Quel mio primo incontro con Ratzinger

Vittorio Messori 24 Febbraio 2013

 

Mi chiedono, i colleghi, di raccontare almeno gli inizi di un incontro, che dura da più di 25 anni, con quell'uomo la cui rinuncia al ministero ha commosso un miliardo di cattolici e messo a rumore il mondo intero.


E mi raccomandano di non esitare a seguire "una linea personale". Lo faccio volentieri, ma anche con un poco di malinconia: in effetti, con la fine imprevista del pontificato di Benedetto XVI termina anche (per quel poco che vale) la parte centrale, la più impegnata del mio percorso professionale.


Sento un po' di disagio nel lasciarmi andare all'autobiografismo, ma   non aderisco così solo al desiderio del giornale: a scusarmi c'è pure il fatto che questa piccola storia si intreccia anche con  le vicende del Gruppo che edita questo settimanale.


Capitò infatti che, alla fine dell'ormai lontano 1978 lasciassi sia una città che un quotidiano che amavo (Torino e La Stampa), accettando l'invito dell'indimenticabile   don Zilli di creare il mensile religioso di Famiglia Cristiana, dandogli il nome più impegnativo.


 Nientemeno che Jesus: alla latina, sia chiaro, non all'inglese come, con mio disappunto, ho poi sentito tante volte pronunciare!... La convocazione a Milano era dovuta al singolare, imprevisto successo del mio primo libro, Ipotesi su Gesù che  aveva segnalato all'attenzione quello che ero sino ad allora e che non mi dispiaceva affatto: cioè, un semplice, tranquillo redattore dell'inserto culturale del quotidiano di Casa Agnelli.


La redazione iniziale del nuovo mensile paolino era davvero ridotta all'estremo: un direttore, don Antonio Tarzia (ritornato poi alla guida del periodico, dopo altre esperienze editoriali), il sottoscritto e una giovane e brava  segretaria, Maura Ferrari. Con don Totò, come noi  amici lo abbiamo sempre chiamato, decidemmo che il piatto forte di ogni numero fosse una lunga, approfondita intervista con i maggiori protagonisti del pensiero -sia cristiani, sia di altre religioni, sia agnostici od atei - dal titolo "Dialoghi su Gesù". 


Ne nascerà, dopo anni di lavoro, un libro, che è tuttora nel  catalogo degli Oscar Mondadori, Inchiesta sul cristianesimo. Ogni mese, aggiungevo il ritratto di una persona autorevole alla mia collezione ma, a partire da una certa data, cominciai ad accarezzare un sogno: poiché tutto il mio indagare era  attorno alla fede, alla possibilità di credere ancora, perché non interrogare colui che -nella Chiesa cattolica- era il custode, il guardiano della ortodossia? Paolo VI aveva profondamente rinnovato quello che era stato il Sant'Uffizio, attorno al quale si era creata una  tenace leggenda nera.


Per succedere alla temuta istituzione, era stata creata una nuova Congregazione, detta "della Dottrina della Fede".


A dirigerla, Giovanni Paolo II aveva poi chiamato l'arcivescovo di Monaco di Baviera, già professore universitario  di teologia, tal Joseph Ratzinger. Di lui avevo letto una Introduzione al cristianesimo che avevo   apprezzato, così come apprezzai le dichiarazioni e i documenti che cominciò a produrre nel suo nuovo servizio romano.


Fui colto, così, da una sorta di pensiero fisso: quel Cardinale bavarese era l'uomo che mi occorreva per completare alla grande la mia serie dei testimoni della fede ! I pochi cui ne accennai mi guardavano con un sorrisetto ironico; qualcuno mi consigliava, un po' beffardo, un periodo di riposo, essendo evidente che cominciavo a vaneggiare.


Ma, insomma, mi rendevo conto che, malgrado il cambio di nome, quella era pur sempre l'erede diretta del Sant'Uffizio degli inquisitori, la sola Congregazione della Chiesa il cui archivio fosse ancora  rigorosamente sigillato, l'istituzione che del segreto e del silenzio aveva fatto la sua essenza? Sì, mi rendevo conto. Eppure.....Eppure, successe  che la vigilia del Ferragosto del 1984 passeggiassi davanti al portone del grande Seminario di Bressanone attendendo Sua Eminenza Joseph card. Ratzinger che mi aveva dato appuntamento non per un paio d'ore ma per, addirittura, tre giorni.


Il progetto non era una breve intervista per un giornale, ma una conversazione a tutto campo che diventasse un libro: editore, ovviamente, la San Paolo, anche perché (glielo riconosco volentieri e grato) il direttore don Totò era stato tra i pochi che non mi avesse considerato farneticante, anzi si era dato da fare lui pure per raggiungere l'obiettivo che sembrava utopico. 


Passeggiavo, dunque, nella piazzetta di Brixen- Bressanone, aspettando qualche nera limousine targata SCV. Invece arrivò una Volkswagen targata Regensburg, guidata da un signore dall'aria bonaria (seppi poi che era il fratello) e ne uscì un sacerdote in un modesto clergyman da parroco, con un volto da ragazzo cui faceva da curioso contrasto la corona dei capelli  già tutti bianchi, Ma sì: era "lui". Tre giorni dopo, sarei uscito  da quel portone con, nella borsa da viaggio, una ventina d'ore di registrazione che avrebbero agitato  la Chiesa intera e che ancor oggi sono ristampate in molte lingue, sotto il titolo di Rapporto sulla fede.

Iniziava così un incontro che, seppur in modo ovviamente discontinuo, si sarebbe protratto nel tempo, con incontri (fino ad uno piuttosto recente) che mi permisero di approfondire la conoscenza dell' uomo. Il quale mi parve subito il contrario stesso della "leggenda nera" creata su di lui.


Invece di un temibile Grande Inquisitore trovai una persona tra le più cortesi, miti, addirittura timide che avessi mai conosciuto. Invece di un fanatico ideologo, trovai un uomo pronto ad ascoltare, a capire, a interpretare al meglio il pensiero del suo interlocutore, fermo sull'essenziale ma elastico sull'accessorio. Invece di una prete tetro e arcigno, trovai una persona dotata di un piacevole humour, pronta a sorridere e a replicare, con finezza, alla battuta. Invece di un uomo arroccato nel passato, trovai una persona curiosa e informata non solo dell'andamento degli studi teologici e filosofici ma di ciò che di importante avveniva nel mondo.


 Invece del cardinale arrampicatosi sino alla porpora, trovai un sacerdote sorpreso di quanto gli era successo, che aveva accettato le alte nomine solo per amore della Chiesa e che parlava con un po' di rammarico degli studi interrotti, dei progetti editoriali rimandati sine die.


Non era facile, nel clima ecclesiale di allora, far passare questa immagine, la vera,  del presunto erede degli inquisitori, per giunta tedesco e con un passaggio (obbligato, alla pari di ogni suo coetaneo) addirittura nella Hitlerjugend. Forse, soltanto dopo l'elezione al papato la Chiesa e il mondo hanno pian piano scoperto chi fosse davvero   l'autentico Ratzinger.


 Molti, moltissimi, scoprendolo l'hanno amato.


 E ora, rispettano la sua scelta ma si rammaricano alla prospettiva  di non vederlo e sentirlo più ripetere -amabilmente, non minacciosamente- le verità che la Chiesa annuncia.

Vittorio Messori


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