'Da abolire anche l'inno 'Dio salvi la regina'?

01/07/10 Di Pier Luigi Fornari per Avvenire


«A volte Dio non ascolta le preghiere come è accaduto nel caso di una certa partita di calcio alcuni giorni fa…». Il coraggio dell’umorismo sul deludente esito della Gran Bretagna ai mondiali contraddistingue immediatamente Joseph Weiler, forse come un patrimonio comico hiddish, in un ambiente dove l’aplomb è di rigore. C’è sacrale silenzio quando entra la corte della Grande Chambre. Il famoso giurista ebreo, kippah in testa, non magnetizza l’attenzione solo per le sue battute, ma anche quando accumula fatti per fondare le argomentazioni di diritto. È uno di questi fatti che dà lo spunto per la battuta, che forse non farà ridere Fabio Capello.

«Uno Stato non è obbligato nel sistema della Convenzione dei diritti umani (alla base della Corte di Strasburgo, ndr) a sposare la laicità», afferma Weiler intervenendo alla Grande Chambre a sostegno delle memorie di Armenia, Bulgaria, Cipro, Grecia, Lituania, Malta, Federazione russa e Repubblica di San Marino, tra i Paesi che si sono schierati in favore della posizione italiana. «Dall’altra parte del Canale c’è l’Inghilterra nella quale c’è una Chiesa di Stato, in cui il capo dello Stato è anche il capo della Chiesa, i leader religiosi sono membri, di diritto del potere legislativo, nel quale la bandiera reca la croce e l’inno nazionale è una preghiera a Dio di salvare il monarca, e concedergli vittoria e gloria».
Il giurista statunitense non pensa che «tutti coloro che cantano "Dio salvi la regina" credano in Dio», ma pensa che «sarebbero scioccati se si dicesse che questa frase va cambiata o tolta perché offende qualcuno». Magari un giorno la Gran Bretagna deciderà di cambiare o togliere questa frase, ma questa non è una decisione che può essere presa dalla Corte, obietta Weiler. Il punto confutato è l’affermazione di Strasburgo nella sentenza del 3 novembre secondo cui la "neutralità" dello Stato è incompatibile con «qualsiasi tipo di potere da parte sua di valutare la legittimità di convinzioni religiose o i modi di espressione di quelle convinzioni». La domanda è se nel Regno Unito non ci sia di fatto un certo tipo di valutazione di un credo religioso. Ma non è uno splendido isolamento: più della metà della popolazione europea vive in Stati che non possono rientrare nella definizione francese di laicità.

E poi in Inghilterra, secondo la logica di Soile Lautsi – la cittadina italiana di origini finlandesi che ha fatto ricorso alla Corte di Strasburgo chiedendo la rimozione del crocifisso dalle aule – cosa dovrebbero fare ebrei, cattolici, e musulmani di fronte alla foto della regina appese nelle classi?

L’assetto europeo, con la concezione francese della laicità da una parte e sistemi di tipo inglese dall’altra, costituisce secondo l’esperto di diritto una grande lezione di pluralismo e tolleranza. Compito della Corte è preservarla anche di fronte alle sfide della immigrazione. Ma la principale divisione oggi nei nostri Stati, a riguardo della religione «non è, per esempio tra cattolici e protestanti, ma tra i religiosi ed i secolarizzati», continua Weiler. Il secolarismo, la laicità francese, conclude il giurista americano che ha difeso le radici giudeo-cristiane dell’Europa, «non è una categoria vuota che significa assenza di fede». Perciò «è giuridicamente falso adottare una posizione politica che divide la nostra società, e rivendicare che in un certo senso è neutrale


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