USA, RON PAUL: IL SUO FEDERALISMO SPINTO E' IL FUTURO

12/04/2012 di STEFANO MAGNI www.lindipendenza.com

Nelle primarie dei Repubblicani, il candidato cattolico conservatore Rick Santorum ha gettato la spugna. Era una mossa suggerita da molti e prevista da quasi tutti. Una non-notizia, insomma. La vera notizia riguarda, semmai, i candidati che non lasciano campo libero a Mitt Romney. Benché non abbiano più alcuna speranza di vincere una nomination, non si rassegnano e continuano a far campagna. Il caso più incredibile non è tanto quello di Newt Gingrich, che va avanti pur avendo un budget elettorale in rosso ormai da due mesi. Ma quello di Ron Paul, considerato un "marginale", da eliminare dopo i primi due voti, e invece ancora tenacemente in pista. Non ha vinto in alcuno stato (fatte salve le Isole Vergini), si è accaparrato solo 67 delegati, ma insiste nel proporsi come "l'ultima e l'unica reale alternativa conservatrice a Mitt Romney", come la sua campagna ha dichiarato ieri dopo il ritiro di Santorum.

Il dottor Ron Paul, libertario, medico ginecologo, 76 anni suonati, rappresenta un'alternativa drastica rispetto a tutti gli altri repubblicani. Non ha alcuna intenzione di dare il suo endorsement a Mitt Romney, nel caso (ormai quasi inevitabile) diventi lui il candidato alla Casa Bianca contro Barack Obama. Nei suoi discorsi non appare mai la logica "l'importante è battere il presidente in carica". E fra gli osservatori, da sempre, è forte il sospetto che voglia fondare un suo partito, alternativo a repubblicani e democratici. Quanto è forte questa possibilità? A crederci sono soprattutto i libertari, che non hanno mai votato per i due grandi partiti. O non hanno mai votato, in genere. Justin Raimondo, titolare del sito AntiWar.com, in una lettera aperta a Ron Paul scrive: "Il bello (la campagna elettorale di Paul, ndr) non deve finire a Tampa (nella Convention repubblicana di agosto, ndr): se decidi di correre come un candidato indipendente per la Casa Bianca, una strategia che molti dei tuoi sostenitori ti invitano ad adottare urgentemente, la tua celebrazione della libertà e della pace può continuare ben oltre il prossimo novembre elettorale. Perché una candidatura indipendente lascerà un'eredità, un successo duraturo della tua campagna e del movimento che hai creato: un terzo partito, quale valida alternativa ai due partiti gemelli che vogliono la guerra e lo statalismo". Nel discorso di Raimondo si trovano due solidi elementi di realtà. Il primo è il voto giovane: le nuove leve della destra americana hanno votato in massa per l'anziano dottore. Anche ieri, in Texas, hanno colmato il pubblico del suo comizio elettorale. Dunque è logico credere che Paul sia il futuro, come ipotizzava l'edizione di ieri del Washington Times. Contrariamente a Santorum che è il passato, visto che è riuscito a catturare i cuori e le menti degli elettori più anziani e religiosi. L'altro elemento di verità contenuto nella lettera di Raimondo è l'alternativa ai due grandi partiti: Ron Paul appartiene, realmente, a un'altra razza politica. Romney ha accettato il sostegno alle banche in crisi, esattamente come Santorum. Paul è stato l'unico ad opporsi, già nel 2008, contribuendo a lanciare quella protesta di piazza contro la collusione fra grande Stato e grande capitale che poi sarebbe sfociata nel Tea Party. Tutti i candidati repubblicani, esattamente come i democratici, mirano al mantenimento dell'egemonia militare statunitense nel mondo. Ron Paul è l'unico che vuole il ritiro di tutte le truppe entro i confini americani e la fine degli aiuti (militari e civili) all'estero, come prescritto nell'originaria dottrina non-interventista statunitense precedente alle guerre del Novecento.


Ma soprattutto, tutti i governi federali americani, dai primi del Novecento ad oggi, hanno tentato di accentrare il potere a Washington, sottraendolo a quello dei singoli stati. L'apogeo del centralismo, raggiunto sotto le amministrazioni di Franklin Delano Roosevelt (1933-1945), ora viene toccato di nuovo da Barack Obama, con i suoi "zar" (funzionari responsabili solo di fronte al presidente) e i suoi ordini esecutivi, l'ultimo dei quali prevede poteri straordinari in caso di crisi. Ron Paul è, anche qui, l'unico candidato che intende smantellare praticamente tutti i ministeri, dipartimenti e agenzie, restituendone i compiti ai privati e ai singoli stati. Interpreta i "diritti degli stati" secondo il Decimo Emendamento: autorità esclusiva su tutte le materie non espressamente delegate al governo federale dall'Articolo 1 della Costituzione. Washington dovrebbe dunque esercitare un potere molto limitato. Il suo programma per il 2012 prevede l'eliminazione immediata di cinque ministeri: Educazione, Interni, Commercio, Energia, Urbanistica. Quanto al potere di rappresentanza dei governi locali, Paul si è sempre detto a favore della soppressione dello storico Diciassettesimo Emendamento (del 1917), che mutò il sistema elettorale per il Senato, trasformandolo da camera degli stati a seconda camera eletta con voto popolare. Secondo il candidato libertario dovrebbe essere ripristinata la natura originaria del Senato, quale camera degli stati: dovrebbero essere i membri dei parlamenti locali ad eleggere i senatori, così da ri-negoziare la loro autonomia da una posizione di forza.


Inutile dire che nessuna di queste riforme è gradita agli altri candidati repubblicani. Tantomeno a quelli democratici. E allora: terzo partito? La lettera aperta di Justin Raimondo, benché poggi su fondamenta solide, non tiene conto dell'attuale rapporto di forze. Se Paul, sinora, è riuscito a galleggiare nelle primarie repubblicane, anche se non ha mai vinto, è ancora difficile pensare al successo di un libertario contro tutte le bandiere. Se è vero (come è vero) che rappresenta il futuro, vorrà dire che il Partito Repubblicano che verrà sarà molto più libertario, non-interventista e federalista. Ma deve cambiare dall'interno. Una terza forza, negli Usa, non è mai andata da alcuna parte.


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