Tornano in libreria 'I colloqui di Mussolini con Brand e Zarathustra' di Donatello D'Orazio

27/10/10 di Renato Besana

Soltanto la tenacia d’un piccolo editore, Solfanelli, ha saputo sottrarre all’oblio Donatello D’Orazio (1896-1986), di cui tornano in libreria “I colloqui di Mussolini con Brand e Zarathustra”, apparsi per la prima volta nel 1956. Sono brevi pagine di lampeggiamenti e malinconie, che molto raccontano anche del suo autore: abruzzese di Chieti, critico letterario, sua la prima recensione di Svevo, inviato speciale e corrispondente di guerra, D’Orazio fu anche romanziere e saggista acuto, senza enfasi né pedanterie, come in “D’Annunzio del libro mancato”, uscito postumo lo scorso anno.

Chi lo conobbe di persona lo descrive come un gentiluomo d’altri tempi, austero e salace, maestro nell’arte oggi smarrita della conversazione (Evola? Ah sì, quell’ufficialetto elegante). Doti, queste, che si ritrovano nei “Colloqui”. L’incipit mescola sapientemente realtà dei fatti e finzione narrativa: Mussolini, arrestato nel pomeriggio del 25 luglio, viene tradotto qualche giorno più tardi a Ponza. Gli portano “un po’ di roba, come capita a tutti i carcerati”; tra le sue cose, dove avrebbe dovuto esserci uno specchio, trova un volume con il teatro di Ibsen, compreso il “Brand”. Il 29 luglio, per il suo compleanno, riceve da Hitler l’opera omnia di Nietzsche. La metafora trasparente dei libri che si fanno specchio è la chiave interpretativa offerta ai lettori: i personaggi dell’invenzione letteraria costituiscono ciascuno un doppio del dittatore.   

Zarathustra, a sua volta, trova un doppio in Brand, che ne rappresenta lo specchio oscuro: l’uno scende dalla montagna con il dono di parole fiammeggianti e l’altro vi risale, inseguendo la propria rovina. Il protagonista del dramma ibseniano è un pastore protestante prigioniero d’una fede rigorista, senza perdono; il suo “tutto o niente” lo conduce a perdere la comunità che gli è stata affidata, la madre, la moglie, il suo stesso figlio, finché, corroso dalla follia, trova la morte tra i ghiacci insieme all’ultima, stralunata compagna.

     D’Orazio scrisse i “Colloqui” in uno dei momenti più difficili della sua vita. L’adesione alla Repubblica sociale – da giornalista, non da combattente – l’aveva condotto prima a Genova, caporedattore del Lavoro, poi sulle rive del Garda. Il 25 aprile lo sorprese a Salò, ospite d’un amico, ex legionario di Spagna. Riuscì a raggiungere fortunosamente Roma e quindi Chieti, che aveva lasciato trent’anni prima. Il suo mondo non esisteva più. Non ancora cinquantenne, si ritrovò nell’indigenza. Avrebbe potuto, come molti, scendere a compromessi; sarebbe bastata un’abiura, anche parziale. Rifiutò. “Vita magrissima”, si legge nel suo diario: voleva dire assenza d’impiego, rare collaborazioni, debiti, emarginazione, difficoltà quotidiane di mettere d’accordo il pranzo con la cena. Si può dunque immaginare che egli per primo si sia chiesto se il prezzo pagato alla propria ostinata coerenza non fosse troppo alto. Le pagine diventano così il luogo in cui affrontare i propri fantasmi, alla ricerca, per dirla con Ivan Morris, d’una nobiltà nella sconfitta.

     Con tali premesse, D’Orazio conduce la sua intervista impossibile; invece delle domande, citazioni di Nietzche e Ibsen. Ne esce un testo a un tempo lucido e visionario, capace di offrire punti di vista inattesi. Sulla nascita del regime, Mussolini per esempio afferma: “Io non sono stato dittatore per vocazione. Quando i miei avversari seguirono Coriolano sull’Aventino, essi mi dissero: ‘Sii dittatore’. Quando, dopo l’Africa, io offersi loro di dare al Paese un governo parlamentare e socialista, essi si scansarono. Se avessero voluto, me ne sarei andato in tempo”. I toni variano: la battuta sapida (“Sulla via di Addis Abeba, bevendo Chianti sbugiardammo anche i bevitori di whisky”) si alterna al paradosso (“Sono stato il miglior nemico della mia nazione, vedendola come non era e poteva essere”) e alla riflessione pensosa (“Il crollo sarebbe avvenuto, il crollo di tutto, se la colonna della fedeltà fosse rimasta a reggere?”).

     Potremmo definire i “Colloqui” un romanzo per frammenti - o frammenti d’un romanzo - anticipatore per molti versi delle avanguardie che si sarebbero imposte negli anni Sessanta. Ma appare chiaro che le intenzioni letterarie restano ai margini: dal racconto traspare il disagio d’una generazione che aveva continuato a credere in una bandiera ammainata per sempre, e s’interroga, sgomenta, sul proprio destino. D’Orazio restituisce al fascismo una dimensione tragica, d’una tragedia senza nemesi; si appoggia alla storia ma la trascende: il suo Mussolini prossimo al grande abbraccio con il nulla siede accanto a Zarathustra e Brand nei territori del mito (come sarà per un’altra generazione di fascisti senza Mussolini, quella degli anni Settanta).   

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