NUMERO AUREO (FINE1) - Conclusioni

Vittorio Messori da 'Qualche ragione per credere'

 

V. Messori: qualche traccia di Lui Tratto dal libro Qualche ragione per credere (a colloquio con M. Brambilla), Mondadori 1997 di Vittorio Messori Si tratta del capitolo XV (pp. 275 - 298)


M. B.: Per riprendere il discorso: sembra che, nella prospettiva del Dio che si propone e che non si impone, che vuoi preservare la nostra libertà, teorie come quella dell'evoluzionismo nella sua versione «materialista», «casuale», atea, adempiano a una funzione indispensabile. Infatti, preservano quel cono di «ombra» che deve convivere con la «luce». Danno un appiglio - che può rivelarsi sì illusorio, ma che sembra avere un minimo di credibilità - almeno al dubbio a proposito di un Dio creatore. Alle tracce e agli indizi «per credere» si affiancano - come sempre - ipotesi «per non credere».

V. M.: Naturalmente, «tutto è Grazia», per dirla con le ultime parole del «curato di campagna» di Bernanos, che ripeteva qui un'espressione della piccola (e grandissima!) santa Teresa di Lisieux. Non lo ricorderemo mai abbastanza: tra i motivi per credere in questo nostro Dio c'è proprio questa discrezione che rifugge dalla brutalità di un'evidenza che ti costringerebbe ad alzare le mani in segno di resa.


Come ha detto qualcuno, questo Signore ha «uno stile da signore». Una sorta di understatement da gentiluomo all'antica, che Gli fa apporre sì la firma, ma in modo così discreto che puoi scorgerla, e riconoscere che è la Sua, solo approfondendo e riflettendo bene. Anzi, più che una firma potrebbe sembrare una sigla, se non un'impronta digitale.


Un Dio che ama celarsi, e insieme rivelarsi, nei particolari. O agli estremi, nell'infinitamente grande e nell'infinitamente piccolo: nell'insondabile vastità delle galassie che solo i telescopi rivelano; e nella struttura profonda della materia, scopribile unicamente con i microscopi elettronici.


Del «signore», del resto, almeno come l'intendiamo in senso umano, sembra avere altre caratteristiche. Ad esempio, la prodigalità che si fa scialo: milioni di spermatozoi per fecondare un solo ovulo; milioni di galassie, con miliardi di stelle; più di due milioni soltanto di specie di insetti ...
Ma, «signorile», anche, la gratuità: la bellezza dei fiori su montagne inaccessibili, dove nessuno giungerà mai per ammirarli; la bellezza delle specie viventi negli abissi oceanici e delle quali solo di recente abbiamo avuto esperienza, mentre di infinite altre non ne avremo mai. E quella gratuità che il Medio Evo aveva intuito: così, per imitare anche in questo il suo Dio, ne simboleggiava lo stile, posando le statue più belle negli angoli dei soffitti delle cattedrali, inaccessibili ad occhi umani.


Forse anche in questo senso va inteso il famoso appunto di Pascal che, in nome del Deus absconditus, rende l'onore delle armi all'ateismo: «Segno di forza di pensiero, ma solo fino a un certo punto». Un pensiero, cioè, che non si spinge sino a quelle profondità dove stanno, appunto, le «impronte digitali» dell'Autore.


E Jean de La Bruyère: «Ésprit fort, ésprit faible». L'ésprit fort, lo «spirito forte» è appunto il miscredente, l'agnostico, l'ateo; che mostra però di essere faible, debole, non riuscendo ad andare al di là di quelle apparenze, dietro le quali il Creatore si cela.

In questa prospettiva andrebbe rovesciato il luogo comune, secondo il quale la penetrazione intellettuale, la forza di pensiero, l'anticonforrnismo culturale contrassegnerebbero chi rifiuta o critica la credenza religiosa. Pensiamo a quell'Ottocento e a quell'inizio di Novecento, in cui i cristiani - e i cattolici soprattutto - erano visti come un'etnia superstiziosa in via di estinzione, gente aggrappata a miti e leggende ormai insostenibili. Usciti dalla modernità, quei presunti «miti e leggende» mostrano una tenuta ben superiore alle «luci della Ragione» che avrebbero dovuto dissolverli.

E più o meno così. C'è però da stare attenti a ogni trionfalismo. Per la logica evangelica, e per la costante dell'et-et, ogni possibile trionfo della fede («trionfo» che riguarda però, soprattutto, il segreto dei cuori) sarà sempre accompagnato dallo scacco, almeno secondo le categorie umane. Anzi, stando al Nuovo Testamento, la fede sopravviverà sì fino al ritorno del Cristo, ma andrà declinando e sarà messa in pericolo; sembra di capire che si ridurrà, almeno quantitativamente, mano a mano che ci si avvicina alla fine della storia.


Ci è promesso di far parte di un grande popolo e al contempo di un piccolo gregge. Gesù spezza in due il calendario della storia (a.C., d.C., «avanti Cristo», «dopo Cristo») e, al contempo, in quella storia resta in penombra. La discrezione, anche qui: non a caso la fede è definita dal vangelo un lievito che dà vita a tutta la pasta, restando celato all'interno di essa. Quel lievito, però, nessuno lo può più levare: la sua non appariscenza è pari alla sua tenacia; e, se vuoi, all'importanza degli effetti (quante cose, nel mondo, sono «cristiane», senza che neppure i cristiani il più delle volte lo sappiano!).


Per il futuro, comunque, converrà tener presente al contempo una doppia prospettiva (tanto per cambiare...): innanzitutto, il «successo» umano, quello «secondo il mondo», non fa parte delle categorie di quel vangelo dove sta scritto, tra l'altro: «Guai a voi quando gli uomini diranno bene di voi» (Lc 6, 26). Ma, insieme, sarà opportuno non dimenticare quanto diceva Chesterton: «Il cristianesimo è stato (e sarà) dichiarato morto infinite volte. Ma, poi, sempre è risorto (e risorgerà), perché è fondato sulla fede in un Dio che conosce bene la strada per uscire dal sepolcro».

Per tornare alle «impronte digitali», alla «firma discreta» del Creatore: mi pare che la scienza moderna stia riscoprendo l'intuizione degli antichi. Il segreto dell'universo, cioè, sta nei numeri: tutto è basato su una serie tanto costante e ferrea quanto misteriosa di rapporti matematici. Il «caso» è escluso anche dalla conferma di una struttura numerica che regge tutta la «macchina» dell'universo e che le permette non solo di funzionare, ma di esistere. Sarebbe bastato lo scostamento di un decimale di una delle «cifre» fondamentali perché ci fosse caos e non ordine o perché la vita non apparisse sulla Terra.

«Tutto è numero», per dirla con Pitagora. E proprio per questo, aggiunse Aristotele, «tutto, nell'universo, è armonia». Così che Platone poté concludere che «Dio è geometra».


Sapienza antica, confermata però, comme d'habitude, dalla ricerca moderna: non solo la Terra, ma il Cosmo intero sono retti da una dozzina di cifre, quelle che esprimono le fondamentali «costanti» fisiche.


 Dalla velocità della luce nel vuoto, alla massa e carica dell'elettrone, alla gravitazione universale: come ricordi tu stesso, non saremmo qui a parlarne, se una sola di queste costanti fosse stata diversa dalla cifra che la esprime. Cifra che siamo in grado di misurare ma non, come al solito, di spiegare: perché questi «numeri» e non altri? Ciò che sappiamo è che quella dozzina di valori matematici è la sola possibile »combinazione vincente», è l'unico «codice» praticabile per la comparsa e la prosecuzione della vita. Insomma, come al Bancomat: se non batti quel numero, e quello solo, niente soldi, lo sportello non si apre proprio ...


Ma, giusto a proposito di «numeri» e «armonia», mi viene in mente il singolare enigma dell'1,61803398... (come il famoso «pi greco», che è «circa» 3,14159265..., è un numero «irrazionale» - «inesprimibile», dicevano gli antichi - perché ha una serie infinita di decimali che segue la virgola).
Conviene avvertire di nuovo che, al di là delle ragioni oggettive (che pure esistono) per credere - o, volendo, per dubitare, secondo la legge di libertà che sappiamo - ci sono degli argomenti soggettivi. L'apologetica classica distingue in effetti argomenti ad omnes, per tutti, e ad hominem,
per le singole persone. Ciascuno, cioè, è convinto, o non è convinto, più da certi aspetti piuttosto che da altri.


Per quanto mi riguarda, convinto come sono del «gioco a nascondino» di Dio, ciò che soprattutto mi seduce è scoprire quelle che potrebbero essere le «orme sulla sabbia» di questo Creatore così «felpato».


Tra queste impronte, pare a molti che abbia un suo posto (importante quanto affascinante per la sua nascosta presenza) 1'1,618... O, come altri preferiscono dire, lo 0,618..., che ne è il reciproco.


Vi accenno, preciso, come a un caso che induce me alla riflessione, senza però dargli importanza decisiva e senza assolutizzarlo (anche se il fatto specifico, oggettivo, esiste e non è negabile). E una traccia assieme alle altre. Altri sono colpiti da altro: in fondo, la scelta di «indizi» - qui - è illimitata. Le vie alla fede - o all'incredulità - sono tante quanti sono gli uomini.

Se non sbaglio, quell'1 virgola «circa» 618, è la cosiddetta «sezione aurea». Quello che chiamano anche «numero d'oro».

Proprio lui. Quello che gli antichi conobbero e cercarono d'imitare dalla natura: non a caso l'indicarono pure come «proporzione divina». Ricordi, no?, l'esempio che capiamo persino noi, profani di matematica: si prende un bastone di un metro e se ne taglia un segmento di 38,2 centimetri. L'altro segmento sarà - ovviamente - di 61,8. I due pezzi, in questa lunghezza - e in questa soltanto - sono in rapporto «armonico» tra loro. In effetti, il rapporto fra il segmento più lungo e quello più corto è uguale al rapporto che c'è tra il segmento più lungo e il bastone completo, quando cioè era lungo un metro. Questo rapporto è sempre di 1,61803398 ...


Per cercare di capire meglio (anche se, in pratica, la cosa è più semplice di quanto non sembri quando si cerca di esprimerla a parole), la divisione di una linea in due pezzi secondo questa misura «stabilisce un gioco di rapporti tale, per cui la parte più piccola della linea è in rapporto con la più grande così come questa è in rapporto con la linea intera». In modo pragmatico, per farci ancor più l'idea, l'equivalente del «numero d'oro» è, con molta approssimazione, circa il rapporto che c'è fra 3 e 5.


Ebbene, gli antichi intuirono che il numero che esprimeva una simile relazione era forse il «marchio di fabbrica» di un Creatore del mondo. Intuizione che sembrò poi avere una conferma quando, nel XIII secolo, Leonardo Fibonacci (il pisano cui dobbiamo l'introduzione in Occidente delle cifre «arabe») costruì quella sua celebre «successione» o «serie numerica», dove ogni cifra è data dalla somma delle due precedenti. In questa «serie», dopo le prime sei cifre (che si avvicinano rapidamente, e con sempre maggior precisione, al valore che qui ci interessa) a partire dal settimo numero il rapporto fra due successivi è sempre 1,618. E tale resta all'infinito, aderendo anzi sempre di più al valore del «numero d'oro».

In ogni caso, la presenza di quel numero, considerato «divino» già dagli assiri, dai babilonesi, dagli egizi, dai greci, e poi dai costruttori medievali di cattedrali (considerati dai massoni come i loro antenati proprio per la straordinaria sapienza anche simbolica) è stata confermata oggi - e alla grande - dall'informatica moderna.

Già: si direbbe uno di quei casi (non infrequenti, del resto, vi abbiamo già accennato) in cui proprio il progresso della scienza rende più fitto l'enigma. Proprio i mezzi d'indagine col sussidio dell'elettronica hanno mostrato, e sempre più mostrano, che dal microcosmo al macrocosmo, dagli organismi infinitamente piccoli ai corpi celesti infinitamente grandi, il «rapporto aureo», la «proporzione divina», il misterioso 0,618 0 1,618 sembra onnipresente.

A noi moderni interessa soprattutto la scienza; anzi, quella sua applicazione concreta che è la tecnologia. Agli antichi stava a cuore la bellezza - figlia dell'armonia - da raggiungere nella musica come nelle arti figurative e nell'architettura. Si dice che proprio lì cercassero di «imitare gli dèi», applicando quello che consideravano il loro «numero».
In effetti, se lo specifico dell'arte antica, classica, è l'armonia, il segreto di quelle proporzioni che danno gioia e riposo (senza che ci rendiamo conto del motivo) sembra stare nascosto proprio nel «numero d'oro».


Il Partenone di Atene, vertice dell'architettura greca, è un rettangolo i cui iati sono in perfetta «sezione aurea». Non a caso alla sua costruzione (e decorazione) sovrintese il maggior scultore greco, Fidia. Dalla iniziale del suo nome, molti matematici moderni hanno preso l'effe greco -  - per indicare «la divina proporzione», cioè questo rapporto «aureo». Sembra certo che siano della scuola di Fidia (o, addirittura, azzarda qualcuno, di sua stessa mano) le due splendide statue di guerrieri ritrovate nel 1972 nel mare di Calabria, a Riace. Naturalmente, tanta bellezza è tutta basata sull'«effe greco».


Lo stesso valore si ritrova nei monumenti romani giuntici quasi intatti dall'antichità: il Pantheon, l'arco di Costantino, persino opere di utilità civile, come i grandi acquedotti.


Naturalmente bisogna guardarsi, e con divertita ironia, dai molti mitomani, visionari, maniaci, sempre insaziabili nel cercare proporzioni matematiche con significati esoterici ovunque, ma soprattutto nelle piramidi egizie.

È Umberto Eco, mi pare, che constata come di matti ce ne siano di infinite specie; ma - aggiunge - il matto «vero», quello irrecuperabile, lo si riconosce dal fatto che, poco dopo averti avvicinato, comincia a parlarti del mistero dei Templari e di quello delle piramidi.
Difficile dargli torto. Ed è da meditare anche quanto dice, lo stesso Eco, sul chiosco sotto casa dove vendono i biglietti della lotteria: se ne prendi tutte le misure e le moltiplichi o dividi o sottrai o addizioni per altre, puoi ottenere tutti i significati «simbolici» che desideri trovare.


Ma, seppure con la doverosa prudenza del caso, non possiamo non constatare un fatto oggettivo e documentato in modo inoppugnabile: quelle montagne di pietra nel deserto, che avevano già migliaia di anni alla nascita di Gesù, sono tutte costruite sul «numero d'oro» e sulla serie di Fibonacci che gli è legata.


Del resto, già Pitagora aveva scoperto che l'armonia matematica è dentro le cose: il rapporto «aureo» e le successioni «alla Fibonacci» sono indispensabili perché una musica sia «bella», dunque armoniosa. Chi se ne discosta fa della cacofonia.


Per ogni cultura, almeno sino a tempi recenti, tutte le arti, esprimendo bellezza, godono di un «soffio divino»: ma forse la musica è, fra tutte, quella che più direttamente testimonia del mistero di Dio. Credo non sia un caso se certa musica contemporanea - proponendosi esplicitamente la disarmonia, la sgradevolezza: e ciò per la prima volta, bada, nella storia umana - sia sospettata di una sorta di «propaganda diabolica». Di certo - volontariamente o istintivamente che sia - è il frutto di una cultura senza Dio o in rivolta contro di Lui. E dunque, in rivolta contro l'armonia, la cui figlia è la bellezza. Profondo e accorato l'ammonimento del monaco Cassiodoro, nel VI secolo: «Se commetteremo ingiustizia (è il peccato che turba l'armonia del mondo) Dio ci toglierà la musica». Forse, è proprio a questo che stiamo arrivando.


In modi sotterranei, comunque, quella sapienza «alla Fidia» è sopravvissuta alla fine del mondo antico ed è trasmigrata nell'arte medievale e poi rinascimentale. Dalle cattedrali romaniche e gotiche, ai disegni di Leonardo, sino ai violini di Antonio Stradivari (il cui segreto è nelle proporzioni dei singoli pezzi, come si è scoperto solo di recente), 1'1,618 è onnipresente.

Per ottenere nelle loro opere la bellezza, gli artisti antichi non inventavano, copiavano: non facevano che rifarsi al mondo fisico, animale, vegetale, minerale. Avevano intuito, cioè, che quel rapporto stava dietro al Creato.
Certo, l'avevano intuito e, naturalmente, anche misurato, tanto da applicarlo nelle loro opere. Ma non potevano, ovviamente, avere la consapevolezza permessa a noi dal progresso della tecnologia, in particolare dall'informatica. Noi, oggi, non solo «intuiamo», ma siamo in grado di stabilire con esattezza che quel rapporto, che fa sì che una parte sia in proporzione armoniosa col tutto, lo si incontra nella fisica, nella zoologia, nella botanica, nella chimica, nella mineralogia... Non c'è scienza sperimentale in cui, chi lo cerchi, non sperimenti che la «sezione aurea» (e la «serie di Fibonacci» che vi è strettamente quanto enigmaticamente legata) sembra essere una delle basi su cui è costruito il cosmo.

Dove c'è armonia e rapporto, c'è un pensiero, un progetto. Ancora più difficile, dunque, ipotizzare il «Caso» - seppure con la Maiuscola - dietro una simile proporzione matematica. E ancor più facile, per il credente, vedere qui un'ennesima conferma delle parole della Scrittura. La quale nell'ultimo libro- in senso cronologico - dell'Antico Testamento, quasi prodromo della rivelazione cristiana, constata, lodando la «Sapienza di Dio» che «ama tutte le cose esistenti e nulla disprezza di quanto ha creato»: «Tu hai tutto disposto con misura, calcolo, peso» (Sap 11, 20).
In effetti: è proprio quella scienza che più «misura», più «calcola», più «pesa», che, ben lungi dall'espellere Dio dal mondo, ne svela, ad occhi che sappiano leggere e interpretare, la «Sapienza».


Restiamo al caso particolare - e suggestivo - del nostro 0,618 (o 1,618...), restiamo alla successione Fibonacci. Non so quanti sappiano che da questo enigma, che ha nutrito la riflessione di tanti spirituali e ha guidato tanti artisti, hanno tratto vantaggi persino le assai poco mistiche industrie moderne di abbigliamento già confezionato. Riscoprendo che, nel corpo umano ideale, l'altezza è divisa dalla vita (dall'ombelico, nel caso perfetto) in «proporzione divina», e che gli arti sono in «serie Fibonacci» (ma anche le altre parti del corpo, comprese quelle del viso), quegli industriali hanno potuto stabilire una serie di taglie che - con pochi aggiustamenti - coprano le esigenze di ogni uomo e ogni donna ...


Del resto, il corpo umano (ricordati il celebre disegno di Leonardo, ispirato a ciò che già gli antichi ben sapevano) con braccia e gambe divaricate è contenuto in un pentagono regolare; il cui centro coincide, tra l'altro, con i genitali, cioè con gli organi per mezzo dei quali l'uomo e la donna partecipano del dono divino di dare la vita. Congiungendo i vertici di questo pentagono, si ottiene il «pentagono stellato», la «stella a cinque punte», come la chiamano: sacra già per gli ebrei («pentacolo di Salomone») ma pure per le altre religioni antiche, comprese quelle asiatiche, simboleggia per la massoneria il «Grande Architetto dell'Universo». Ebbene, in questo «pentagono stellato» -come già scoprì la scuola di Pitagora - i punti di intersezione delle diagonali dividono le diagonali stesse in due segmenti che sono tra loro in perfetto rapporto aureo: 1 a 0,618.

È singolare che la natura abbia voluto dare delle specie di saggi viventi di quella figura geometrica: le «stelle di mare», in effetti, non sono che «pentagoni stellati». E così le foglie dell'edera, del pioppo e di altre specie vegetali. Dunque, quasi simboli evidenti, visibili, di quel «numero d'oro» che altrove - in zoologia come in botanica - è rivelato solo dal calcolo.

Per non farla più lunga di quanto sia lecito, ricordiamo solo, di corsa, che il misterioso «rapporto» si riscontra in mammiferi, in pesci, in uccelli, in insetti; che la conchiglia, ad esempio, è una mirabile spirale logaritmica tutta costruita sull'1,618 e sull'1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34... (e via all'infinito) di Fibonacci. È solo perché segue queste proporzioni che la conchiglia di molluschi come il nautilo può crescere mantenendo la stessa forma e assicurando dunque un rifugio sempre adeguato all'essere vivente che vi è dentro.


C'è chi si è spinto a dire (non so se esagerando: in fondo, per la nostra ricerca di «orme» non ci occorre tanto...) che «ovunque la natura crei forme che comportano espansioni o contrazioni, sembra tenere presente come termine di riferimento costante 1'1,618».

Davvero astuto e bravo questo «Caso»!

Già. E bravi anche il «caso e la necessità» che avrebbero fornito ai ragni l'«impulso istintuale» per costruire tele secondo le proporzioni costanti di cui ci occupiamo. Ricordiamo, comunque, che secondo il «numero aureo» crescono tronchi, rami, foglie delle piante. Le scaglie della pigna d'abete, per dire, sono poste a distanze crescenti, il cui rapporto è il consueto o. Per restare alla botanica, un comunissimo e ben poco pregiato fiore di girasole è un mistero geometrico del quale i computer ci stanno rivelando sempre nuove meraviglie. In effetti, le migliaia di semi gialli dentro la corolla sono disposti secondo una spirale logaritmica affine a quella delle conchiglie: dunque, governate dal nostro consueto «numero d'oro».


Ma, adesso, basta. Ancora una volta cerchiamo di non dimenticare che non siamo qui per un trattato, meno che mai sul numerus aureus, o divina proportio o effe greco che dir si voglia ... Ricordarci qualcosa al proposito ci serviva solo per individuare una delle tante possibili «firme» del Dio che ha scelto la penombra, una probabile «sigla» del Creatore che ama la discrezione e, insieme, la bellezza. E per confermare (ma ce n'è davvero bisogno?) che, se nessun ordine può nascere dal caos, meno che mai può nascere basandosi su un simile rapporto armonico, costante, misurabile.


Basta così, dunque. Semmai - per allargare il discorso a un fatto generale - la sola cosa che potremmo aggiungere è una foglia di rosa. Dove - ça va sans dire ... - lunghezza e larghezza si adeguano alla proporzione «d'oro».

Perché aggiungere, fra tanti possibili, proprio l'esempio della rosa? Per il valore simbolico che ha in tante religioni e non solo in quella cristiana? Assieme al loto, è il fiore sacro per eccellenza: vuoi forse dire che, qui, il «marchio» del Creatore doveva essere, in qualche modo, particolarmente evidente?

Non per questo; o, se vuoi, non solo per questo. Motivo principale è un altro: vedevo, tempo fa, uno studio compiuto appunto su alcune decine di migliaia di foglie di rosa di ogni varietà. Ne risultava che il rapporto tra larghezza e lunghezza solo in pochi casi corrispondeva perfettamente alla «magica» cifra. Il valore oscillava tra un minimo di 1,616 e un massimo di 1,621. La proporzione «aurea» era dunque confermata ma, il maggior numero delle volte, con uno scarto, seppure entro limiti ridotti.


E così sembra essere ovunque, in natura: ad esempio, moltissime «cose» hanno un aspetto circolare, ma pare che nessun oggetto naturale sia un cerchio perfetto. La Terra è rotonda, e al contempo non lo è, essendo schiacciata ai Poli... Anche se le imperfezioni sfuggono al nostro sguardo, gli strumenti di misura le rivelano, pur se talvolta sono minime.


È una realtà che i secoli «cristiani» riconobbero, assieme al suo significato profondo. Pensa a quei meravigliosi «libri di pietra» che sono le cattedrali, del cui manto tutta l'Europa si ricoprì in meno di tre secoli. In esse, i costruttori progettarono un microcosmo che fosse specchio del macrocosmo; la chiesa-madre - la sede della «cattedra» del vescovo e il teatro di quel dramma quotidiano che è la rinnovazione del sacrificio di Cristo - vista come immagine totale dell'universo, come icona della creazione. Ebbene: proprio ad esempio del Creatore, architetti e maestri d'opera non solo, lo ricordavamo, misero sculture in luoghi non visibili da tutti, ma introdussero anche, intenzionalmente, qualche imperfezione nella perfezione tecnica, che pur sapevano benissimo raggiungere.


Prendi uno dei vertici della civiltà medievale, il duomo di Ferrara, la «chiesa pitagorica», com'è stata chiamata, proprio perché tutta costruita sul simbolismo dei rapporti matematici. Naturalmente il «numero d'oro», la «proporzione divina» vi è onnipresente, sin dall'ingresso, dal vano del portale maggiore, la cui altezza è di 12,47 «piedi ferraresi» (l'unità di misura locale) e la larghezza di 7,70. Tra le due misure, il rapporto non è di 1,618. E, invece, di 1,619: uno scarto minimo e chiaramente intenzionale.

Come nelle foglie della rosa.
Sì, come nel creato. Come sa ogni turista - per dare un altro esempio tra i molti, sempre restando a Ferrara - la facciata di quella cattedrale è divisa in tre parti eguali, simbolo della Trinità. Ogni parte dovrebbe avere la larghezza di 33,33 «piedi»: altro numero simbolico. «Dovrebbe», dico, perché l'architetto ha introdotto anche qui un leggero scarto: 33,23 «piedi». La casa di Dio è «organismo vivo» anche nella perfezione temperata - come in natura - dall'approssimazione controllata.


Credo che, partendo da constatazioni come questa, si possano azzardare alcune ipotesi ulteriori sul «progetto di lavoro» di un Creatore come quello in cui crediamo. Un Dio che è sì «ingegnere», che è sì «architetto». Ma che non è, non vuoi essere, soltanto questo. Sembra che la libertà che ha salvaguardato per le sue creature voglia riservarsela anche per se stesso. Proprio perché ha fatto le regole del gioco, vuol permettersi di derogarvi, seppure entro certi limiti.


Giusto perché è l'autore e il padrone di quelle regole, non vuole esserne prigioniero. Nel suo software, a differenza degli specialisti umani, si è concesso il lusso di introdurre qualche scostamento, se non imprecisione, pur mai incompatibile con il Progetto globale. E un «ingegnere» ma al contempo un «artista»: la «macchina» dell'universo è mirabile per precisione, ma anche per fantasia.


È come un immenso concerto (dopo la similitudine «elettronica», proviamo quella «musicale»), durante il quale il direttore dell'orchestra si permette qualche variazione, pur rispettando lo spartito prefissato. E tanto più quel direttore si può permettere delle variazioni, se la musica che esegue l'ha scritta egli stesso.


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