CITAZIONE DA 'SUDDITI' DI MASSIMO FINI

 

La democrazia liberale (...) accetta il rischio che la classe dirigente possa essere mediocre, in nome di un valore che, dice, le sta a cuore molto di più: la libertà. Quello democratico non può e non deve essere un potere carismatico per la semplice ragione che il potere carismatico, in quanto basato sulla forza e inegalitario, ne è l'esatto opposto, secondo la classica distinzione che ci ha consegnato Max Weber:


 

«Il puro carisma non conosce nessun'altra legittimità che quella derivante dalla propria forza ripetutamente confermata».


E aggiunge che i capi carismatici sono «portatori di uno specifico dono del corpo e dello spirito... concepito come soprannaturale (nel senso di non essere accessibile a tutti)». In democrazia invece il potere è, in linea di principio, accessibile a tutti. Si sceglie a maggioranza, che è lo strumento tecnico cardine di ogni sistema elettorale democratico. E la maggioranza sceglie al proprio interno dei consimili che la rappresentino e quindi inevitabilmente dei mediocri perché la maggioranza, per «la contraddition che nol consente», non può essere un'élite. Una circostanza che già angustiava Alexis de Tocqueville che ne La democrazia in America scrive: «Al mio arrivo negli Stati Uniti fui molto sorpreso fino a qual punto il merito... fosse scarso nei governanti...


Quando voi entrate nell'aula dei rappresentanti a Washington restate colpiti dall'aspetto volgare di questa grande assemblea. Invano voi cercate un uomo celebre, quasi tutti i suoi membri sono oscuri personaggi il cui nome non vi dice nulla».


Noi, a quasi due secoli di distanza, siamo meno sorpresi di Tocqueville: la mediocrità dei governanti è il prezzo che la democrazia paga, coerentemente a se stessa. Riferendosi alla democrazia in un'epoca di dittature Bertolt Brecht esclamava «beato il Paese che non ha bisogno né di santi né di eroi» e Borges, pensando alla Svizzera, dove aveva vissuto a lungo, a Ginevra, la città di Rousseau, afferma che è veramente democratico il Paese dove «no se sabe come se llama el Presedente». La democrazia diffida delle personalità eccezionali e tanto più ne diffida dopo che, nella prima metà del Novecento, si è visto che cosa sono capaci di combinare. E se in frangenti di particolare pericolo è costretta a ricorrervi si comporta come la Roma repubblicana che nominava un dictator a tempo di cui si sbarazzava quando non era più necessario, come fecero gli inglesi con Winston Churchill scaricato dopo che aveva vinto la guerra.


La democrazia preferisce le "aule sorde e grigie", come Mussolini definì il Parlamento italiano, ai fuochi di artificio rutilanti perché si sa che sono divertimenti pericolosi. Si preferiscono uomini modesti agli individui "eccezionalmente dotati" di cui parla Weber perché costoro, anche se arrivano al potere utilizzando il metodo democratico, aiutati magari da qualche legnata, tendono inesorabilmente a metterselo sotto i piedi e a distruggerlo, come fecero Hitler e Mussolini.


La democrazia - i liberali ce lo dicono sempre, anzi ci rintronano, ed è quindi nostro dovere prenderli sul serio - è un esercizio faticoso e oscuro. La democrazia, diciamolo pure, diffida, a buon diritto, dell'intelligenza. E quindi ha costruito un meccanismo, le elezioni basate sul principio della maggioranza, che necessariamente e coerentemente premia i mediocri. A scanso del pericolo e delle dittature, il cui ricordo, nel nostro mondo, è recente e ancora bruciante. Ed è proprio dal costante raffronto, esplicito e implicito, con le dittature che la democrazia liberale trae oggi il suo maggior motivo di credibilità presso le opinioni pubbliche occidentali, come se si trattasse di un "aut aut" e non fossero mai esistiti, non esistano, non possano esistere e non siano nemmeno immaginabili sistemi diversi dall'una e dalle altre.


Non attacchiamo la democrazia liberale nemmeno sulla linea, prettamente marxista, che le addebita di non aver eliminato le disuguaglianze economiche e sociali, ma di averle anzi accentuate.


Negli Stati Uniti, Paese modello della democrazia, un quinto delle famiglie americane si accaparra il 45,8% del reddito nazionale, mentre l'ultimo quinto ha solo il 3,2% (cioè il primo quinto ha un reddito 14,3 volte superiore).


E salendo ancora verso il vertice della piramide si vede che 1'1% delle famiglie ha il 6,8% del reddito nazionale, cioè più del doppio di quello che ha, tutto insieme, il 20% delle famiglie americane più povere. Il rapporto è di quaranta a uno.


E si tratta di stime piuttosto vecchiotte, da correggere sicuramente al rialzo perché è documentato che nei Paesi industrializzati la forbice fra ricchi e poveri non fa che aumentare. Tendenza confermata anche dai più recenti dati italiani: nel 1980 il 10% delle famiglie più povere aveva il 2,4% del reddito nazionale, oggi la percentuale, già così infima da apparire difficilmente comprimibile, è scesa al 2,1%. Inoltre, ripetto al 1980, questo già miserrimo 2,1% va ulteriormente tarato perché in tutti i Paesi industrializzati la globalizzazione, vale a dire la micidiale competizione economica mondiale, ha indebolito il welfare per i ceti medi, medio-bassi e poveri.


In ogni caso all'interno del mondo occidentale, le disuguaglianze economiche, sia in termini di reddito che patrimoniali, sono enormemente superiori rispetto al passato preindustriale e predemocratico. Perché se è vero che Bill Gates, Soros e i loro pari sono molto più ricchi di qualsiasi nobile dell'ancien régime (anche perché la ricchezza basata sulla terra ha dei limiti fisici, quella finanziaria no) è pure vero che i poveri non sono mai stati così poveri rispetto a un tempo in cui, tranne una percentuale quasi irrisoria di mendichi (l'1%), ognuno, per quanto fosse situato sui gradini più bassi della scala sociale, possedeva comunque una casa, un po' di terra, del bestiame e poteva contare su una fittissima rete di servitù comuni.


 La liberaldemocrazia, combinata col sistema industriale cui è strettamente legata, ha ingigantito le differenze economiche oltre ad averle rese psicologicamente intollerabili in un mondo di teoricamente uguali. È avvenuto esattamente il contrario di ciò che comunemente crediamo - o che ci vien fatto credere - e sono le statistiche, nude e crude, a dimostrarlo.


Ma rispetto al passato preindustriale sono aumentate anche le disuguaglianze di status. Il che pare davvero incredibile visto che la società dell'ancien régime, predemocratica, era divisa in caste, fissate giuridicamente. Eppure oggi gli stili di vita della pop star, dell'attore di cinema, dell'anchorman, del campione di calcio, del grande imprenditore, del grande finanziere, del leader politico, persino della valletta di successo e insomma di quello che si chiama lo star-system, sono molto più lontani dal cittadino comune di quanto non lo fossero quelli del feudatario rispetto al suo contadino.


Ma benché Alexis de Tocqueville, uno dei padri nobili della liberaldemocrazia, sicuramente il più acuto, inizi il suo libro più noto, La democrazia in America, scritto dopo un soggiorno di due anni (1831-1832) negli Stati Uniti, con queste esatte parole: «Tra le cose nuove che attirarono la mia attenzione durante il mio soggiorno negli Stati Uniti una soprattutto mi colpì assai profondamente: l'eguaglianza delle condizioni», la democrazia liberale, a differenza di quella "popolare", cioè marxista, non ha mai avuto fra i suoi obbiettivi l'uguaglianza sostanziale, economica e sociale, dei cittadini. Anzi è la più convinta avversaria di questo tipo di uguaglianza, poiché si basa sull'individualismo, eletto dai suoi maggiori teorici, da Locke a Stuart Mill, a valore supremo.


 Nella democrazia liberale ogni individuo ha diritto di rincorrere liberamente il proprio successo personale, economico e sociale. In più il liberalismo ritiene la democrazia sostanziale, oltre che impossibile, perché, come diceva Aristotele, «la verità è che gli uomini non sono uguali» (caso mai sono pari, che è tutt'altra cosa), controproducente dal punto di vista economico. La proprietà privata, affermava Locke, che fu forse il primo a porre la questione in questi termini, è più efficiente e produttiva di quella comune o, meglio, comunitaria che esisteva nel Medioevo.

La democrazia liberale si accontenta quindi dell'uguaglianza formale, cioè dell'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Non la si può perciò accusare di incoerenza se non ha raggiunto un obbiettivo, l'uguaglianza sostanziale, che non è mai stato il suo.


Né noi siamo fra coloro che ritengono che le democrazie siano inefficienti e imbelli. È proprio sul piano dell'efficienza che le democrazie hanno battuto il sistema sovietico. E non sono imbelli perché al momento opportuno hanno sconfitto il nazismo tedesco, una delle più potenti macchine da guerra che siano mai apparse sulla faccia della terra. Sono così poco imbelli che oggi dominano il mondo e le scarpe chiodate dei loro soldati calcano ogni sorta di suolo.


Infine noi non attacchiamo la democrazia sulla linea che partendo da De Maistre si arrampica, attraverso Nietzsche, fino a Carl Schmitt, Leo Strauss, Alasdair McIntyre, Roberto Mangabeira Unger e agli infiniti altri che fanno carico alla liberaldemocrazia della straordinaria decadenza, soprattutto morale, della società moderna.


Non è la decadenza, morale o meno, che ci interessa qui. Ma la coerenza. Noi crediamo che tutti i sistemi siano più o meno buoni, o che comunque abbiano la possibilità di reggere, a seconda che rispettino le premesse e i postulati su cui poggiano o affermano di farlo. Se questa coerenza non c'è, o viene meno, il sistema, prima o poi, crolla. Non perché perda la legittimità - che nessun sistema politico e nessun potere ha - ma la credenza nella sua legittimità da parte di coloro che vi sono sottoposti. Il feudalesimo ha funzionato discretamente per parecchi secoli, in Europa.


 I patti erano chiari. I contadini e gli artigiani lavoravano e mantenevano la comunità, i signori, in cambio, avevano però due obblighi precisi: dovevano difendere il territorio («esporre i loro corpi e cavalcature in guerra» come si esprimono significativamente, verso la fine del Trecento, due scudieri di Varennes-en-Argonne rispondendo a qualcuno che gli chiedeva ragione dei privilegi dei nobili) e amministrare la giustizia nei loro feudi. Quando delegano ad altri il mestiere delle armi, lasciano, di fatto, i loro castelli e si trasferiscono a Versailles a fare, imparruccati, imbellettati e merlettati, i bellimbusti, la borghesia li caccerà, giustamente, a pedate nel sedere.


Temo che la democrazia sia su questa strada. Che, anzi, ci sia sempre stata. Perché man mano che si svolge il filo della Storia - e son già due secoli che balliamo questa musica - diventa sempre più evidente che la democrazia rappresentativa non solo non rispetta i suoi presupposti e i suoi roboanti principi, ma non è assolutamente in grado di farlo né mai lo farà.


Certo, è ovvio che il modello reale non può mai corrispondere a quello ideale, come si affanna a ripetere ossessivamente, quasi a segnalare ingenuamente una cattiva coscienza, Giovanni Sartori per tutto il suo "Democrazia e definizioni". Ma ci sono dei limiti alla discrepanza fra ideale e reale.


Anche il "socialismo reale" non poteva corrispondere a quello ideale. Ma se si parte dall'idea di liberare l'uomo e invece lo si rende schiavo non vuol dire semplicemente che sulla strada dell'ideale si è messa di mezzo la realtà con tutta la sua forza di attrito e la sua opacità, vuol dire che si è realizzata una cosa opposta a quella che si diceva di voler fare. Lo stesso vale per la democrazia. La democrazia rappresentativa, liberale, borghese, insomma la "democrazia reale" come la conosciamo e la viviamo, e che è attualmente egemone, non è la democrazia. È una finzione. Una parodia. Un imbroglio. Una frode. Una truffa. Noi la definiamo in modo brutale, e in una prima approssimazione che pecca per difetto (perché, come vedremo, la realtà è persino peggiore): «un modo per metterlo nel culo alla gente col suo consenso».


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