Intervista con Ólafur Ragnar Grímsson

19/3/2013 effedieffe.com

 

 Eletto per 5 volte a capo del laboratorio Islanda


 
Björk non è l'unica star islandese in tournée in Francia, questa settimana. Lo è anche Ólafur Ragnar Grímsson, 69 anni, presidente dell'Islanda, in visita ufficiale a celebrazione dei successi islandesi contro la crisi e del ruolo da lui giocato in questa ripresa sensazionale grazie alle decisione, in due mandate, di consultare il popolo con il referendum.

Recentemente ha avuto un incontro di 35 minuti con François Hollande; si dice che 3 siano stati i temi:
 

«La ripresa economica in Islanda e quali insegnamenti trarne; la cooperazione economica nell'Artico e l'esperienza islandese in materia di geotermia (che garantisce il 90% del riscaldamento degli abitanti) ed i suoi possibili sviluppi in Francia».

Il presidente islandese, al suo quinto mandato, vive un piccolo miracolo: a 4 anni dall'esplosione delle banche islandesi, il suo Paese è ripartito più forte della maggior parte degli altri in Europa ed ha appena vinto una battaglia con la giustizia europea. Infatti lo Stato islandese, secondo la Associazione europea per il libero scambio, era nel suo diritto quando si è rifiutato di rimborsare gli investitori stranieri che avevano messo i propri risparmi su conti esteri di banche private.

Rue89: Con François Hollande avete parlato delle lezioni da trarre dalla ripresa islandese. Quali sono?
 
Ólafur Ragnar Grímsson
: Se fate un paragone con quanto accaduto nel resto dell'Europa, l'esperienza islandese ha avuto successo e si è realizzata grazie a due differenze fondamentali. La prima, non abbiamo seguito le politiche ortodosse imposte in Europa e nel mondo occidentale negli ultimi 30 anni. Abbiamo lasciato che le banche fallissero, non le abbiamo rifinanziate, le abbiamo trattate come una qualsiasi altra impresa. Non abbiamo introdotto controlli sui cambi ed abbiamo cercato di proteggere lo stato previdenziale rifiutandoci di applicare brutali misure d'austerità.

La seconda grande differenza: ci siamo resi conto subito che questa crisi non era solamente economico-finanziaria ma era anche una profonda crisi politica, democratica e giudiziaria. Ci siamo quindi impegnati in riforme politiche, riforme democratiche, ed anche riforme giudiziarie [un procuratore speciale, dotato di una squadra, è stato incaricato di indagare sulle responsabilità della crisi, ndr]. Ciò ha permesso alla nazione di affrontare le difficoltà in modo più ampio e globale che non la semplice messa in opera delle politiche finanziarie o di bilancio.

L'Islanda ha 320.000 abitanti. Tali politiche sono esportabili in nazioni più grandi, tipo la Francia?

Prima di tutto, io mi astengo dal dare raccomandazioni concrete ad altre nazioni in quanto ne ho sentite così tante e sbagliate date al mio! Quello che posso fare è descrivere semplicemente quello che l'Islanda ha fatto, ed ognuno può trarne le indicazioni che crede. Rimanga chiaro che molte delle scelte che abbiamo fatto noi possono essere fatte in un altro Paese, per esempio nei confronti di misure di austerità troppo strette.
 
[L'austerità «giusta». Il governo ha proceduto a dei tagli di bilancio ma salvaguardando la sanità, l'educazione e l'assistenza sociale. Il Paese si è dotato di un'imposta progressiva sulle entrate - in precedenza esisteva un'aliquota unica -  e di un'imposta sui capitali. Ha quindi raddoppiato l'imposta sulle plusvalenze. Fra il 2007 ed il 2011, le imposte pagate dal 10% più ricco sono passate dal 17% al 31% delle entrate].

Voi avete quindi messo in opera un'austerità forte...

Certo. Ma uno dei dogmi delle cosiddette politiche ortodosse è quello di tagliare le spese sociali e noi non lo abbiamo fatto; all'opposto abbiamo protetto i redditi più bassi. Questo approccio ampio alla crisi - politica e giudiziaria - può essere praticato anche in altri paesi oltre all'Islanda. Quello che è impossibile realizzare in Francia, come in altre nazioni, è evidentemente la svalutazione monetaria.

L'Islanda poteva salvare le banche? Sarebbe possibile lasciar fallire le grandi banche europee?

Le nostre banche erano importanti, avevano un valore di 10 volte la nostra economia. Io non dico che la dimensione non conti, ma se la mettiamo in termini di dimensioni, allora chiedetevi: il Portogallo è una nazione grande o piccola?  La Grecia è una nazione grande o piccola? Se si possa far fallire o meno le banche è una questione ancora aperta, ma è una questione di scelta, niente di più. Quelle banche erano private: per quale motivo delle imprese del settore  bancario dovrebbero essere trattate in modo differente da altre aziende private di differenti settori tipo tecnologico, comunicazioni, internet, o compagnie aeree? Anche queste aziende sono indispensabili per la nostra società, eppure le lasciamo fallire. Anche le compagnie aeree. Perché mai le banche devono essere trattate come dei luoghi santi?
 
La risposta classica è che il loro fallimento ne può innescare degli altri  e mettere in ginocchio il sistema finanziario: il cosiddetto rischio sistemico.


Sì, questa è l'argomentazione più usata; ma osserviamo cosa è successo in Islanda con la vicenda Icesave. Il governo britannico e quello dei Paesi Bassi e l'Unione Europea pretendevano che i debiti di una banca privata fossero rimborsati dai contribuenti islandesi e non dal liquidatore. Mi sono trovato davanti ad una scelta: sottoporre la cosa a referendum o meno. Un esercito di esperti e di autorità finanziarie mi spiegavano che se avessi dato alla gente la possibilità di esprimersi, avrei isolato finanziariamente l'Islanda per dei decenni. Una catastrofe senza fine, a sentir loro... Ero davanti ad una scelta fondamentale: da una parte gli interessi della finanza, dall'altra il volere democratico di un popolo. Mi sono detto: la componente più importante della nostra società - e l'ho detto anche ai nostri amici Europei - non è costituita dai mercati finanziari ma è data dalla democrazia, dai diritti umani, lo Stato di diritto. 
 
Quando abbiamo difronte una grave crisi, come quella islandese o quella europea, perché non ci lasciamo guidare - per uscirne - dall'elemento più importante della nostra società? Ed è quello che ho fatto. Dunque abbiamo indetto 2 referendum. Nel primo trimestre dopo il referendum, l'economia è ripartita e la ripresa continua. Ora abbiamo un tasso di crescita annuale del 3%, uno dei più alti in Europa ed un tasso di disoccupazione del 5%, uno dei più bassi. Tutti gli scenari che ci avevano descritto gli esperti, sono risultati fasulli. Il mese successivo c'è stato l'epilogo: l'AELE ci ha dato ragione; non solo la nostra decisione era giusta e democratica, ma anche fondata giuridicamente. I miei amici europei devono riflettere su tutto ciò con la mente aperta: come mai erano in errore a livello politico, economico e giuridico? Porsi questa domanda è molto più importante per loro che non per noi perché loro continuano a lottare contro la crisi proprio applicando alcuni di quei principi e degli argomenti che hanno usato - sbagliandosi - contro di noi.

Dunque, l'Islanda può rendere un servigio: quello di essere una sorta di laboratorio che aiuta i Paesi a rivedere le cosiddette politiche ortodosse che stanno continuando a seguire. Di certo io non dirò a Francia, Grecia, Spagna, Portogallo od Italia: fate questo, fate quello; ma la lezione dataci da questa esperienza degli ultimi 4 anni in Islanda è che gli scenari allarmisti, descritti come delle certezze assolute, erano fasulli.

L'Islanda è diventata l'esempio, la fonte di speranza per una parte dell'opinione pubblica, soprattutto della sinistra anticapitalista. La cosa vi fa piacere?

Leggere la nostra esperienza attraverso una chiave politica di questo vecchio tipo sarebbe un errore. In Islanda i partiti di destra e di sinistra sono stati unanimi. Sono stati unanimi nella necessità di proteggere il sistema sociale. Nessuno, né a destra né a sinistra, ha difeso quelle che voi chiamereste delle politiche di destra.

È la via nordica...

Sì, è la via nordica. E se osservate cosa si è verificato nei Paesi nordici negli ultimi 25 anni, hanno tutti conosciuto delle crisi bancarie: Norvegia, Finlandia, Svezia, Danimarca ed infine Islanda. La cosa interessante è che tutte le nostre nazioni si sono riprese in un tempo relativamente breve.

Vi rimproverate di aver incoraggiato la crescita della banca negli anni 2000? Ai tempi, paragonavate l'Islanda ad una nuova Venezia o Firenze...

Fra l'ultimo decennio del XX° secolo ed il primo del XXI°, in Islanda si sono sviluppate imprese farmaceutiche, di ingegneria, di tecnologia, e bancarie ed hanno permesso ai giovani islandesi di conseguire studi che, per la prima volta nella nostra storia, hanno dato loro la possibilità di lavorare su scala globale senza dover abbandonare il loro Paese. 
 
Anche le banche facevano parte di questa evoluzione e funzionavano bene. Nel 2006 e nel 2007, ci sono state le prime critiche ed io mi sono chiesto cosa dicessero a riguardo le agenzie di rating. Ne parlavano solo bene e le banche europee ed americane facevano affari con le nostre banche e desideravano farne sempre di più. Le agenzie di rating, le grandi banche, e tutti in generale, avevano torto. Ed io con loro. È stata un'esperienza costosa, che il nostro Paese ha pagato pesantemente: abbiamo conosciuto una grave crisi, abbiamo avuto sommosse. Ce ne ricorderemo a lungo. Oggi i Paesi europei continuano a dare retta alle agenzie di rating, vorrei chiedere: se si sono così tanto sulle banche islandesi, perché dovrebbero avere ragione oggi sulle altre?

Ma le sommosse, non fanno parte necessariamente dell'approccio politico alla crisi?

No certo. L'Islanda è una delle democrazie più stabili e sicure al mondo e con una coesione sociale solida. Dopo il fallimento finanziario, la polizia ha dovuto difendere giorno e notte il Parlamento, la Banca Centrale ed il Primo Ministro. Se una crisi finanziaria può, in un arco di tempo così breve, far precipitare una simile nazione in una crisi politica, sociale e democratica così profonda, quali potrebbero esserne le conseguenze in nazioni che hanno delle esperienze di stabilità democratica più limitate? Quello che posso dirvi è che nelle prime settimane del 2009, quando mi svegliavo la mattina la mia prima  preoccupazione non era quella di sapere se avremmo trovato la strada per la crescita, ma se avrei assistito o meno all'affossamento della nostra comunità politica. Una comunità stabile, solida e democratica.

Ma noi abbiamo avuto la fortuna di poter rispondere a tutte le domande dei manifestanti: il governo è caduto, sono state indette le elezioni, sono state esonerate le direzioni della Banca Centrale e l'organo di sorveglianza delle banche ed abbiamo costituito una commissione speciale d'inchiesta sulle responsabilità.

C'è un'idea, diffusa nelle società occidentali, secondo la quale i mercati finanziari devono rappresentare la parte dominante dell'economia e devono essere autorizzati a crescere senza alcun controllo con l'unico dovere di crescere e fare profitti. Bene, questa idea è assolutamente pericolosa. L'Islanda lo ha dimostrato: quando un sistema del genere ha un problema, determina delle conseguenze gravissime sia politiche che sociali e democratiche.

Il vostro approccio politico comprende una nuova Costituzione, elaborata da un'assemblea di cittadini eletti. Sembra che il Parlamento non abbia intenzione di votarla prima delle elezioni del 17 aprile. Pensate che resterà lettera morta?

La costituzione 2.0: un'assemblea di 25 cittadini eletti ha redatto un testo basandosi sulle indicazioni degli internauti. Un referendum ha approvato il loro lavoro. Ma perché una revisione costituzionale sia adottata, deve essere votata sia prima che dopo un'elezione legislativa. La Costituzione attuale ha avuto un ruolo preciso nella crisi: quello di far tenere delle elezioni ed organizzare dei referendum... Ma questo non vuol dire che sia perfetta, essa può essere migliorata. La crisi ha fatto emergere il bisogno di rinnovare il nostro sistema politico. Si è dunque messo in moto un meccanismo di riforma istituzionale molto innovativo : è stata eletta un'assemblea di cittadini, i cittadini sono stati consultati via internet... ma, secondo me, non hanno avuto abbastanza tempo, c'erano solo 4 mesi e solo dei superuomini avrebbero potuto mettere a punto un testo perfetto in soli 4 mesi. In questi ultimi 6 mesi, c'è stato un dibattito parlamentare... il Parlamento forse adotterà alcune misure, forse ci si accorderà su un modo di procedere, oppure adotteremo una riforma più completa. Nessuno lo sa.

La svalutazione ha aiutato la ripresa islandese. L'idea di rientrare nell'euro è scartata per sempre?

La corona è stata una parte del problema che ha portato alla crisi finanziaria, ma è stata anche parte della soluzione: la svalutazione ha reso più competitivi i settori dell'esportazione (pesca, energia, tecnologie, ecc.) e naturalmente anche il turismo.

C'è una cosa della quale non si è ancora preso bene coscienza nei paesi dell'Europa continentale : i Paesi del nord dell'Europa - Groenlandia, Islanda, Gran Bretagna, Norvegia, Danimarca e Svezia, a parte la Finlandia - NON hanno adottato l'euro. Nessuna di quelle nazioni è entrata nell'euro. Se si considerano gli anni successivi alla crisi del 2008, questi Paesi a livello economico si sono comportati meglio dei paesi della zona euro, con una sola eccezione: la Germania.

È quindi piuttosto difficile sostenere che l'adesione all'euro sia una condizione indispensabile per il successo economico. Da parte mia, non vedo nessuna nuova ragione che possa giustificare l'adesione finlandese alla zona euro.

Banche addio... oppure i giovani islandesi con studi superiori desiderano sempre un impiego?

Le banche, che siano in Islanda od all'estero, sono divenute delle imprese con molta tecnologia che danno lavoro a molti ingegneri, informatici e matematici. Attraggono talenti da settori innovativi quali le alte tecnologie o le tecnologie dell'informazione.  Dopo il crollo delle banche, questi talenti si sono ritrovati sul mercato del lavoro ma nei 6 mesi successivi avevano trovato tutti lavoro e le aziende tecnologiche o di progettazione hanno avuto un rapido sviluppo negli ultimi 3 anni. Sono state create centinaia di nuove aziende ed io sono entusiasta di constatare con quanta creatività le giovani generazioni hanno risposto alla crisi.

Morale della favola: se volete che la vostra economia sia competitiva nel settore delle tecnologie innovative, avere un grosso sistema bancario, seppur efficiente, è una cattiva notizia.

Traduzione per EFFEDIEFFE.com a cura di Massimo Frulla, revisione di Lorenzo de Vita


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