Ipotesi sul Papa. E sulla Chiesa che verrÓ - Parte 1

di Vittorio Messori et-et.it 17/2/2013


Dicono che non sia stato in Sicilia, bensì a Torbole, sul lago di Garda, che a Goethe eruppero dall'anima i versi famosi: "Conosci tu la terra dove fioriscono  i limoni (...) dove una mite brezza spira dal cielo luminoso?>>.


 

l mattino di lunedì 11 febbraio, pensavo un po' ironico a Goethe -e a qualche talebano  del "riscaldamento globale"-,   guardando dalla finestra del mio studio, nella millenaria abbazia benedettina,  la neve che scendeva sugli olivi, i cipressi, gli allori. Quello non era -per la Chiesa intera, tanto meno per me- un giorno come gli altri: la liturgia ricordava la prima apparizione    della Vergine Immacolata, a Lourdes, a una piccola, miserabile analfabeta, figlia di un mugnaio fallito che aveva conosciuto anche la prigione. Il Dio del Vangelo frequenta volentieri i poveri, gli ignoranti, i disprezzati. Pregustavo la giornata tenuta sgombra da ogni impegno esterno, mi godevo la prospettiva della solitudine, fasciata per giunta dal silenzio del  manto nevoso ormai alto. Contavo, infatti, di continuare -guarda caso - la stesura di un secondo libro su Lourdes, dopo quello su Bernadette pubblicato pochi mesi fa. Quale giornata più propizia di un 11 febbraio?


A un tratto, ecco il telefono portatile, il solo legame con il mondo che abbia ammesso  nell'abbazia. Era mia moglie, sconcertata:  "Sullo schermo tv è apparsa una     scritta, dice che il papa ha annunciato le dimissioni!>>.


 Lo confesso: sulle prime   pensai alla goliardata di hacker che si fossero inseriti sulle frequenze televisive. Non ero solo nel dubitare: in quegli stessi momenti, nei cinque continenti, 117 cardinali, compresi i più vicini a Benedetto XVI, erano increduli davanti alla prospettiva di dover presto partecipare a un conclave. 


Chiusi la chiamata, chiedendo ovviamente di informarmi in caso di improbabile conferma. Ma non ne ebbi bisogno: il cellulare  cominciò a suonare e non cessò per un paio di giorni e di notti; quando (con fatica, la neve continuava a cadere) raggiunsi la casa, al trillo del portatile si aggiunse lo squillo incessante della linea fissa e il computer cominciò a scaricare senza sosta messaggi dal mondo intero che chiedevano interviste, interventi, articoli al cronista di cui era nota la lunga vicinanza a Joseph  Ratzinger e la conoscenza, solidale, del suo pensiero.


Perché raccontare questo? perché un cedimento alla testimonianza personale? Ma perché io stesso fui colpito dall'immediato, travolgente, planetario tsunami mediatico provocato da poche parole in latino lette a sorpresa, a voce bassa, quasi fossero di routine, da un vecchio, circondato da altri vecchi, in una ancor più vecchia e  inaccessibile  sala vaticana. Un ciclone che raggiunse all'istante tutti; e me pure, isolato tra la neve in un angolo di provincia, sconvolgendomi ogni programma.


Cliccando, nell'elenco dei "preferiti", sul sito delle maggiori testate del mondo , constatavo lo straordinario rilevo dato al Pope resigning from his charge, modulato in ogni  lingua. E' in casi come questi che si manifesta un paradosso singolare: alla diminuzione  progressiva, in atto da decenni, del numero dei praticanti cattolici (almeno in Occidente) e della influenza sociale, morale, politica della Chiesa romana,   sembra corrispondere un aumento dell'interesse per essa, per le sue vicende, per il suo Pontefice. Alla pari dei grandi media internazionali, anche le nuove testate nate sul web non rinunciano a un "vaticanista" o, almeno, a qualche esperto non tanto in  questioni religiose ma, specificamente, cattoliche . Avrebbero avuto il successo che sappiamo i romanzetti di Dan Brown e dei suoi ormai infiniti imitatori se non avessero come sfondo la Chiesa, proprio quella che ha il suo centro in Vaticano? Una Chiesa, per giunta, non come residuato archeologico, come pittoresco set storico, sul  tipo  dell'abbazia di Umberto Eco, ma ben viva, presente, intrigante. Magari imbrogliona  o, addirittura, assassina : ma, anche per questo, pericolosa perché ancora potente.


L'immagine, anche se così spesso deformata, della Catholica et Apostolica  affascina o inquieta l'immaginario dell'umanità. E il suo Capo in veste bianca è la sola autorità morale  ascoltata ovunque e comunque: per accettare o per rifiutare, per amare o per detestare.

Eppure, suona ormai beffardo l'aggettivo "cattolicissima", abbinato per secoli alla Spagna, all'Irlanda, all'Austria; e, tra un poco, forse non sarà più adatto neppure  alla Polonia, che sembra volere recuperare a  grandi passi il "ritardo" verso il laicismo liberal. Sono ormai multisale cinematografiche, outlet, studi di architetti, sale da gioco o, in qualche caso, sex-shop, buona parte delle chiese dell'Olanda, un tempo per metà cattolica e famosa per il  fervore devoto. Proprio nei Paesi Bassi vi è un gigantesco magazzino che è una sorta di segno concreto -ed è crudele, per un credente, visitarne il sito Internet- della débacle cattolica, non solo nell'Europa   nordica, ma nel continente intero:  quei capannoni sono un ammasso (svenduto  a prezzi stracciati, vista l'esiguità della domanda) del contenuto dei luoghi di culto abbandonati o trasformati. 


E' un cumulo tragico di statue, di quadri edificanti, di Viae Crucis, di tabernacoli, di campane e campanelli, di vasche battesimali, di interi altari, di ostensori, di candelabri, di confessionali, di inginocchiatoi, di vetrate, di mobili da sagrestia, di abiti liturgici. A improbabili acquirenti si propongono persino     le venerate reliquie di santi, racchiuse in artistiche cornici. Una discarica, insomma, per tutto ciò che fu "cattolico", dove i clienti pare siano scenografi cinematografici e teatrali o arredatori eccentrici  in cerca del pezzo per qualche abbinamento blasfemo per bar, discoteche, garçonnières. Non a caso colui che ha avuto l'idea di quel deposito ha scelto un nome latino per il suo commercio: Fluminalis. Come un  fiume, cioè, che porta via i detriti del cattolicesimo. Anche se resta da chiedersi se si tratta davvero della fine del o di un cattolicesimo; del congedo di una fede o solo dell'esaurimento di un modo di devozione legato a un tempo ormai finito. 


Ma che Chiesa è, davvero, questa che per otto anni Benedetto XVI ha presieduto e al cui peso, unito a quello dell'età, ha infine ceduto?  Cos'è, oggi, quella Chiesa cattolica, apostolica, romana che sarà "guidata" (il verbo sembra forse, nella situazione attuale, un po' pretenzioso) da colui che uscirà dal Conclave di marzo? Lo spazio ci obbliga solo a qualche pennellata, a qualche sprazzo  della situazione oggettiva: ben altro respiro occorrerebbe per un quadro completo. Un quadro che - sia ben chiaro- non ha soltanto i punti di crisi cui qui accenniamo ma che presenta anche non pochi aspetti positivi, luoghi di resistenza, solidi rinnovamenti, motivi fondati di speranza. La natura duplice, al contempo umana e divina della Chiesa (a immagine del suo Signore: Dio e uomo; crocifisso e risorto), fa sì che sempre, nei secoli, sia parsa sofferente se non agonizzante; e sempre fosse, al contempo, brulicante di vita, anche se talvolta visibile solo agli occhi della fede. Un'energia vitale capace di manifestarsi e di rianimarla anche al fondo delle crisi peggiori. Mai, pure nei secoli più bui, mai questa Chiesa ha smesso di essere madre di santi, mai le sono mancati -malgrado tutto- uomini e donne che del Vangelo hanno fatto carne e sangue della loro vita.


 Papa Borgia è contemporaneo del più penitente e austero dei santi, Francesco da Paola, che da quel pontefice simbolo della maggior decadenza ecclesiale fu stimato e ne ebbe approvata la durissima Regola. Tempeste che sembrarono segnare la fine, come quelli che seguirono la Riforma o la Rivoluzione francese, l'Era napoleonica, l'occupazione italiana di Roma, furono superati più che dal valore di gerarchi e fedeli dall'apparizione imprevedibile  di una schiera di santi. Lo studioso serio sa che occorre grande prudenza nel giudicare quella che è la più antica, la più vasta, la più variegata istituzione della Storia: c'era già quando l'Impero romano era al suo apogeo, la sua vicenda ha attraversato venti  secoli , ha visto sorgere e morire tutti i regni e svanire  tutti i potenti e malgrado tutto, è giunta sino a noi, non ha alcuna intenzione di congedarsi dal mondo. Il suo popolo e i suoi pastori -cardinali e vescovi-  appartengono a tutte le stirpi e a tutte le culture, come non avviene in nessuna parte, altrove.  


Ultimo Stato teocratico, ultima Monarchia assoluta, è al contempo il  luogo più democratico: ogni seminarista, per povero e oscuro che sia, sa che avrà nella sua bisaccia di sacerdote un possibile pastorale da papa o almeno da cardinale o   vescovo. Il più oscuro dei battezzati ha -all'interno delle sue mura  spirituali-  i diritti e i doveri del più potente o ricco della Terra intera. Anzi, nell'ottica che qui solo vale,  è la sua la posizione privilegiata. L'ultima tra gli ultimi, quella Bernadette ignorante, malata, miserabile  di cui stavo scrivendo quel mattino, avrà  la gloria degli altari, ritratti venerati nel mondo intero, una statua in marmo nella navata stessa di san Pietro, pellegrinaggi ininterrotti alla sua tomba di Nevers. 


Sia chiaro, dunque:  le "sfumature di grigio" che qui elenchiamo, con realismo doveroso, convivono con  ampi spazi dai quali filtra la luce. Non dimentichiamo ciò che proprio Benedetto XVI ci ha ricordato, anche con il suo congedo: solo chi non comprenda che la Chiesa non è nostra ma del Cristo,  può preoccuparsi per essa, per il suo futuro. Ai fedeli , papa compreso, non è chiesto che fare, ciascuno al suo posto, il proprio dovere: il resto non è affare degli uomini. La barca, in ogni caso, giungerà al porto della fine della storia, anche fosse  ridotta a una misera zattera carica solo di povera gente. Non potendo allargarci al mondo intero, concentriamoci, come abbiamo cominciato qui sopra, sull'Europa che, malgrado tutto, resta e resterà il centro, e non solo perché il Papa è il vescovo di Roma.


 Le comunità cattoliche di ogni altro Continente sono tutte sue figlie, sono state fondate da missionari spagnoli, portoghesi, francesi, olandesi, austriaci, bavaresi, italiani e ne portano ancora il segno indelebile.  E, pure oggi, malgrado il  baricentro numerico dei battezzati si sia spostato oltre l'Atlantico, è dall'Europa che giungono gli orientamenti, anche culturali, per la Chiesa intera. Solo qualche semplice può credere, ad esempio, che la più nota delle teologie "esotiche", quella detta "della liberazione", sia nata dalla sofferenza e dall'anelito degli sfruttati  nell'America che parla spagnolo e portoghese. In realtà, è stata elaborata nei laboratori teologici di  Francia e di Germania, con un robusto apporto olandese: dunque dagli stessi uomini e dagli stessi circoli che hanno ispirato e guidato, nei fatti, il Vaticano II. Concilio, più che dei vescovi, dei teologi. Tutti europei. La stessa superpotenza economica e militare degli Stati Uniti non ha dato finora alla cattolicità alcun santo davvero popolare né al pensiero ecclesiale uno spunto originale, se non quell' "americanismo", applicazione un po' naif del pragmatismo yankee al Vangelo, che Leone XIII si affrettò a condannare nel 1899.


Per quanto è dunque dell'Europa, umbilicus Ecclesiae, la situazione non sembra,  umanamente, rassicurante: la diminuzione, spesso l'azzeramento delle vocazioni al sacerdozio secolare potrà dissolvere a breve buona parte della millenaria rete delle diocesi e delle parrocchie, per mancanza di personale ecclesiastico. Già ora, in Francia, nell'area germanica e altrove, gli accorpamenti sono la norma, ma bastano sempre meno.


Quanto alle vocazioni alla vita religiosa, molte congregazioni  (soprattutto femminili, ma non solo) sono destinate statisticamente all'estinzione: sul mercato delle vendite  immobiliari di Roma stanno riversandosi le sedi, spesso imponenti, delle Case Generalizie ormai deserte. I collegi che furono per i novizi sono trasformati in ricoveri per i religiosi anziani e malati: molte congregazioni stipulano patti per unire i loro invalidi, non avendo più né personale né fondi sufficienti per fare da sole. La speranza di riempire i vuoti europei con i giovani e le giovani  africani ed asiatici si è rivelata spesso illusoria o, almeno, eccessiva. Troppe le differenze culturali, troppa la distanza di mentalità, troppe le motivazioni sospette    nell'ingresso in seminari ed istituti. Non sono certo solide  tante "vocazioni" terzomondiali determinate (come un tempo nell'Europa delle campagne miserabili) da ragioni di sopravvivenza  o da ricerca di elevazione sociale. Non tutti i casi, grazie a Dio, finiscono come quello di mons. Milingo, il presule nero che tante simpatie e speranze aveva suscitato; non mancano le buone riuscite, ma molto al disotto - almeno per quantità- di quanto vescovi diocesani e Superiori Generali delle Congregazioni avevano atteso.


Quanto ai laici, l'abbandono in massa della pratica anche solo domenicale, per alcuni ha portato all'indifferenza e alla lontananza, per altri si è trasformata in ostilità, tanto da spingere i sociologi a coniare un triste neologismo: "cristianofobia". Nessuno è più rancoroso di un "ex" deluso. Malgrado l'alternarsi di destre e di sinistre nei vari governi europei, un trend storico che sembra per ora inarrestabile porta a costumi morali, prima o poi riconosciuti dalle leggi statuali, che contrastano frontalmente l'etica cattolica. E, questo, anche tra gli ancora praticanti, tanto che qualcuno ha parlato di uno "scisma silenzioso": una pratica di vita, cioè, che non tiene alcun conto (pur senza proclamazioni e, a quel che pare, senza crisi di coscienza) dei precetti ecclesiali.


Chi, oggi, pur tra coloro che si definiscono cattolici e che si accostano ai sacramenti, chi penserebbe a escludere dalla sua vita coniugale gli anticoncezionali; o a distogliere il parente divorziato dal risposarsi; o ad ammonire l'amico gay praticante; o a vietare alla figlia i rapporti sessuali con il compagno; o a dissuadere le coppie dalle convivenze, esortando alle nozze. Pare che forti desistenze si verifichino pure per aborto ed eutanasia. Il  praticante cattolico medio europeo sembra coincidere, nella prassi morale, col laico  medio della postmodernità, senza differenze rilevanti. 



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