di essere antropologicamente e moralmente superiore alla destra. Perché? Perché sì. Non sente nemmeno l'esigenza di argomentare. È così e basta.


Venerdì sera ho partecipato al talk show di Gianluigi Paragone, L'ultima parola, dove si è discusso anche della kermesse bresciana. Maurizio Landini, leader della Fiom, non ha esitato a biasimare i berlusconiani, indignandosi che osassero prendere posizione contro le cosiddette toghe rosse. A suo giudizio criticare la magistratura è un atto indegno: le istituzioni, che traggono legittimità dalla Costituzione, non vanno osteggiate.


È un'opinione rispettabile. Peccato però che il sindacato nel corso della sua storia abbia indetto decine di scioperi generali contro il governo. Come se il governo non incarnasse uno dei poteri dello Stato, quello esecutivo, che ha la stessa dignità dell'ordine giudiziario. Se ne deduce che Landini ha un concetto elastico delle istituzioni: alcune sono costituzionali e altre no. La magistratura lo è. Il governo no. La Carta, viceversa, non fa distinzioni in materia.


È la prova provata che la sinistra pretende di concedere a se stessa il diritto di manifestare e di vietarlo ai propri avversari politici. Il che è sintomatico della malattia citata sopra: il razzismo culturale. Che è pur sempre razzismo, quindi da disapprovare. Identico discorso vale per l'evasione e la frode fiscale. Se a commettere simili reati è Berlusconi (ammesso e non concesso che li commetta), giusto che siano puniti con la galera. Se a commetterli sono i banchieri, ciò non merita neanche un cenno. Difatti Landini, venerdì sera, ha menzionato il Cavaliere processato, ma ha taciuto sui banchieri indagati per aver sottratto al fisco centinaia di milioni.


Non ho nulla di personale nei confronti del leader della Fiom. Suppongo addirittura che sia in buona fede quando è indulgente con la propria parte politica e rigoroso con quella antagonista. Ma rimane un fatto: se i cani di sinistra non riescono a convivere con i gatti di destra, la responsabilità è dei cani.


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