NUMERO AUREO (FINE2) - Conclusioni

Vittorio Messori da 'Qualche ragione per credere'

 

V. Messori: qualche traccia di Lui Tratto dal libro Qualche ragione per credere (a colloquio con M. Brambilla), Mondadori 1997 di Vittorio Messori Si tratta del capitolo XV (pp. 275 - 298)


Forse, con un gioco di parole, un «Creatore» sì, ma «creativo».
Comunque, un Artista che rifugge dalla produzione in serie, standardizzata. Dunque, l'armonia delle foglie di rose - come di ogni altro aspetto della natura - è salvaguardata, così come è assicurata l'efficacia nel compito assegnato loro per la vita della pianta; ma ciascuna è diversa dall'altra. Niente, nel mondo, esce da una Macchina capace solo di fare dei «pezzi» standardizzati, uno eguale all'altro.


Il «numero aureo» è uno dei Suoi segreti? è uno dei Suoi «marchi di fabbrica»? Sono propenso a crederlo, pur non assolutizzandolo e pur non facendo dipendere la fede - è ovvio! - da argomenti come questo. Ma non mi stupisce, anzi mi conferma in ciò che già so, lo scoprire che quel «marchio» è posto su prodotti «artigianali», «fatti a mano», tutti simili e tutti al contempo differenti.


Non è, il nostro, un Dio di «massa», ma di creature - animate o inanimate che siano - pensate una ad una. Nel mondo non c'è neppure un sasso simile a un altro. E un botanico munito di strumenti - ma persino noi stessi, se guardassimo con attenzione - è in grado di distinguere da ogni altro un filo d'erba di un prato. Dicono gli entomologi che nei formicai o nei termitai giganti, con spesso milioni di esemplari, ciascuno è in grado di distinguere l'altro, di riconoscerlo a colpo sicuro tra quelle masse che a noi sembrano indistinte per definizione. Neanche quegli esseri, dunque, sono fatti in serie!


Con pochissimi «elementi di base» (due occhi, un naso, una bocca, due orecchi...) non uno solo dei forse trecento miliardi di volti umani della intera storia umana è simile a un altro: ciascuno è inconfondibile. Dunque, unico; pur essendo al contempo eguale a tutti.

Mi sembrano constatazioni che derivano logicamente dall'essenza divina: un Dio che è amore non poteva creare diversamente. Non si ama l'indistinto, l'anonimo, lo «standardizzato». Comunque, è questo «programma personalizzato», è questa fantasia, pur dentro leggi e costanti rigorose, che assicura al mondo la sua straordinaria varietà, la sua assenza di monotonia.

Sì, ma attenzione: può darsi che il costo di questo «positivo» sia quel «negativo» (così, almeno, appare a noi, nella nostra prospettiva limitata) costituito da scartamenti dalla norma che riguardano l'uomo stesso. Una statistica rattristante ci ricorda, ad esempio, che, ogni cento bambini, in media quattro o cinque nascono con malformazioni, più o meno gravi. E non c'è specie vivente che non abbia le sue deformità.


È questo il prezzo obbligato di un mondo regolato da leggi che non sono però prigioni, che sono suscettibili di variazioni all'interno di pur precise coordinate?


Sta in questa strategia di un mondo ordinato e sottoposto a costanti regolari che permettono, tra l'altro, la descrizione e la previsione scientifica, ma di un mondo al contempo «non fatto in serie», sta forse qui una delle possibili risposte anche a quell'enigma del male e del dolore che il Dio di Gesù non ha né spiegato né eliminato ma assunto - tutto intero - su di Sé?


Come la libertà morale data all'uomo permette il peccato, così la libertà «materiale» data al Creato lascia spazio pure all'imperfezione? Molto, almeno, del male del mondo - nell'anima, certo, ma pure nelle cose - altro non è che il risvolto oscuro della realtà luminosa di un progetto divino di libertà?


Sono, al solito, balbettii, questi nostri, nel rispetto di quel mistero di cui forse intuiamo i contorni, ma senza riuscire a penetrarvi finché siamo nel chiaroscuro della vita e «vediamo come in uno specchio».

Balbettii, d'accordo; ma sufficienti per scandalizzare molti, soprattutto nella attuale intellighenzia clericale, timorosa di ogni sospetto di «contaminazione» tra scienza e fede, tra riflessione religiosa e risultati della ricerca sperimentale.
Nessuna «contaminazione», sia chiaro. E non per timore di essere etichettati come «apologeti» (cosa che non ci offende, ma ci onora) quanto per prudenza: apologeti sì, ma «avveduti». I risultati della scienza sono sempre provvisori, potenzialmente instabili, soggetti a «falsificazione», per dirla con Karl Popper. Prenderli come base per la conferma di verità eterne può essere rischioso.


Pensa, ad esempio, alla teoria del «grande botto», quel big-bang dal quale 15 miliardi di anni fa avrebbe avuto origine l'universo intero. Non sembra una delle più suggestive conferme dell'inizio stesso della Bibbia? «In principio, Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso... Dio disse: "Sia la luce!". E la luce fu...». Affascinante, certo; ma se l'entusiasmo ci portasse a legare la nostra fede a questa ipotesi, come a ogni altra della scienza, metteremmo in pericolo la fede stessa: la smentita della teoria (sempre possibile, come mostra l'esperienza) avrebbe riflessi anche sulle ragioni del nostro credere.


Questo precisato, non vogliamo rinunciare alla libertà della riflessione sulla fede, anche partendo da dati oggettivi, messi a disposizione dalla ricerca, pur guardandoci dall'assolutizzarli. Il mondo è il sillabario di Dio: sta a noi cercare di leggerlo. Sempre, s'intende, nella consapevolezza che c'è spesso, in simili riflessioni, anche un margine di soggettività. Possono essere motivo di conferma per alcuni e non per altri. Tanto per ricitare Pascal: «Ci si convince meglio con le ragioni che ciascuno trova da sé, piuttosto che con quelle trovate da altri...».


La presenza della «sezione aurea» - nascosta, ma abbastanza percepibile da essere «scoperta» già dalle culture antiche - è per me uno degli indizi (uno fra i tanti, bada) che, uniti a moltissimi altri, possono costituire lo stock, il magazzino delle sragioni per credere».

In fondo, è pure questo un modo per sperimentare ciò cui abbiamo già accennato: si può credere non malgrado la scienza moderna, ma anche grazie ad essa. Con le «impronte digitali» che va scoprendo, pur senza proporselo (una scienza «apologeta» di qualunque causa che non fosse la sua, di ricerca oggettiva sulla realtà, non sarebbe più tale) offre spunti fascinosi alla nostra meditazione.


Proprio in questa linea - e a mio rischio e pericolo, s'intende - da tempo vado riflettendo, fra molte altre cose, sulle possibili connessioni tra quelle prime parole dell'Antico Testamento che ho appena citato («In principio, Dio creò il cielo e la terra»), e una delle ultime del Nuovo. E l'affermazione sconvolgente, e assolutamente inaudita nella storia delle religioni, della Prima lettera di Giovanni: «Dio è amore».
A questa «essenza» del Dio cristiano abbiamo già accennato - lo ricordi di certo - parlando di quell'altro unicum che è il «dogma trinitario». Ma m'interessa, ora, un'altra pista di ricerca: risibile per alcuni, certo; ma, spero, coerente per un cristiano che non prenda la Parola di Dio come un vaniloquio e veda dunque l'universo intero come un «sistema di segni».


A questa «essenza» del Dio cristiano abbiamo già accennato - lo ricordi di certo - parlando di quell'altro unicum che è il «dogma trinitario». Ma m'interessa, ora, un'altra pista di ricerca: risibile per alcuni, certo; ma, spero, coerente per un cristiano che non prenda la Parola di Dio come un vaniloquio e veda dunque l'universo intero come un «sistema di segni».


Vi è, cioè, nel creato, inteso anche in senso «fisico», una qualche possibile traccia che sia opera di un Creatore la cui essenza è l'Amore, così come (lo abbiamo visto) c'è chi pensa vi siano «rimandi», per quanto enigmatici e doverosamente «ambigui», al Suo mistero trinitario?

Un bel rischio, non c'è che dire. Ma, d'altro canto, tutta la fede è rischio. E la ragione c'è stata data per esercitarla in ogni direzione, pur sempre nella consapevolezza dei suoi limiti.
Dobbiamo insistere - perché è vero - sul fatto che è il credente il vero «libero pensatore». Noi non escludiamo nulla, a differenza del non-credente, costretto a ignorare e a rimuovere tutto ciò che minaccia la piccola radura che ha disboscato.
Vediamo, allora. «Dio è amore»; ma è la stessa Scrittura che ci assicura che, di quel Dio, siamo fatti «a immagine e somiglianza». Sperimentiamo che amare significa «essere attratti», sentirsi indotti a «gravitare» su di un altro. Non è forse una separazione, seppur temporanea, il momento più doloroso per gli innamorati?


Ebbene: proprio la fisica moderna ci ha mostrato che tutto l'universo - dall'infinitamente grande all'infinitamente piccolo - è tenuto insieme da una forza misteriosa della quale la scienza sa da tempo misurare l'intensità (la famosa «legge di Newton») ma della quale non sa ancora spiegare l'origine e la natura. E la forza detta di «attrazione e di gravitazione universale», per la quale tutti i corpi fisici si attraggono tra loro.

Se non sbaglio, è il classico esperimento che tutti abbiamo visto, a scuola, nel laboratorio per la lezione di fisica: una palla di ferro sospesa al braccio di una bilancia a torsione, l'insegnante che avvicina un altro corpo in ferro, la palla della bilancia che tende a ruotare verso quest'ultimo... Assai semplice a descriversi, ma, in effetti, assai misterioso quanto all'origine.
Anche se non riusciamo a spiegare che cosa sia, questa onnipresente «forza di gravitazione», resta il fatto che l'universo si sfascerebbe - di colpo - se tutto non fosse attirato da tutto; se tutto non «gravitasse» attorno a qualcos'altro.


 Dagli elettroni che girano attorno al nucleo dell'atomo, dagli atomi che si attraggono tra loro riunendosi in molecole, sino ai pianeti che - avvinti dal Sole - vi ruotano attorno. Il Sole, poi, che ruota attorno al centro della galassia e le galassie che gravitano attorno a uno sconosciuto - ma pur sicuramente esistente - centro dell'universo.


Da qui, la domanda che spesso mi faccio, che affascina me, ma che non pretendo certamente di imporre ad altri: questa forza inesorabile di attrazione, per cui nulla esiste isolato, ma solo in rapporto a qualcos'altro, non sarà per caso l'equivalente - nella materia fisica - di quell'amore che l'uomo sperimenta, come forza altrettanto inesorabile di attrazione, di gravitazione? Essere innamorati, amare, non è forse «un girare attorno all'altro»? Ed entrambe queste forze, fisica e morale, che tengono insieme tanto l'universo quanto la società (anche questa si sfascerebbe se davvero sparisse ogni «attrazione» o almeno «gravitazione» tra esseri umani), entrambe queste forze - dico - non saranno forse la traccia, discreta come nel Suo stile, del Creatore la cui essenza c'è stata rivelata come Amore?

Sarà bene affrettarsi a chiudere, prima che i «teologicamente corretti», quelli per i quali la teologia è una «disciplina accademica» come ogni altra, ci portino via con la camicia di forza. Azzardarsi, sia pure come riflessione personale, a risalire dalla fisica alla metafisica ...
Hai ragione. Ma lasciami finire (aggravo, da incosciente forse un po' masochista, la mia posizione già compromessa) esprimendo la mia riconoscenza a un linguista americano, Joseph Harold Greenberg, della Stanford University, il celebre istituto di Palo Alto, California. Non ho mai visto quel professore e prevedibilmente non lo vedrò mai. Di lui (di cui so, naturalmente, che è tra i maggiori storici mondiali del linguaggio) ho letto solo il libro certamente più famoso. E un'opera recente, della fine degli anni Ottanta.
Ma sì, sono grato a questo esimio e benemerito professor Greenberg.

Stai cercando di montare una specie di suspense. Vedrò di non deluderti: perché tanta gratitudine per questo specialista californiano?

Ecco qua, allora. Tra le ipotesi che, sino a qualche decennio fa, provocavano sorrisi di compatimento (e poi, se insistevi, reazioni brusche) fra gli «specialisti», v'era quella di un solo linguaggio, all'origine dell'umanità. Questo avrebbe postulato logicamente un'altra ipotesi, quella di una sola origine della vita sulla Terra. Se qualcuno avesse sostenuto anche solo una possibilità del genere, sarebbe stato emarginato tra beffe e lazzi, come ridicolo credente in decrepite superstizioni religiose; come un buffo (forse anche pericoloso) «fondamentalista biblico». Uno che, dietro i racconti del primo libro della Scrittura, il Genesi, si ostinava incredibilmente a sospettare qualcosa come l'eco di una verità giuntaci attraverso una Rivelazione.


A scanso di equivoci, ci conviene ribadire quanto già abbiamo detto e che dovrebbe essere ovvio: a differenza di certi protestanti, per noi la Bibbia non è il Corano, che non sopporta interpretazioni, pena una condanna a morte ... I libri biblici hanno un intento pedagogico, teologico, sapienziale, non sono un trattato scientifico. Vogliono innanzitutto rivelarci il significato dell'esistenza umana, la sua origine da un solo Creatore, dunque la sua vocazione divina. Conosciamo la dottrina dei «generi letterari», non andiamo di certo alla ricerca affannata di «concordanze» tra la Bibbia e la scienza. Che pensare, altrimenti, di casi come la lista del libro del Levitico sugli animali puri e impuri, che tra questi ultimi mette la lepre, dandola come un «ruminante» mentre è un roditore?


Quella lista ha un significato ben diverso da quello di un corso di zoologia: la famosa «inerranza biblica» tutela il messaggio, non il rivestimento umano. Anche parlando di ipotesi evoluzionistiche, lo ricordi, abbiamo più volte precisato che - qualora ne fosse provata la verità - non per questo andremmo in crisi o reagiremmo, purché non si volesse escludere la presenza, dietro le quinte, del «Grande Programmatore».


Con tutto questo, proprio la fede ci fa persone libere che non rifiutano né accettano acriticamente nulla. Dunque, senti che succede: l'altro giorno mi arriva questo libro di Luigi Luca Cavalli-Sforza, che non è esattamente un visionario o un mitomane, ma è un docente di genetica lui pure - come Greenberg - alla Stanford University, dopo una carriera passata attraverso atenei di certo non irrilevanti, come Cambridge e Pavia.


 Da anni, è responsabile dello Human Genoma Project, un programma internazionale che si propone di catalogare il DNA di tutte le etnìe di tutti i Continenti. Apro il libro di questo famoso - e laicissimo - scienziato, e vi leggo queste righe, basate proprio su quella ricerca mondiale di «geografia genetica»: «Molti biologi oggi pensano che vi sia stata una sola origine della vita sulla Terra, perché esiste un unico tipo di amminoacidi sintetizzati dalle cellule viventi, mentre ve ne potrebbero essere due, di struttura chimica opposta».


Non chiedermi che ti spieghi: ovviamente, non ne sarei capace. Ci basti sapere (parola di genetista giudicato fra i più illustri e aggiornati dai suoi colleghi stessi), che non escludere la possibilità di «una sola origine della vita sulla Terra» non solo non è più motivo sufficiente per essere sbattuti fuori, e con infamia, dalla comunità scientifica «seria»; ma che, anzi, può costituire un marchio di modernità, d'avanguardia.


A ennesima conferma, tra l'altro, di quanto l'esperienza consiglia: gli «esperti» e le loro «certezze» e «dogmi», prenderli, se si vuole, sul serio, mai sul tragico. Aspettare e pazientare: prima o poi il vento cambia; e, di solito, si scopre che vero «moderno» era colui che non si era staccato dal buon senso. Il quale, assai spesso, coincide con la tradizione. Anche religiosa, perché no? Abbiamo ben ricordato come non siano lontani i tempi in cui l'ateismo era il «futuro» e la fede il «passato irrimediabilmente superato» ...

Qualcosa del genere non sta succedendo con l'esegesi biblica? Dopo aver triturato i vangeli con i loro metodi «storico-critici» (dagli intimidatori nomi tedeschi), dopo averli ridotti a un puzzle sospetto di frammenti radunati da ogni parte, dopo aver deriso l'ingenuità di chi cercasse il «Gesù della storia» dietro il «Cristo della fede»; dopo tutto questo, i biblisti, da qualche tempo, non si sono fatti più prudenti? Non c'è, addirittura chi si azzarda a dire - per ora, solo a mezza voce - che, dopo due secoli di indagine «scientifica», si scopre che il modo più attendibile e «avanzato» di leggere i vangeli è quello più semplice, quello del credente che (a differenza degli «esperti») ha sempre ritenuto essenziale per la fede che ciò che è scritto in quei quattro libriccini corrisponda a ciò che è avvenuto?
«Quando una teoria è in contrasto col buonsenso, non affrettarti a dare torto al tuo buonsenso», dice uno dei sani principi della «metodologia contadina». Potremmo aggiungerne un altro, di principio: «Se vuoi restare presto vedovo, sposa una moda». Ma di questo parleremo a suo tempo, quando (a Dio piacendo) affronteremo il discorso su «Gesù», mostrando come pure lì il metodo più fruttuoso sia quello dell'et-et.


Adesso, veniamo all'ipotesi del solo linguaggio, che presuppone un solo gruppo umano all'origine di tutto.


È qui che entra in scena J.H. Greenberg, il linguista californiano. Il quale - e di recente, come ti dicevo - è riuscito a individuare quell'araba fenice (fino a poco fa ricercata soltanto da pochi ostinati, emarginati come «patetici dilettanti») che è almeno una radice etimologica comune a tutte le famiglie linguistiche del mondo. Quella radice pare sia TIK: da questo breve suono, che indichiamo con tre soli caratteri latini, attraverso processi e modificazioni che solo un linguista consumato può ricostruire e capire (e non è, ovviamente, né il mio né, credo, il tuo caso) sarebbe derivata una parola che sembra rivelare il legame tra tutti gli uomini, riconducendoli a un'origine comune.


Anzi, da qualche tempo Greenberg non è più solo. C'è per esempio un altro illustre linguista americano, Merrit Ruhlen, che in The Mother Tongue dimostra anch'egli come gli oltre cinquemila linguaggi parlati oggi sulla Terra derivino tutti dalla «lingua madre» indicata dal titolo. Ti leggo la conclusione: «La monogenesi delle lingue esistenti è ormai così evidente, che il problema del futuro non sarà stabilire che tutte le lingue del mondo sono imparentate, ma capire perché c'è voluto tanto tempo per accorgersene». Esagera, questo pur autorevole professor Ruhlen? Anche qui, in suo soccorso accorre un genetista illustre almeno quanto Cavalli-Sforza, André Langaney, direttore del Musée de l'Homme di Parigi, una delle maggiori istituzioni antropologiche. Nella convinta prefazione al libro di Ruhlen, lo specialista francese scrive: «Oggi non c'è più alcun dubbio sull'origine comune dei cinque miliardi di umani attuali da una popolazione unica della preistoria. Dunque, una "lingua madre" appare come una realtà assai coerente con questa certezza».


Naturalmente, è giusto che reagiscano aspramente quei professori che non possono rinnegare le loro poderose e ponderose bibliografie. E umano, è normale; ma, quali che siano le consuete resistenze accademiche, pare proprio che la via del futuro sia quella tracciata da questi nuovi studiosi che, sino a qualche tempo fa, sarebbero stati internati fra gli alienati.


Comunque, i linguisti che, sempre più numerosi, danno ragione al «patriarca» Greenberg dicono di avere individuato una trentina di «radici mondiali», ma ammettono che quel Tue ha una sorta di primato, è il beniamino fra i reperti venutici addirittura da una prima coppia (pare africana, a scorno dell'orgoglio di noi europei ...).

Adesso non esagerare con i tentativi di suspense: fuori il significato di quella parola modulata in tutte le lingue, partendo da quest'unica radice primitiva.
TIK può indicare sia un dito, sia il numero uno: doppio significato che non stupisce, visto che l'uno è indicabile con un dito alzato. Anzi, la cifra con cui lo scriviamo - 1 - pare abbia all'origine proprio la stilizzazione del dito. Questo è, in latino, dig-itus. «Mostrare puntando il dito» suona, nella stessa lingua, in-dic-are; in greco, deìk-nymi. Dietro quei «dig», «dic», «deìk» (per stare solo alle due lingue dell'antichità classica), ci sarebbe questa «madre di tutte le parole» individuata nella radice TIK.


Per andare - come al solito, per noi, temerari irresponsabili - dal dato fornito dalla ricerca scientifica alla riflessione religiosa, ammetterai che, pure qui, c'è uno spunto che affascina. Il Dio Uno, l'Unico per eccellenza avrebbe forse lasciato tra tutti gli uomini, come eredità comune (mascherata, alterata, ma non impenetrabile alla ricerca, secondo il consueto gioco al nascondino) la parola per indicarlo: UNO?


E, quanto al «dito», chi ha un poco di familiarità con la Scrittura non può non pensare a un testo che non è solo tra i più belli, ma anche tra i più significativi per chi, come noi, ha cercato di farfugliare almeno qualcosa attorno al mistero del Dio creatore. E il salmo 8, naturalmente.
Varrà la pena di rileggerselo:


O Signore, nostro Dio,
quanto è grande il tuo nome su tutta la terra: sopra i cieli si innalza la tua magnificenza
Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate,
che cos'è l'uomo perché te ne ricordi,
il figlio dell'uomo perché te ne curi?
Eppure l'hai fatto poco meno degli angeli, dì gloria e di onore lo hai coronato:
gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi
...
O Signore, nostro Dio,
quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.

E con questo, basta: per ora. Adnuente Deo, s'intende (mica dimentichiamo Giacomo 4, 13 ss.!...), avremo modo di percorrere quelle due altre «tappe» che sappiamo.
Certo, questa nostra suddivisione è arbitraria: come abbiamo visto di continuo, non si può parlare del Dio Padre se non parlando del Figlio; e anche di quello Spirito che sorregge e ispira quella «marcia del Cristo nella storia» che, per noi, è la Chiesa. Volevamo prendere a guida il Credo. E questo comincia con un «Credo in un solo Dio, Padre onnipotente ...». Padre: dunque è il «nostro» Dio; e quello soltanto: abbiamo cercato di ricordarlo. Dunque, sappiamo bene che la fede è un blocco dove «tutto si tiene».
Ma tant'è. Sono i nostri limiti che ci consigliano una sosta. Arrivederci, dunque, a qualche altro incontro.


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