NON SOLO NUCLEARE: USA E URSS VOLEVANO DISTRUGGERSI A COLPI DI PIOGGE ACIDE E TORNADO

29/4/2013 da La Stampa

 

 Durante la guerra fredda Usa e Urss pensavano a come annientarsi a vicenda, e l'ultima frontiera era il controllo della natura - Gli Usa progettarono di deviare corsi di fiumi, sciogliere i ghiacci o provocare tsunami - I russi non erano da meno: studiavano come manipolare gli uragani...


1 - GUERRA FREDDA, QUANDO GLI USA USAVANO LA NATURA COME ARMA
Paolo Mastrolilli per "la Stampa"

Giacomo Leopardi si lamentava della natura perché era «matrigna», ma chissà cosa avrebbe detto se avesse saputo che gli uomini avrebbero cercato di trasformarla in una vera arma, per sterminare i propri simili.


 Cambiamenti climatici generati per affamare i nemici, scioglimenti dei ghiacci per affogare le città portuali avversarie, deviazioni delle correnti marine e ostruzioni degli stretti per mutare i fenomeni meteo, perfino esplosioni nucleari finalizzate a provocare tempeste radioattive e incendi istantanei su enormi spazi abitati.


Tutto questo immaginato, se non progettato, da scienziati che durante la Guerra Fredda lavoravano a tempo pieno sul concetto strategico della «environmental warfare», la guerra condotta attraverso il catastrofismo ambientale indotto. Leggere «Arming Mother Nature», il libro dello storico Jacob Darwin Hamblin che uscirà a maggio, è come entrare negli incubi più terrificanti del dottor Stranamore. Solo che non si tratta della sceneggiatura di un film.


Il primo a pensarci era stato il presidente Eisenhower, che all'epoca del lancio dello Sputnik da parte dei sovietici aveva creato una commissione speciale guidata dal capitano della Marina Howard Orville, incaricata di studiare il potenziale uso della natura come arma.


A questa iniziativa ne era seguita una in sede Nato, nel 1960, gestita dallo scienziato di origini ungheresi Theodore von Kármán. Due anni dopo la mano era passata a Edward Teller, padre della bomba a idrogeno, che era stato la stella di un incontro organizzato dall'Alleanza Atlantica a Parigi per scendere nei dettagli della «environmental warfare».


Dopo il lancio dello Sputnik, gli americani si erano convinti che i sovietici stessero lavorando ad armi di ogni genere, per la guerra totale: spaziali, nucleari, biologiche, chimiche e ambientali, come la costruzione di una diga sullo Stretto di Bering per cambiare traffico, correnti marine e clima. Quindi immaginarono ogni genere di risposta.


Annerire la superficie dei ghiacci poteva aumentare l'assorbimento della luce, facendoli sciogliere per provocare inondazioni. Un effetto simile era generabile attraverso esplosioni atomiche, mentre far saltare una bomba all'idrogeno nel mare avrebbe scatenato un serio effetto serra, grazie alla massiccia evaporazione dell'acqua.


Stesso discorso per potenziali tsunami. Deviare la Corrente del Golfo poteva modificare il clima in mezzo mondo.


 La scoperta delle «Van Allen radiation belts» aveva invece fatto pensare all'uso delle radiazioni per bloccare le comunicazioni, mentre l'esplosione di una bomba da 100 megatoni nell'atmosfera, a circa 80 chilometri di altezza, poteva scatenare enormi incendi e venti da uragano.


Di fronte a tanta devastazione potenziale, scienziati e militari si chiesero anche se non facevano prima a sganciare ordigni all'idrogeno sulle città. La risposta fu no: nel quadro della guerra totale, le catastrofi ambientali promettevano disastri più vasti, efficaci e duraturi.


2 - E INTANTO I RUSSI STUDIAVANO COME MANIPOLARE GLI URAGANI
Anna Zafesova per "la Stampa"

«La natura non è un tempio, è un'officina»: la frase, tratta da un romanzo dell'800, era uno slogan sovietico, di quelli scritti su striscioni rossi appesi per strada e nelle scuole. I risultati erano - e spesso sono ancora - ben visibili: nei paesaggi lunari delle miniere siberiane come nelle città costruite intorno ai «kombinat» chimici o alle acciaierie, nei villaggi sommersi sul Volga interrotto dalle dighe, a Cernobil, in quel che resta del lago Aral. Per il Paese che usava bombe atomiche per aprire pozzi petroliferi, l'ecologia era l'ultima delle preoccupazioni.


Figli del positivismo e dell'ateismo di Stato, i comunisti sovietici erano convinti che la scienza fosse onnipotente. Si progettava di dirottare i fiumi maestosi e inutili dell'Artico, per irrigare le pianure agricole. Oppure una megacartiera sul lago Baikal, la più grande riserva di acqua dolce del mondo.


Le profezie sulle guerre della sete non erano ancora state scritte, e lo scioglimento dei ghiacci sembrava una buona idea per rendere abitabili immensi territori gelati, mentre i dissidenti sospettavano che Mosca provocasse terremoti nel Caucaso per punire i vassalli ribelli.


Progetti mai realizzati, perché impossibili o per le proteste della comunità scientifica. Il segretissimo istituto di ricerca «Taifun», che studiava la manipolazione degli uragani, venne chiuso. Delle pretese di dominare la natura restano i tentativi di bombardare le nuvole per evitare la pioggia nei giorni delle sfilate militari, senza molto successo.


Però alcuni scienziati sostengono che gli Usa usino le «armi climatiche» contro i russi. La prova sarebbe il caldo incredibile dell'estate 2010 con decine di devastanti roghi: sarebbe colpa di un super impianto elettromagnetico in Alaska che può rendere rovente l'aria in ogni punto del pianeta.


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