DALL'ARCHIVIO - Indro, quel grande ribelle

ANNO 1999 - Massimo Fini

 

Una volta che, molti anni fa, quando era ancora direttore de il Giornale, e Feltri e la «rivoluzione italiana» erano di là da venire, andai a intervistare Montanelli nella sede di via Negri. Finito il lavoro ci mettemmo a chiacchierare del più e del meno.


 Lui lamentava lo squallore che gli era toccato vivere nell'Italia democristiana, con una classe dirigente debole, fiacca, irresoluta, sfuggente e una società confusa e disordinata. «lo sono un anarchico», disse, «e gli anarchici hanno bisogno dell'ordine per potersi ribellare. Sennò che gusto c'è?»


Poi, prendendo improvvisamente dalla scrivania una fotografia incastonata in una piccola cornice d'argento, di quelle dove usualmente si tengono i ritratti della moglie e dei figli o le immaginette della Madonna e del Santo Patrono, me la mostrò e disse: «Con questo ci sarebbe stato gusto, a ribellarsi». Lì per lì non capii, la foto era traslucida e il riflesso mi impediva di vedere bene.


Allora Montanelli me la orientò meglio e vidi comparire due inconfondibili baffoni. L'immagine che Indro Montanelli teneva religiosamente sul tavolo era quella di Stalin. «Con questo ci sarebbe stato gusto!» ripeté Indro, sogghignando.


«Sì», replicai io. «Ma sarebbe durato poco. Perché ti avrebbe messo al muro in men che non si dica» .


 Di Indro Montanelli, che compie oggi novant'anni, si sa tutto. Non credo quindi che si voglia da me una biografia, ma un'interpretazione del personaggio, anche se io non sono probabilmente il più indicato perché a me, a differenza di altri colleghi anche molto più giovani, Montanelli ha sempre messo una tremenda soggezione e non sono mai riuscito a stabilire con lui una vera intimità (ma, forse, una vera intimità con Montanelli, uomo sostanzialmente solitario anche se tutt'altro che scostante, non l' ha mai avuta nessuno, nemmeno le sue donne).


Mi aggrappo perciò agli sparsi aneddoti personali che ho con lui, di cui quello dell' immaginetta di Stalin mi sembra però abbastanza significativo per tratteggiare il Montanelli, diciamo così, politico. B


Bizzarro anarchico, davvero. Ribelle nei momenti d'ordine, ma custode dell'ordine in quelli del disordine. In realtà più che un anarchico Montanelli è un conservatore e questo suo conservatorismo gli deriva da un profondo pessimismo sugli uomini e sulla loro natura. Meglio non muovere troppo le acque perché al peggio non c'è mai fine.


 Checché ne dica, e forse anche ne pensi, il regime democristiano, col suo immobilismo e il suo rinvio millenaristico d'ogni problema, gli calzava a pennello. Inoltre la morbidezza e la tolleranza della Dc, che son l'altra faccia della mancanza di spina dorsale (ognuno ha le virtù dei suoi vizi) gli ha permesso di interpretare per quasi mezzo secolo il prediletto ruolo di «bastian contrario», senza correre troppi rischi nè farne correre al sistema.


 Il  famoso «turatevi il naso» corrisponde effettivamente a un modo profondo di essere di Montanelli e sintetizza l'atteggiamento politico da lui seguito per decenni. Questo conservatorismo e questo pessimismo gli hanno anche impedito di cogliere alcuni fenomeni del secondo Novecento importanti almeno per l'Italia.


Uno è stato il Sessantotto, o per essere più precisi il presessantotto, con le esigenze di rinnovamento del costume che portava con sè.


 Pur non essendo affatto un bacchettone (e basterebbe mettere in fila la sfilza delle donne che ha avuto per confermarlo) sposò in pieno, nella metà degli anni Sessanta quando molte cose bollivano in pentola, il moralismo «retrò e bigotto» del Corriere della Sera e della borghesia milanese. Una volta Indro lo ammise anche con me: «Si è vero, in quegli anni siamo stati troppo rigidi. Non abbiamo capito».


Così avendo fatto trattare a manganellate quegli ingenui e innocui ribelli che erano i «capelloni», i beat, gli hippy che chiamavano ancora i loro genitori, affettuosamente, «matusa», la borghesia si preparò il molto meno innocente Sessantotto e ciò che venne dopo che innocente non era affatto.


Non è superfluo sottolineare che l'Inghilterra, con i Beatles, Mary Quant e la minigonna, cioè un'ampia apertura dei costumi, è l 'unico Paese europeo che non ha avuto il Sessantotto. Gli inglesi fecero baronetti i Beatles e si evitarono molte grane. Montanelli non intuì neppure i profondi rivolgimenti che stavano maturando nella società italiana nei primi anni Novanta. Non capì, anche se non fu il solo, la Lega.


 Non capì, ed è più grave, quella che è stata chiamata la «rivoluzione italiana» del '92-'94. Crollava il vecchio regime, i boiardi cominciavano a prendere la Via delle patrie galere sotto l'incalzare della Magistratura, e Il Giornale, per responsabilità di Federico Orlando ma anche di Montanelli, continuava a guardare alla Dc di Arnaldo Forlani. lo penso anzi che il vero Montanelli sia finito allora, col crollo della Democrazia Cristiana, quando perse il suo punto di riferimento e d'appoggio che lui utilizzava, magistralmente, per le sue polemiche sferzanti e irriverenti ma sempre «interne» al sistema.


 Del resto credo che l'arrivo di un autentico uomo antisistema, almeno potenzialmente, come Umberto Bossi, abbia tolto il terreno sotto i piedi a un ribelle sostanzialmente innocuo come Montanelli (lo stesso discorso vale per l'altro rivoltoso a metà, Marco Pannella).


 Da allora non è stato più lui. Senza i suoi  abituali contraltari si è sentito come smarrito, improvvisamente vecchio.


 Il fallimento della Voce non è casuale. Naturalmente parlo del giornalista politico. il Montanelli scrittore resta, a novant'anni, insuperato e inarrivabile. I suoi «atout», com'è arcinoto, sono la chiarezza e la semplicità, che appartengono solo ai grandi e ai grandissimi.


Perché Montanelli non si nega alcun vocabolo, anche il più difficile, ma lo inserisce in un contesto talmente lineare che anche il più zuccone è in grado di capirlo. Saper scrivere è un dono di natura, che con Indro è stata generosissima, ma bisogna anche dire che Montanelli ha avuto la fortuna di appartenere a quella stagione dei Malaparte, degli Emanuelli, degli Orio Vergani, i quali, proprio a causa del Fascismo che lasciava pochissimo spazio nella cronaca interna, ebbero l'opportunità di sperimentarsi fin da giovanissimi nei grandi reportage dall'estero formando una generazione irripetibile di inviati di altissimo livello.


Le cronache di Montanelli e di Malaparte dai fronti di guerra dovrebbero essere materia d'obbligo nelle scuole italiane. Anche se rispetto a Malaparte,


 intellettuale di respiro europeo, Montanelli appare più provinciale. Eppoi gli manca, di quello, la grande cultura figurativa. Ma questo al vecchio Indro non bisogna dirlo, neanche per scherzo, se non volete essere fulminati dai suoi occhi azzurri.


Fra i due, come ho già ricordato in altra occasione, rimangono antiche ruggini, vecchi e mai sopiti rancori, rivalità da prime donne che nemmeno la morte, e sono ormai quarant'anni, del finto toscano Curzio Suckert ( «la più abile penna del Fascismo» come lo definì Gobetti) ha saputo quietare.


Un primo pomeriggio di un luglio milanese, canicolare e patibolare, di parecchi anni fa, mi aggiravo nei corridoi de Il Giornale alla ricerca del mio amico e collega Massimo Bertarelli cui mi lega, nonostante si sia tutti e due assai imbolsiti, l'antica e comune passione per il gioco. Ma passando davanti alla stanza del Direttore, che aveva la porta aperta, vidi con sorpresa Indro alla scrivania, davanti alla macchina da scrivere vuota, in atteggiamento meditabondo. Mi affacciai: «Che ci fai qui, Direttore, alle due di pomeriggio d'un giorno di estate?».


 «Che vuoi», rispose, «se sto a casa penso alla morte e quindi preferisco venire qui a scrivere». Nondimeno, rispetto agli altri due «grandi vecchi» del giornalismo italiano, Enzo Biagi e Giorgio Bocca, Montanelli  non è un uomo totalmente conchiuso nel mestiere. Con Biagi si può parlare solo di cronaca e di giornalismo, è sordo a qualsiasi altro tema.


Con Bocca, che conosco meglio, si aprono degli spiragli, ma quando ciò avviene e si parla di quelli che i filosofi chiamano «i nuclei tragici dell'esistenza», delle eterne domande, della morte e dell'anima, lui si smarrisce, il suo linguaggio diventa quello di un bambino.


Montanelli è sicuramente più completo, più profondo, più problematico. È indicativo che la sua vita sia stata attraversata da numerose crisi depressive. Che tipo d'uomo sia veramente però io non saprei dirlo, lo conosco troppo poco. C'è chi lo descrive cinico, freddo, chiuso in un egoismo senza aperture e senza slanci. lo posso solo dire che è un uomo di stile, di straordinaria eleganza.


 E non parlo di vestiti. Nel '90, quando stavo per pubblicare per Mondadori Il Conformista, una raccolta dei miei editoriali e delle mie polemiche dei dieci anni precedenti, la casa editrice mi disse che sarebbe stata molto opportuna e qualificante una prefazione di Indro Montanelli, il principe dei polemisti italiani (i meno giovani ricorderanno, forse, le formidabili stoccate che, sotto il nom de plume di Marmidone, inferse negli anni Cinquanta e nei primi Sessanta, dalle colonne dell'Europeo, al Duca di Curlandia, alias il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, allora potentissimo).


 Telefonai a Indro, gli chiesi un appuntamento e, tremebondo, mi presentai da lui con le bozze del libro in mano: «Non è quello che pensi», dissi, «è molto peggio. Non ti chiedo una recensione, desidero una tua prefazione». Lui senza quasi lasciarmi finir di parlare mi tolse subito d'imbarazzo: «Te lo devo», disse, «tu sei nella mia linea».


Non mi doveva assolutamente nulla, non avevo mai fatto niente per lui, nemmeno una piccola recensione e anzi, poiché sono preda del piacere masochista di farmi nemiche le persone che mi dimostrano affetto e stima, soprattutto quelle, non avevo perso occasione, qua e là, per punzecchiarlo, come del resto faccio anche in questo ritratto. «Te lo devo».


 Questo quando amici cari, giovani che magari ti  devono davvero un minimo di riconoscenza, se gli vai a chiedere qualcosa non resistono alla tentazione di tenerti sulla graticola, di assumere un tono condiscendente, di fartela pesare, di tirarla per le lunghe. Due giorni dopo arrivò un fattorino del Giornale con la prefazione di Indro.


Tre cartelle in cui, pur conoscendomi assai poco, mi metteva perfettamente a fuoco. Tre cartelle che mi porto nel cuore e che considero, per ciò che vi è scritto, un attestato di inestimabile valore non solo professionale ma anche morale. E' parecchio che non vedo Indro. Ogni tanto ci sentiamo per telefono (naturalmente sono io a scocciarlo) o gli mando qualche biglietto.


 L'ultima volta che l' ho incontrato è stato tre anni fa, in una colazione a quattro, all'"Assassino" perché la mia fidanzata ci teneva a conoscerlo. Gli era da poco morta la moglie, Colette Rosselli, donna di gran classe in tutto degna del suo compagno.


 Mi disse: «Pensavo che avrei superato meglio la cosa. Colette era una moglie molto ingombrante, ma adesso è restato un grande vuoto».


Manifestò anche qualche perplessità sulla sua collaborazione al Corriere della Sera. Sembrava un uomo che non si aspetta più nulla dalla vita, com'è naturale a 87 anni. Ma Indro è sempre troppo presto per darlo per morto o per disperso.


Ha sette vite, come i gatti, e forse anche qualcuna di più. Mi ricordo quando le Brigate Rosse, in un agguato, lo ferirono gravemente alle gambe in via Manin. Ebbe la forza di aggrapparsi alle sbarre della cancellata che circonda i Giardini e di tirarsi su da solo.


Ed era un uomo di quasi settant'anni. Approfittando del fatto che conosco il Fatebenefratelli come le mie tasche, perché mio padre vi ha sofferto una lunga agonia e la morte, riuscii a penetrare nell'ospedale divenuto offlimits e lo raggiunsi proprio mentre lo stavano portando, in barella, in sala operatoria. Era presente a se stesso, lucidissimo, solo un poco scarmigliato nei pochi capelli che gli rimangono. Mi tese la mano, me la strinse e mi ringraziò d'esser lì.


 Qualche anno prima, agli inizi del 1974, mi trovavo nella sua casa romana sulla splendida terrazza che dà su Piazza Navona. C'era anche Colette che, ad un certo punto, fece una battuta agrodolce, da vecchia coniuge un po' complice e un po' risentita: «Lo sappiamo che a te le donne piacciono solo in posizione orizzontale». Lui non reagì. Sembrava spento.


Era amareggiato per il modo ignobile con cui era stato trattato dal Corriere della Sera, dove aveva lavorato per 35 anni. Tutta una vita, si sarebbe detto. Affondato in una sdraio aveva l'aria di un uomo stanco, sfiduciato, che covava sterili rancori. Uscii da quella casa con l'impressione che Montanelli fosse finito, che avrebbe concluso la sua esistenza in un notabilato senza gloria.


Pochi mesi dopo invece riemerse, come l'Araba Fenice, con il Giornale, la più straordinaria avventura editoriale, con la Repubblica, del dopoguerra nel campo dei quotidiani. E non è quindi escluso che, a novant'anni suonati, Indro Montanelli ci riservi ancora qualche sorpresa. Questo, almeno, è quanto gli auguriamo di tutto cuore.


Cerca nel sito

ContanteLibero.it

I più letti


Le perle


Appello

Per cambiare la politica

Eventi del Circolo

Il calendario

Sezione Video

Eventi del circolo

Premio La Torre

1996/2011

Selezione Libri

Recensioni

Links

Collegamenti utili


Partners

Realizzato da Telnext