La solita storia: un leader sempre fuori tempo

24/04/10 di Marcello Veneziani per 'Il Giornale'

Gianfranco Fini subacqueo
Non ho voglia di infierire su Gianfranco Fini che ha scelto di aprirsi uno studio di libero professionista in pieno centro, alla Camera, offrendo supporto e consulenza agli avversari del governo. Ho un rispetto antico e insopprimibile per i perdenti, anche se faccio più fatica a conservare il medesimo rispetto verso chi ha calpestato le ragioni dei vinti. Fini fu commissario liquidatore dell’Msi, poi della destra e di Alleanza nazionale, infine di se stesso, almeno dentro il centrodestra. Di lui si ricordano più gli affondamenti che le fondazioni, più le bandiere che stracciò che le bandiere innalzate.
Tu ce l’hai con Fini, ripeteva qualcuno fino a ieri; ma era un giudizio politico e umano, il mio, non un fatto personale; frutto di conoscenza ed esperienza. Semmai ho scontato gli effetti personali di quel giudizio. È normale che poi lui si regolasse di conseguenza e cercasse di chiudere gli spazi a chi la pensava diversamente da lui. Dico normale dal suo punto di vista, conoscendo la sua indole. Chi ha ucciso prima la libertà di critica intorno al suo partito, poi dentro il suo partito, infine ha suicidato il partito stesso, dopo avere ucciso il precedente, non ha ora i titoli per invocare contro Berlusconi la libertà di dissenso. Chi giudicava metastasi il dissenso interno ed esterno al suo partito, non può poi lamentarsi di vedere applicato il suo giudizio contro di lui. Chi ha votato e sostenuto una legge elettorale per nominare i parlamentari dall’alto, anziché lasciarlo fare ai cittadini, per soffocare sul nascere il dissenso, ora non può lamentarsi. La carriera politica di Fini nacque all’insegna del parricidio e così continuò, collezionando uccisioni simboliche di coloro a cui doveva gratitudine. Fini non è stato ostracizzato ma storacizzato, subisce quel che lui ha fatto agli Storace di turno, ma anche ai Gasparri, alle Poli, ai Musumeci, ai Bontempo e tanti altri.

Ma provo a mettermi nei panni di Fini medesimo e del suo dissenso. Fini ha sbagliato tempi e modi per venire allo scoperto. Ha sbagliato i tempi perché il suo dissenso è avvenuto troppo tardi o troppo presto. Fini avrebbe dovuto far pesare il suo ruolo di leader della destra quando aveva ancora una destra alle spalle e quando si era formato il primo governo Berlusconi. Aveva allora due possibilità: o restare alla guida del suo partito e tentare di farlo crescere mentre Berlusconi era al governo, o assumere allora la carica di presidente della Camera, al posto di Casini, e ottenere così piena legittimazione politica e insieme presentarsi come autonomo, indipendente da Berlusconi.

All’epoca quando decise di entrare nel governo, senza portafoglio, assumendo il ruolo di vicepremier che Tatarella aveva saputo usare con maestria di regista consumato, io suggerii una cosa all’apparenza stravagante: assuma almeno un ministero all’apparenza marginale ma centrale per l’Italia, rifondi il ministero per la Famiglia e lo carichi di tutto il peso e il significato che poteva dare lui, da leader e numero due dell’alleanza. Promuova leggi e interventi a tutela della famiglia italiana, e cresca lì nel cuore del nostro Paese. Chi parla alla famiglia dalla Casa delle libertà assume un peso formidabile.

Invece per anni Fini restò al fianco di Berlusconi come inerte guardaspalle, lasciò marcire il suo partito, non differenziò le posizioni della destra da quelle di Forza Italia, non bilanciò la posizione della Lega. Preferì la vita sommersa, fu subacqueo anche al governo. Compì solo qualche sciagurata emersione, qualche dannosa ripicca, come la cacciata di Tremonti dal governo, ma non si avvertì la sua presenza al governo, salvo l’appendice in verità un po’ sbiadita agli Esteri, che fu apprezzata forse in Israele ma non in Italia. Intanto visse con crescente fastidio il suo stesso partito, fino a considerarlo una palla al piede per la sua crescita personale.

Ora che Berlusconi governa con un pieno mandato popolare, e ha superato anche la prova delle amministrative, ora che ha tre anni di governo davanti, Fini esce fuori luogo e fuori tempo con questa sparata. A me pare insensato, altro che intelligente, finire a rappresentare neanche il dieci per cento del partito dal trenta che aveva prima. Ma i leaderini di sinistra lo incoraggiano a continuare nel ruolo di spina nel fianco. E ci credo, dal loro punto di vista... Ma i tempi sono sbagliati. O si manifestava allora, non rimarcando il dissenso ma la diversità e l’autonomia, o doveva aver pazienza di aspettare la conclusione del ciclo di governo per svettare al tempo giusto. Allora avrebbe potuto presentarsi come l’erede di Berlusconi.

Ma la verità è un’altra: lui alla guida del governo non ci vuole andare, si lavora troppo e sa di non avere i numeri per farlo. Allora gioca la partita del Quirinale, più adatta a un oratore come lui. E al Quirinale il suo concorrente più tosto è appunto Berlusconi. Da qui la mossa contro di lui e la sua guerra plateale. Ma se permetti, Fini, questa è una partita tua personale, non ci sono contenuti, progetti e idee ma c’è solo la tua carriera, non puoi coinvolgere un mondo e un partito. Che difatti sei pronto a svendere all’avversario pur di salire sul Colle. Ricordo per la storia che sulla battaglia per il Quirinale s’infranse il Caf, l’alleanza tra Andreotti e Craxi.

Oltre i tempi, dicevo, sono sbagliati i modi. In tutti questi anni di dissenso, prima strisciante (dagli embrioni congelati in giù) e poi manifesto, Fini non ha contestato Berlusconi nel nome e per conto dei suoi elettori, ma assumendo posizioni diverse se non contrarie a chi lo aveva votato. I serbatoi da cui aveva preso voti erano due: missini e democristiani. È riuscito a scontentare entrambi. Capisco l’idea di chiudere con il passato ma Fini è riuscito a chiudere anche con il presente; non ha chiuso solo con il neofascismo e nemmeno solo con la destra ma con una larga fetta dell’elettorato cattolico, moderato, antisinistra. Lasciando alla Lega un campo immenso. Così scrivevo quasi in solitudine già nel millennio scorso, ai primi accenni di questa sciagurata strategia (l’Elefantino fu il primo effetto maldestro). Oggi quella strategia è scoppiata e Fini è veramente approdato nella terra di nessuno. O se preferite, nell’isola dei famosi, dove già ci sono Follini, Casini, Rutelli, forse Montezemolo, e non so chi altri. Qui finisce la Ventura.

 
Il sub Gianfranco Fini Gianfranco Fini impegnato in un'immersione

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