Ipotesi sul Papa. E sulla Chiesa che verrà - Parte 2

di Vittorio Messori et-et.it 17/2/2013

PARTE 2 

 

 I sacerdoti: sia diocesani che religiosi. Non si creda (lo hanno denunciato più volte  tanto Benedetto XVI quanto Giovanni Paolo II, ma le messe in guardia cominciarono con Paolo VI) che l'insegnamento di teologi e biblisti, nei seminari superstiti e negli atenei che pur si dicono "cattolici", sia sempre rispettoso delle indicazioni che vengono da Roma.



Al clero che ne esce manca spesso, più ancora che le nozioni,  quella che i tedeschi -ancora al tempo della gioventù di Joseph Ratzinger- chiamavano die Katholischeweltanschauung, la prospettiva, il punto di vista cattolico. Non di rado l'ottica di certo clero e di certa stampa confessionale sembra essere quella della ideologia egemone del momento: per più di vent'anni dopo il  Vaticano II fu l'impasto -con dosi diverse a seconda dei luoghi e dei teologi- tra cristianesimo e marxismo. 


Ora, si è largamente infiltrato il relativismo liberal, il liberalismo etico, soprattutto   la political correctness, questa ideologia diabolica perché dalle apparenze quasi  cristiane ma fondata su ciò che il Cristo più detesta: l'ipocrisia, l'eufemismo ruffiano, la manipolazione delle parole per nascondere la realtà nella sua verità.


A proposito di clero, di disciplina, di quella che fu un tempo la virtù dell'obbedienza: prendiamo un aspetto che sembra minore -quello dell'abito ecclesiastico- ma che ha in realtà un significato esemplare. Il nuovo Codice di diritto canonico, riscritto secondo le indicazioni del Vaticano II, recita, al canone 284: << I chierici secolari portino un abito ecclesiastico  decoroso, secondo le norme emanate dalla Conferenza Episcopale del luogo>>. E, per i membri di ordini e congregazioni ,   prescrive al 669: "I chierici secolari portino un abito ecclesiastico  decoroso, secondo le norme emanate dalla Conferenza Episcopale del luogo" .Il Concilio stesso aveva ammonito di non abbandonare questo "segno" di consacrazione sul quale, tra l'altro, Giovanni XXIII era rigorosissimo, imponendo al suo clero, nel Sinodo Romano che precedette il Vaticano II, la sola talare nera dai molti bottoni e vietando persino il clergy man. Ebbene: prima Paolo VI, poi Giovanni Paolo II, infine Benedetto XVI hanno moltiplicato le esortazioni, gli inviti, gli ordini, i rimbrotti, ma il risultato è sempre l'armata Brancaleone dei sacerdoti (vescovi, non di rado, compresi) abbigliati ciascuno secondo l'estro proprio.


 Dal completo da manager, al giubbotto  da metalmeccanico, sino agli stracci ben studiati da clochard -filosofo: comunque,  sempre indistinguibili dai laici. La raccomandazione di un Concilio Ecumenico e le ripetute disposizioni disciplinari di quattro papi non sono riuscite ad ottenere alcun ascolto, spesso neppure dalla  gerarchia episcopale. La questione sembra secondaria, ma non lo è: dietro il rifiuto dell'abito religioso vi è una teologia, vi è la negazione  protestante di un sacerdozio "sacrale", che distingua il prete dal credente comune; vi è il rigetto della prospettiva cattolica che, col sacramento dell'ordine, rende un battezzato "diverso" , "a parte". Il sacerdote non come testimone del Sacro, non come "atleta di Dio" (l'immagine è di san Paolo) in lotta per la salvezza dell'anima propria e dei fratelli contro le Potenze del male, bensì uomo come gli altri, distinto semmai solo dal maggiore impegno socio-politico.


Vi è qui la maggiore, forse, delle attuali  deformazioni, insidiosa in  quanto   apparentemente meritoria: la Chiesa, cioè, come la maggiore delle ONG, una organizzazione di volontari, di filantropi dediti a soccorrere coloro che sono bisognosi di assistenza materiale e, al contempo, a denunciare con toni profetici ingiustizie, disparità, violazione dei diritti umani. Preti e suore come militanti sociali e come sindacalisti, uniti nella lotta, senza differenze di religione, a ogni uomo di buona volontà. Nobile ideale, va riconosciuto.


Ma che a un cristiano non può bastare. In questo pur generoso darsi da fare solo umano vi è un rovesciamento radicale della prospettiva di fede:  il "cristianesimo secondario" - quello dell'impegno sociale e politico- non può, non deve essere anteposto a quello "primario". Che è l'annuncio  del Vangelo della salvezza eterna, è  la "carità della verità" prima ancora di quella (pur benemerita, ma derivata) del pane, l'amministrazione dei sacramenti che sorreggano nella fede e conducano verso la meta al di là  della morte, la preghiera individuale  ma pure quella, pubblica, incessante, ogni giorno rinnovata, della liturgia. La fede senza esitazione nella verità del Vangelo e l'annuncio di esso ai fratelli (il kérygma) è il prius, la carità materiale non è che la conseguenza doverosa, istintiva ma subordinata,  all'annuncio che "Gesù è il Cristo". Quel rinnovato Codice canonico che dicevamo, questa raccolta delle leggi che reggono l'istituzione ecclesiale, riporta alla fine  il fondamento di sempre, la ragion stessa di essere della Comunità cristiana: Salus animarum suprema lex Ecclesiae esto, suprema legge della Chiesa (e di ogni uomo di Chiesa) sia la salvezza delle anime.


La Chiesa esiste per questo: per annunciare la Vita oltre la vita e per accompagnare gli uomini verso questo traguardo finale. Non è spiritualismo disincarnato, al contrario: è consapevolezza della parola del Cristo , per il quale "non di solo pane vive l'uomo" e per il quale non vi è vita umana senza una prospettiva di eternità. Quel Gesù che predicava la Parola che salva e poi , ma soltanto poi, dopo aver nutrito le anime, le menti, i cuori, pensava ai pani e ai pesci per sfamare anche i corpi. Quel Gesù  che guardò con affetto grato Marta che si affaccendava  per la casa " Tutta presa dai sui servizi"  c ome scrive Luca. Ma che  le ricordò che era la sorella, Maria, accoccolata in silenzio  ai suoi piedi, che


Concetti che furono elementari, per un cattolico. Eppure, sembrano sfuggire a tanti, tra i fedeli stessi. Non a caso Benedetto XVI ci ha ridato un esempio: nel suo desiderio di continuare a servire la Chiesa, ha scelto il ministero della preghiera nella solitudine e nel silenzio, cioè l'impegno più concreto, che però solo la fede può comprendere.


Ma che dovrebbe fare il papa che uscirà dal prossimo conclave, alla luce di quei nodi di crisi che si è  cercato di indicare, seppur solo con pochi, pochissimi esempi? Noi non siamo Hans Kueng che da decenni si è nominato anti-papa e che, in un intervista di questi giorni, sfidava il grottesco: plaudiva infatti allo svecchiamento della Chiesa, voleva che gli anziani  si togliessero di torno, diceva che il suo già collega Ratzinger aveva aspettato troppo ad andarsene.


Non ricordava al lettore, però, che, con i suoi 85 anni, è coetaneo di Benedetto XVI (soltanto pochi mesi in meno), eppur nulla intende mollare degli incarichi raggiunti. In pensione vadano i papi, che diamine, non gli anti-papi! Ma noi non siamo Kueng, soprattutto perché ci pare da delirio egocentrico, da rinnegamento di ogni prospettiva cristiana la risposta alla domanda "Che cosa si aspetta dal prossimo Conclave?" Risposta che così, purtroppo, suona:  " Il Conclave potrà dare un impulso solo se i cardinali accetteranno l'analisi esposta nel mio libro Salviamo la Chiesa>. Poiché, come si sa, in una prospettiva di fede è lo Spirito Santo a ispirare gli elettori nella Sistina, il Paraclito dovrà sbrigarsi: occorre  procurarsi quel libro e studiarselo bene per indirizzare i cardinali non come Dio, ma come il professor Kueng comanda. Lo Spirito, in Conclave, non è che un tramite del Messaggio redentore, quello che sta nelle tavole bronzee, incise in caratteri gotici, di Salviamo la Chiesa vergate da colui cui fu vietato di dirsi "teologo cattolico".


Prendendoci, come doveroso, assai meno sul serio, noi crediamo che la Chiesa, Corpo stesso di Cristo, Sua proprietà esclusiva, sia già salvata, senza bisogno delle nostre analisi e dei nostri libri che, semmai, rischiano di irrigidire in un  morto schema ideologico l'abbondanza di vita del Vangelo.


 " Il mio programma è di non averne>>, , disse giustamente Benedetto XVI nel discorso di inizio del pontificato. Se è lecito, tuttavia, un auspicio, è che il papa che uscirà dal prossimo Conclave si ponga come prioritario un impegno. Quello che mi riassunse, in una intervista che fece rumore,  Hans Urs von Balthasar, tra i maggiori teologi del secolo scorso, cardinale mancato solo per la morte improvvisa. Mi disse :"  Tout d'abord, il faut remettre le christianisme debout>>, , innanzitutto bisogna rimettere il cristianesimo in piedi.   Occorre, cioè, rimetterlo dritto sulla base in roccia della fede: una fede salda, come  fonte originaria e primaria, da cui tutto derivi. Continuando, in questo modo, il lavoro di colui che ora lascia il pontificato.


 In effetti, l'eredità più significativa che Benedetto XVI ci lascia è quell'Anno della fede, per il quale ci ha dato anche  il testo di riferimento: quei tre libretti, apparentemente divulgativi, in realtà calibrati parola per parola, frutto di una vita intera di riflessione, che ci mostrano come Gesù sia il protagonista di una storia vera, non di un oscuro mito giudaico-ellenistico. Da docente prima e poi da vescovo, poi da Prefetto della Dottrina della Fede, infine da papa, Joseph Ratzinger ha voluto sempre e solo darci testimonianza che prendere sul serio i Vangeli, scommettere sulla loro verità la nostra vita e la nostra morte è ancora possibile, non è ingenuità o carenza di informazione. Credere che Gesù è davvero il Cristo può farlo anche lo specialista più informato, più smaliziato (come Ratzinger è) quanto alle esegesi e alle teologie più recenti. Insomma, per dirla alla svelta: confermare il popolo di Dio che le chrétien n'est pas un crétin. Ha scritto nel testo di indizione per l'Anno della Fede: "Càpita ormai che i cristiani si diano preoccupazione quasi esclusiva per le conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, pensando ad essa come a un presupposto ovvio. Ma simile presupposto di una fede salda è, purtroppo, sempre più spesso illusorio>>.


Ecco -pur convinti che la scelta della Sistina sarà comunque la migliore, se i venerandi  elettori si riterranno solo gli strumenti di Qualcuno che li sovrasta -ecco, il nostro auspicio è per un papa consapevole che la Chiesa non ha che un problema: confermarsi e confermarci  nella fede, tornare a recitare il Credo con convinzione, rafforzare (anche con la riscoperta di un'apologetica adeguata) le ragioni per credere. Il resto seguirà da sé e tanti nodi si scioglieranno. La sola vera, preoccupante crisi ecclesiale  è consistita, in questi decenni, nell'affievolirsi della certezza nella Speranza che il Vangelo ci annuncia. Papa Ratzinger ne era ben consapevole, alla pari di papa Wojtyla.


L'augurio è che il loro Successore, chiunque sia, ne sia altrettanto convinto.




 Dal completo da manager, al giubbotto  da metalmeccanico, sino agli stracci ben studiati da clochard -filosofo: comunque,  sempre indistinguibili dai laici. La raccomandazione di un Concilio Ecumenico e le ripetute disposizioni disciplinari di quattro papi non sono riuscite ad ottenere alcun ascolto, spesso neppure dalla  gerarchia episcopale. La questione sembra secondaria, ma non lo è: dietro il rifiuto dell'abito religioso vi è una teologia, vi è la negazione  protestante di un sacerdozio "sacrale", che distingua il prete dal credente comune; vi è il rigetto della prospettiva cattolica che, col sacramento dell'ordine, rende un battezzato "diverso" , "a parte". Il sacerdote non come testimone del Sacro, non come "atleta di Dio" (l'immagine è di san Paolo) in lotta per la salvezza dell'anima propria e dei fratelli contro le Potenze del male, bensì uomo come gli altri, distinto semmai solo dal maggiore impegno socio-politico.


Vi è qui la maggiore, forse, delle attuali  deformazioni, insidiosa in  quanto   apparentemente meritoria: la Chiesa, cioè, come la maggiore delle ONG, una organizzazione di volontari, di filantropi dediti a soccorrere coloro che sono bisognosi di assistenza materiale e, al contempo, a denunciare con toni profetici ingiustizie, disparità, violazione dei diritti umani. Preti e suore come militanti sociali e come sindacalisti, uniti nella lotta, senza differenze di religione, a ogni uomo di buona volontà. Nobile ideale, va riconosciuto.


Ma che a un cristiano non può bastare. In questo pur generoso darsi da fare solo umano vi è un rovesciamento radicale della prospettiva di fede:  il "cristianesimo secondario" - quello dell'impegno sociale e politico- non può, non deve essere anteposto a quello "primario". Che è l'annuncio  del Vangelo della salvezza eterna, è  la "carità della verità" prima ancora di quella (pur benemerita, ma derivata) del pane, l'amministrazione dei sacramenti che sorreggano nella fede e conducano verso la meta al di là  della morte, la preghiera individuale  ma pure quella, pubblica, incessante, ogni giorno rinnovata, della liturgia. La fede senza esitazione nella verità del Vangelo e l'annuncio di esso ai fratelli (il kérygma) è il prius, la carità materiale non è che la conseguenza doverosa, istintiva ma subordinata,  all'annuncio che "Gesù è il Cristo". Quel rinnovato Codice canonico che dicevamo, questa raccolta delle leggi che reggono l'istituzione ecclesiale, riporta alla fine  il fondamento di sempre, la ragion stessa di essere della Comunità cristiana: Salus animarum suprema lex Ecclesiae esto, suprema legge della Chiesa (e di ogni uomo di Chiesa) sia la salvezza delle anime.


La Chiesa esiste per questo: per annunciare la Vita oltre la vita e per accompagnare gli uomini verso questo traguardo finale. Non è spiritualismo disincarnato, al contrario: è consapevolezza della parola del Cristo , per il quale "non di solo pane vive l'uomo" e per il quale non vi è vita umana senza una prospettiva di eternità. Quel Gesù che predicava la Parola che salva e poi , ma soltanto poi, dopo aver nutrito le anime, le menti, i cuori, pensava ai pani e ai pesci per sfamare anche i corpi. Quel Gesù  che guardò con affetto grato Marta che si affaccendava  per la casa <>, come scrive Luca. Ma che  le ricordò che era la sorella, Maria, accoccolata in silenzio  ai suoi piedi, che <>. La parte , cioè, di chi dà il primo posto all'ascolto della Parola di Dio, alla meditazione, alla preghiera, che è il  lavoro più prezioso anche socialmente, benché i suoi effetti concreti spesso sfuggano alla nostra miopia. Non a caso la Chiesa ha sempre approvato, incoraggiato, benedetto le famiglie  religiose di "vita attiva", dedite soprattutto alla carità corporale. Ma ha sempre considerato più alte -dunque, più rare- le vocazioni alla "vita  contemplativa", nel silenzio e nel nascondimento del chiostro.


Concetti che furono elementari, per un cattolico. Eppure, sembrano sfuggire a tanti, tra i fedeli stessi. Non a caso Benedetto XVI ci ha ridato un esempio: nel suo desiderio di continuare a servire la Chiesa, ha scelto il ministero della preghiera nella solitudine e nel silenzio, cioè l'impegno più concreto, che però solo la fede può comprendere.


Ma che dovrebbe fare il papa che uscirà dal prossimo conclave, alla luce di quei nodi di crisi che si è  cercato di indicare, seppur solo con pochi, pochissimi esempi? Noi non siamo Hans Kueng che da decenni si è nominato anti-papa e che, in un intervista di questi giorni, sfidava il grottesco: plaudiva infatti allo svecchiamento della Chiesa, voleva che gli anziani  si togliessero di torno, diceva che il suo già collega Ratzinger aveva aspettato troppo ad andarsene.


Non ricordava al lettore, però, che, con i suoi 85 anni, è coetaneo di Benedetto XVI (soltanto pochi mesi in meno), eppur nulla intende mollare degli incarichi raggiunti. In pensione vadano i papi, che diamine, non gli anti-papi! Ma noi non siamo Kueng, soprattutto perché ci pare da delirio egocentrico, da rinnegamento di ogni prospettiva cristiana la risposta alla domanda "Che cosa si aspetta dal prossimo Conclave?" Risposta che così, purtroppo, suona: >. Poiché, come si sa, in una prospettiva di fede è lo Spirito Santo a ispirare gli elettori nella Sistina, il Paraclito dovrà sbrigarsi: occorre  procurarsi quel libro e studiarselo bene per indirizzare i cardinali non come Dio, ma come il professor Kueng comanda. Lo Spirito, in Conclave, non è che un tramite del Messaggio redentore, quello che sta nelle tavole bronzee, incise in caratteri gotici, di Salviamo la Chiesa vergate da colui cui fu vietato di dirsi "teologo cattolico".


Prendendoci, come doveroso, assai meno sul serio, noi crediamo che la Chiesa, Corpo stesso di Cristo, Sua proprietà esclusiva, sia già salvata, senza bisogno delle nostre analisi e dei nostri libri che, semmai, rischiano di irrigidire in un  morto schema ideologico l'abbondanza di vita del Vangelo. <>, disse giustamente Benedetto XVI nel discorso di inizio del pontificato. Se è lecito, tuttavia, un auspicio, è che il papa che uscirà dal prossimo Conclave si ponga come prioritario un impegno. Quello che mi riassunse, in una intervista che fece rumore,  Hans Urs von Balthasar, tra i maggiori teologi del secolo scorso, cardinale mancato solo per la morte improvvisa. Mi disse: <>, innanzitutto bisogna rimettere il cristianesimo in piedi.   Occorre, cioè, rimetterlo dritto sulla base in roccia della fede: una fede salda, come  fonte originaria e primaria, da cui tutto derivi. Continuando, in questo modo, il lavoro di colui che ora lascia il pontificato.


 In effetti, l'eredità più significativa che Benedetto XVI ci lascia è quell'Anno della fede, per il quale ci ha dato anche  il testo di riferimento: quei tre libretti, apparentemente divulgativi, in realtà calibrati parola per parola, frutto di una vita intera di riflessione, che ci mostrano come Gesù sia il protagonista di una storia vera, non di un oscuro mito giudaico-ellenistico. Da docente prima e poi da vescovo, poi da Prefetto della Dottrina della Fede, infine da papa, Joseph Ratzinger ha voluto sempre e solo darci testimonianza che prendere sul serio i Vangeli, scommettere sulla loro verità la nostra vita e la nostra morte è ancora possibile, non è ingenuità o carenza di informazione. Credere che Gesù è davvero il Cristo può farlo anche lo specialista più informato, più smaliziato (come Ratzinger è) quanto alle esegesi e alle teologie più recenti. Insomma, per dirla alla svelta: confermare il popolo di Dio che le chrétien n'est pas un crétin. Ha scritto nel testo di indizione per l'Anno della Fede: <>.


Ecco -pur convinti che la scelta della Sistina sarà comunque la migliore, se i venerandi  elettori si riterranno solo gli strumenti di Qualcuno che li sovrasta -ecco, il nostro auspicio è per un papa consapevole che la Chiesa non ha che un problema: confermarsi e confermarci  nella fede, tornare a recitare il Credo con convinzione, rafforzare (anche con la riscoperta di un'apologetica adeguata) le ragioni per credere. Il resto seguirà da sé e tanti nodi si scioglieranno. La sola vera, preoccupante crisi ecclesiale  è consistita, in questi decenni, nell'affievolirsi della certezza nella Speranza che il Vangelo ci annuncia. Papa Ratzinger ne era ben consapevole, alla pari di papa Wojtyla.


L'augurio è che il loro Successore, chiunque sia, ne sia altrettanto convinto.



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