DALL'ARCHIVIO - Morte secondo natura

ANNO 2001 Massimo Fini

 

Credo che in tema di eutanasia si debba distinguere, meglio di quanto non si faccia abitualmente, fra "accanimento terapeutico" ed eutanasia vera e propria.


 L'eutanasia, come dice la parola stessa che fu coniata da Bacone, è il diritto alla "buona morte", a una morte senza sofferenze, a interrompere una vita "non più degna di essere vissuta" come scriveva l'altro giorno su queste colonne Luigi Manconi. A mio avviso non esiste alcun diritto alla "buona morte", né è il caso di introdurlo.


Esiste invece un diritto alla morte naturale che esclude tanto l'eutanasia che l'"accanimento terapeutico".


Che in uno Stato laico la vita sia un bene del singolo, e non appartenga più a Dio, che quindi il singolo ne possa disporre mi pare fuori discussione, tanto è vero che mentre in passato si puniva il tentato suicida e anche il suicida (in questo caso con misure persecutorie contro il cadavere e contro il patrimonio) oggi queste fattispecie di reato non esistono più.Il problema nasce però per i malati cosiddetti "terminali", parola orribile, i quali non sono in grado di togliersi la vita da soli o di esprimere un consenso perché la vita gli venga tolta e quindi hanno bisogno di un terzo che agisca per conto loro o dia attuazione a un consenso che si dà per presupposto o che è stato espresso anticipatamente.


Questo è il punto. Ora, nel diritto italiano vigente mentre non è punito il suicidio o il tentato suicidio non è ammesso invece l'"omicidio del consenziente" che è considerato reato. Introdurre l'eutanasia significa appunto ammettere l'"omicidio del consenziente".Io credo che questo sia molto pericoloso.


Perché, date le condizioni del malato, questo consenso molto spesso è necessariamente presunto, implicito o comunque dato preventivamente, senza poter sapere se tale volontà persiste, e quindi introdurre il principio che la vita può essere soppressa anche da soggetti diversi dall'interessato quando "non è più degna di essere vissuta" apre la strada, per quante precauzioni si possano prendere, all'eugenetica, cioè alla soppressione di individui handicappati, malformati, socialmente inutili, la cui esistenza è un fastidio e un costo per sé e per la collettività.


Apre la strada ai "Dottor Morte" senza scrupoli.Diverso è invece il caso dell'"accanimento terapeutico" che si ha quando il malato è tenuto in vita attraverso macchinari o trattamenti medici eccezionali senza i quali morirebbe.


Posto che è fuori di discussione che il malato ha diritto di rifiutare questi rimedi eccezionali, come del resto qualunque terapia, lo "staccare la spina", quando il malato non possa esprimere la sua volontà in tal senso o non abbia le forze per fare da sé, non è eutanasia.


Perché in questo caso la forzatura è avvenuta prima, quando si sono applicati macchinari speciali ed eccezionali che allungano artificialmente la vita del malato laddove invece nell'eutanasia questa viene accorciata altrettanto artificialmente. Fermare l'"accanimento terapeutico", anche quando il consenso del malato sia solo presunto o implicito, significa semplicemente restituirlo alla sua vita o alla sua morte naturali.


Che è l'unico, vero, diritto che abbiamo.


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