Beppe bluff? Fatelo premier per scoprirlo

Vittorio Feltri - Sab, 02/03/2013 - Il giornaLE

 

Non si può fingere di ignorare che il comico riciclatosi in leader politico (sia pure anomalo) è il capo del primo partito italiano, e ha quindi il diritto di far sentire la propria voce e di cimentarsi quale timoniere


Beppe Grillo si è sbilanciato alla propria maniera, con uno stile che si può definire - gentilmente - poco elegante. Dopo avere dato del «morto che cammina» a Pier Luigi Bersani, che lo invitava a collaborare per costituire un governo del Pd, si è offerto quale presidente del Consiglio dei ministri: «Datemi la fiducia e guiderò il Paese con il mio esercito di neoeletti nella lista Movimento 5 stelle».


La proposta provocatoria non è stata presa molto sul serio, anche se ha suscitato un certo divertito interesse.


Personalmente, invece, la considero un'opportunità da cogliere al volo. D'altronde non si può fingere di ignorare che il comico riciclatosi in leader politico (sia pure anomalo) è il capo del primo partito italiano, e ha quindi il diritto di far sentire la propria voce e di cimentarsi quale timoniere. Non possiede un numero sufficiente di parlamentari per formare una maggioranza e arrangiarsi in proprio; avrebbe quindi bisogno di essere sostenuto da altre forze: Pdl, Pd e centro montiano. Lo stesso problema che affligge i democratici e i berlusconiani: irrisolvibile se non ricorrendo a una coalizione fra avversari.


Che fare? Tornare alle urne? Nessuno lo desidera, specialmente con il Porcellum che si è rivelato una catastrofe. Mi pare dunque che ci si debba rassegnare a un compromesso. Un'alleanza tra Bersani e Berlusconi non è gradita a sinistra e neppure, immagino, alla base del centrodestra. Quand'anche i due leader superassero i contrasti che li dividono, e decidessero di associarsi turandosi il naso e sfidando l'ira dei propri elettori, correrebbero un grave rischio: fornire a Grillo argomenti a iosa per attaccarli o, peggio, deriderli. E alle prossime consultazioni - prevedibilmente entro l'anno - l'istrione ligure avrebbe buon gioco a incrementare in misura spaventosa il proprio patrimonio di consensi.


Valutando i pro e i contro, si giunge alla conclusione che il minore dei mali sia appunto consegnare il Palazzo nelle mani dei grillini, assicurando loro, per un periodo di tempo (alcuni mesi), la fiducia. Un azzardo? Sì, naturalmente. Ma indispensabile per uscire dall'angolo in cui la politica si è cacciata con la spinta dei cittadini, i suffragi dei quali sono stati determinanti. Si dà il caso che non sia onesto liquidare Grillo come un parvenu indegno di rappresentare il popolo che lo ha scelto. In democrazia contano i voti e non i pregiudizi.


Per sapere se il M5S è all'altezza di rispondere alle aspettative dei suoi aficionados c'è un solo modo: metterlo alla prova. Se sarà capace di realizzare i programmi sulla scorta dei quali ha ottenuto largo seguito, bene, saremo tutti contenti, e converrà consentirgli di rimanere al comando l'intera legislatura. Se, viceversa, il Movimento mostrasse la corda e creasse agli italiani più guai di quanti già non ne abbiamo, i partiti avrebbero facoltà di sfiduciare il governo, in qualsiasi momento, invocando una nuova consultazione.


È ovvio: se Grillo fallisse nel ruolo di premier, perderebbe di colpo ogni credibilità e il suo consenso passerebbe dall'attuale 25 per cento allo 0,4, esattamente com'è accaduto a Gianfranco Fini. Il quale - il lettore ricorderà - fu promosso eroe della patria quando s'impegnò a demolire la maggioranza del Cavaliere; poi, però, a missione compiuta, è stato addirittura buttato fuori da Montecitorio. La gratitudine non è una categoria della politica.


La casta usa mezzi e persone per i propri comodi, ma è la gente a castigare e premiare togliendo o dando il voto secondo umori e opinioni. Ecco perché è importante che Grillo sia posto nelle condizioni di sperimentarsi. Le sue idee sono buone?


Soprattutto, egli è apparecchiato per trasformarle in realtà? Salga al vertice dell'esecutivo, si rimbocchi le maniche e si dia da fare, convincendoci che sotto il fumo c'è anche l'arrosto.


Altrimenti, pace amen. Saranno i suoi stessi «tifosi» a buttarlo giù dal piedistallo su cui lo hanno appena issato.


Le urne non mentono.


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